Rito delle ceneri: ingresso in Quaresima

Simbolica ricca, quella della cenere, già conosciuta nell’Antico Testamento e nella preghiera degli ebrei: cospargersi il capo di cenere è segno di penitenza, di volontà di cambiamento attraverso la prova, il crogiolo, il fuoco purificatore. Certo è solo un segno, che chiede di significare un evento spirituale autentico vissuto nel quotidiano del cristiano: la conversione e il pentimento del cuore contrito. Ma proprio questa sua qualità di segno, di gesto può, se vissuto con convinzione e nell’invocazione dello Spirito, imprimersi nel corpo, nel cuore e nello spirito del cristiano, favorendo così l’evento della conversione.
Un tempo nel rito dell’imposizione delle ceneri si ricordava al cristiano innanzitutto la sua condizione di uomo tratto dalla terra e che alla terra ritorna, secondo la parola del Signore detta ad Adamo peccatore (cf. Gen 3,19). Oggi il rito si è arricchito di significato, infatti la parola che accompagna il gesto può anche essere l’invito fatto dal Battista e da Gesù stesso all’inizio della loro predicazione: “Convertitevi e credete all’Evangelo”… Sì, ricevere le ceneri significa prendere coscienza che il fuoco dell’amore di Dio consuma il nostro peccato; accogliere le ceneri nelle nostre mani significa percepire che il peso dei nostri peccati, consumati dalla misericordia di Dio, è “poco peso”; guardare quelle ceneri significa riconfermare la nostra fede pasquale: saremo cenere, ma destinata alla resurrezione. Sì, nella nostra Pasqua la nostra carne risorgerà e la misericordia di Dio come fuoco consumerà nella morte i nostri peccati.

Dalla relazione alla connessione

Il 14° Rapporto Censis-Ucsi sulla Comunicazione – intitolato “I media e il nuovo immaginario collettivo”, realizzato con il contributo e il sostegno di Facebook, Mediaset, Rai, TV2000, Wind/Tre – fotografa un Paese nel quale «i new media digitali non solo hanno ridefinito i nostri orizzonti spaziali e temporali, le nostre attese e priorità, ma hanno anche contribuito a ricodificare di fatto il rapporto con la realtà, influenzando la formazione dell’immaginario collettivo, mutando percezioni e narrazioni dominanti: i valori di riferimento, i simboli, le icone, i miti della contemporaneità, insomma lo spirito del tempo». Nonostante il racconto comune e i messaggi che spesso vengono veicolati dalla politica, dal rapporto emerge con evidenza come tra i fattori ritenuti più centrali nell’immaginario collettivo italiano vi sia il posto fisso con il 38,5%, seguito dai social network, dalla casa di proprietà e dallo smartphone: un mix di vecchio e nuovo che caratterizza la nostra società e il nostro vivere. Dalla ricerca, poi, si evince come il 75,2% degli italiani utilizzi internet, mentre lo smartphone sia posseduto dall’89,3% dei giovani. WhatsApp, Facebook e YouTube risultano essere le piattaforme preferite, ma comincia a decollare anche Instagram. Infine, si sono spesi 22,8 miliardi di euro nell’ultimo anno per cellulari, servizi di telefonia e traffico dati. La ricerca mostra come nell’arco di dieci anni, grazie alla diffusione delle tecnologie digitali, la trasformazione dei media tradizionali abbia provocato un cambiamento così profondo da non poter essere previsto né guidato. Queste alcune delle sottolineature che emergono dal rapporto: innanzitutto vi è stata una personalizzazione nell’impiego dei mezzi di comunicazione che ha provocato una diffusione su larghissima scala di piattaforme, giornali, strumenti di informazione che hanno affiancato i tradizionali canali della comunicazione professionale; con l’avvento dei social, poi, gli studiosi hanno cominciato a parlare di era biomediatica, quella cioè caratterizzata dalla condivisione delle proprie biografie e di un individualismo alquanto accentuato; questa nuova fase, infine, ha come sua caratteristica centrale, quella cioè «della primazia dello sharing sul diritto alla privacy: l’io è il contenuto e il disvelamento del sé digitale è diventata la prassi comune». Lo smartphone è diventato l’oggetto di culto; la potenza di internet e dei social network, con cui filtrare personalmente il mondo esterno e condividere l’espressione di sé (il selfie ad esempio) sono l’emblema dell’autoreferenzialità individualistica. Tra gli effetti causati da tutto questo, vi è l’affermazione nel corso del tempo di una generalizzata disintermediazione, sia in ambito economico (pensiamo all’e-commerce e a tutte le piattaforme di acquisto online, senza che ci debba più essere un luogo fisico perché avvenga uno scambio commerciale) sia in ambito politico (utilizzo della Rete, bassa partecipazione alla vita collettiva e alle attività dei partiti) che ha però portato come conseguenza non felice quella di una perdita di contatto con la propria comunità di riferimento e a un individualismo incapace di tessere rapporti e relazioni fra le persone. Il digitale e il virtuale sembrano sostituirsi lentamente all’incontro e alla relazione fra due o più persone, oltre che semplificare alcuni passaggi. Come utilizzare in maniera sana e positiva strumenti certamente utili e di cui oggi non possiamo più fare a meno? Come ricostruire una cultura dell’intermediazione dove questo è necessario? Come non lasciare che la democrazia e i suoi processi vengano totalmente disintermediati dalla tecnologia e dai nuovi media? I nuovi servizi (e-commerce su tutti) vengono promossi dai clienti per il loro carattere innovativo (il 59,1% degli italiani riconosce loro il merito di aprire continuamente nuove strade all’innovazione) e perché consentono di risparmiare tempo e denaro (54,1%). La preoccupazione maggiore, però, resta l’impatto reale dell’app economy sui posti di lavoro: secondo il 44,7% degli italiani non crea nuova e vera occupazione. È davvero questa la società che sogniamo per il nostro futuro?

Alberto Ratti – Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana

41^ Giornata nazionale per la Vita Centro aiuto alla vita di Magenta

Perché la vita sia accolta sempre, senza se e senza ma.

Le volontarie del CAV, da trent’anni, incontrano donne che si trovano ad affrontare una maternità non desiderata, difficile, piena di ostacoli.
A Magenta la nostra sede è all’interno dell’ospedale; abbiamo cercato di renderla il più accogliente possibile, ma a volte in emergenza abbiamo fatto colloqui ovunque: in sala parto, in un bar, al Mc Donald’s o in reparto dove sono ricoverate le donne in attesa di procedere con l’interruzione di gravidanza.
Abbiamo un ufficio con orari di ricevimento, ma a volte è stato necessario fare colloqui il giorno di ferragosto, alla vigilia della nostra partenza per le vacanze, alla vigilia di Natale oppure per telefono.
La volontaria non è mai sola: dopo un colloquio difficile troviamo conforto nel confronto con altre volontarie… ecco perché lavoriamo sempre in equipe, per confrontarci, sostenerci e per trovare insieme un percorso particolarmente adatto alla donna che stiamo sostenendo.
Per fare tutto questo, abbiamo acquisito un’adeguata formazione che continua negli anni.
Le donne che incontriamo arrivano quando la loro scelta non è ancora definitiva, oppure quando hanno già deciso di procede all’aborto: quest’anno abbiamo incontrato molte mamme che aveva già in mano il certificato per IVG (interruzione volontaria di Gravidanza).
Quello che chiedono è Ascolto, ascolto delle loro tribolazioni, del loro dolore, dei loro dubbi: questo è il colloquio ed è il cuore del cav. E’ accoglienza totale della mamma. In questo modo entriamo nelle loro storie, sosteniamo le loro fatiche: a volte le loro vicende sono lontanissime da noi, altre ci toccano in modo particolare perché anche noi abbiamo vissuto le stesse prove. Spesso sono lasciate sole dai familiari più prossimi: abbiamo sostenuto ragazze messe alla porta dai genitori stessi, oppure sono i familiari, la mamma addirittura, a prospettare l’aborto come unica soluzione.
L’esperienza accumulata in tanti anni e la vita di tutti i giorni a contatto con queste donne ci spingono a testimoniare che è possibile prevenire l’ aborto condividendo il peso che spesso una gravidanza indesiderata o difficile comporta.
Noi volontarie del Cav sperimentiamo OGNI VOLTA che questa è una stupenda occasione di crescere e di capire che la compagnia che riusciamo a fare è resa possibile dal continuo amore con cui anche noi siamo sostenute e accolte: è l’abbraccio di Cristo che ci accompagna.
Tutte le donne che incontriamo, indipendentemente dalla loro scelta finale, ci ringraziano per averle ascoltate. Le loro parole ci spronano a continuare a sostenere la dignità della vita umana, sempre sacra. I bambini ci chiedono di essere la loro voce ad essere testimoni che OGNI VITA VALE.

In occasione della Giornata per la Vita chiediamo a Voi una preghiera, per noi tutte perché possiamo sempre essere strumenti docili e pronti a incontrare con speranza questa periferia della solitudine umana.

Visitate il nostro sito www.cavmagenta.it

Messaggio del Consiglio episcopale della CEI per la 41^ Giornata nazionale per la Vita

Germoglia la speranza

«Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa» (Is 43,19). L’annuncio di Isaia al popolo testimonia una speranza affidabile nel domani di ogni donna e ogni uomo, che ha radici di certezza nel presente, in quello che possiamo riconoscere dell’opera sorgiva di Dio, in ciascun essere umano e in ciascuna famiglia. È vita, è futuro nella famiglia! L’esistenza è il dono più prezioso fatto all’uomo, attraverso il quale siamo chiamati a partecipare al soffio vitale di Dio nel figlio suo Gesù. Questa è l’eredità, il germoglio, che possiamo lasciare alle nuove generazioni: «facciano del bene, si arricchiscano di opere buone, siano pronti a dare e a condividere: così si metteranno da parte un buon capitale per il futuro, per acquistarsi la vita vera» (1Tim 6, 18-19).

Vita che “ringiovanisce”

Gli anziani, che arricchiscono questo nostro Paese, sono la memoria del popolo. Dalla singola cellula all’intera composizione fisica del corpo, dai pensieri, dalle emozioni e dalle relazioni alla vita spirituale, non vi è dimensione dell’esistenza che non si trasformi nel tempo, «ringiovanendosi» anche nella maturità e nell’anzianità, quando non si spegne l’entusiasmo di essere in questo mondo. Accogliere, servire, promuovere la vita umana e custodire la sua dimora che è la terra significa scegliere di rinnovarsi e rinnovare, di lavorare per il bene comune guardando in avanti. Proprio lo sguardo saggio e ricco di esperienza degli anziani consentirà di rialzarsi dai terremoti – geologici e dell’anima – che il nostro Paese attraversa.

Generazioni solidali

Costruiamo oggi, pertanto, una solidale «alleanza tra le generazioni», come ci ricorda con insistenza papa Francesco. Così si consolida la certezza per il domani dei nostri figli e si spalanca l’orizzonte del dono di sé, che riempie di senso l’esistenza. «Il cristiano guarda alla realtà futura, quella di Dio, per vivere pienamente la vita – con i piedi ben piantati sulla terra – e rispondere, con coraggio, alle innumerevoli sfide», antiche e nuove. La mancanza di un lavoro stabile e dignitoso spegne nei più giovani l’anelito al futuro e aggrava il calo demografico, dovuto anche ad una mentalità antinatalista che, «non solo determina una situazione in cui l’avvicendarsi delle generazioni non è più assicurato, ma rischia di condurre nel tempo a un impoverimento economico e a una perdita di speranza nell’avvenire». Si rende sempre più necessario un patto per la natalità, che coinvolga tutte le forze culturali e politiche e, oltre ogni sterile contrapposizione, riconosca la famiglia come grembo generativo del nostro Paese.

L’abbraccio alla vita fragile genera futuro

Per aprire il futuro siamo chiamati all’accoglienza della vita prima e dopo la nascita, in ogni condizione e circostanza in cui essa è debole, minacciata e bisognosa dell’essenziale. Nello stesso tempo ci è chiesta la cura di chi soffre per la malattia, per la violenza subita o per l’emarginazione, con il rispetto dovuto a ogni essere umano quando si presenta fragile. Non vanno poi dimenticati i rischi causati dall’indifferenza, dagli attentati all’integrità e alla salute della “casa comune”, che è il nostro pianeta.
La vera ecologia è sempre integrale e custodisce la vita sin dai primi istanti. La vita fragile si genera in un abbraccio: «La difesa dell’innocente che non è nato deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo». Alla «piaga dell’aborto» – che «non è un male minore, è un crimine» – si aggiunge il dolore per le donne, gli uomini e i bambini la cui vita, bisognosa di trovare rifugio in una terra sicura, incontra tentativi crescenti di «respingere profughi e migranti verso luoghi dove li aspettano persecuzioni e violenze». Incoraggiamo quindi la comunità cristiana e la società civile ad accogliere, custodire e promuovere la vita umana dal concepimento al suo naturale termine. Il futuro inizia oggi: è un investimento nel presente, con la certezza che «la vita è sempre un bene», per noi e per i nostri figli. Per tutti. È un bene desiderabile e conseguibile.

Giovani e trasmissione della fede

Le differenze tra maschi e femmine

Le giovani conservano la fede più dei giovani? È ciò che sembra provare uno studio pubblicato congiuntamente dall’Institut catholique de Paris (IcP) e il Benedict XVI Centre for Religion and Society della St Mary’s University di Londra all’inizio del 2018. Questo rapporto sulla pratica religiosa dei giovani adulti dai 16 ai 29 anni in tutta Europa rivela differenze significative tra gli uomini e le donne, soprattutto in Francia.
Così, tre donne francesi su dieci di età compresa tra i 16 e i 29 anni s’identificano come cattoliche, contro soltanto due uomini su dieci. Una differenza che si ritrova anche nell’islam, visto che il 12 per cento delle giovani francesi s’identificano come musulmane contro l’8 per cento dei giovani.
«Le donne sono di fatto significativamente più inclini degli uomini a identificarsi con una religione perché la popolarità derivante dalla non appartenenza ad “alcuna” religione è più elevata tra i giovani francesi di 17 punti percentuali» (72 per cento contro 55 per cento), osserva Stephen Bullivant, l’autore dello studio, docente di teologia e di sociologia delle religioni alla St Mary’s University. Tale differenza tra i sessi è meno marcata nel Regno Unito, ma comunque esiste.
Questo fenomeno, evidente a livello della giovane generazione, si osserva anche nelle generazioni precedenti e riguarda tutte le aree geografiche. Nel 2014, uno studio del Pew Research Center dal titolo The gender gap in religion around the world, realizzato sulla popolazione di 192 paesi dai venti anni in su, ha mostrato che, a livello di popolazione mondiale, l’83,4 per cento delle donne s’identifica con un gruppo confessionale contro il 79,8 per cento degli uomini.
Questi 3,5 punti percentuali significano circa 97 milioni di donne in più rispetto agli uomini che affermano di credere in una religione. Inoltre, anche se lo scarto può essere più o meno consistente, non c’è un paese al mondo in cui il numero dei credenti superi quello delle credenti. Questi dati vanno comunque perfezionati, entrando nel dettaglio della pratica a seconda della religioni e delle aree geografiche.
Pertanto — prosegue l’indagine del Pew Research Center — in genere «tra i cristiani di molti paesi le donne dichiarano tassi di frequenza settimanale più elevati rispetto agli uomini. Ma tra i musulmani e gli ebrei ortodossi, gli uomini sono più inclini delle donne a dire che assistono regolarmente a servizi in una moschea o in una sinagoga».
Al contrario, in termini di preghiera quotidiana, la differenza tra le donne e gli uomini è particolarmente marcata: su un campione di 84 paesi, la media delle donne che dichiarano di pregare ogni giorno supera di 8 punti percentuali la media degli uomini. Come spiegare questo scarto? Molte ipotesi sono state avanzate nel corso della storia, ricorda l’indagine del Pew Research Center: questione di biologia, di psicologia, di genetica, di contesto familiare, di condizione sociale e di mancanza di «sicurezza esistenziale», provata da molte donne, generalmente più colpite degli uomini da povertà, malattia, vecchiaia e violenza.
La maggior parte degli studiosi ritiene che sia il frutto di una combinazione di diversi fattori, la cui importanza è oggetto di dibattito. Tra questi, il legame tra i livelli d’impegno religioso delle donne e la loro partecipazione al mercato del lavoro. Così, secondo lo studio del 2014, «le donne che fanno parte della popolazione attiva tendono a manifestare livelli d’impegno religioso più bassi delle donne che non lavorano fuori casa e non percepiscono uno stipendio», e ciò indipendentemente dall’età e dal livello di educazione.
Ma questo non spiega tutto. «La presenza dominante delle donne nelle parrocchie implica un’esperienza del fatto religioso concreto nella sua dimensione di relazione, di comunità, di rapporto con i sacramenti, più sviluppata nelle donne», osserva Jacques Arènes, professore all’IcP, che ha partecipato all’indagine del 2018. «La pratica religiosa si trasmette essenzialmente attraverso le donne e sono le madri a suscitare le vocazioni: così, quando le madri non sostengono più i sacerdoti, le vocazioni crollano».
E se lo scarto tra religiosità femminile e maschile si conserva nella nuova generazione, come tende a indicare lo studio del Benedict XVI Centre e dell’IcP, le cause potrebbero essere sensibilmente diverse da quelle che spiegavano lo scarto per le generazioni precedenti. In Francia, l’appartenenza religiosa delle giovani non è segnata dagli stessi determinismi delle loro madri.
Nella generazione precedente le donne erano in maggior misura custodi del focolare domestico, della famiglia e di un certo conservatorismo, al punto che, dopo la guerra, alcune correnti politiche anticlericali si opposero all’estensione del diritto di voto alle donne in quanto “votavano come il parroco”. Questa concezione andava di pari passo con l’immagine molto sfruttata nel cinema e nella società, e talvolta vera, del marito che aspetta al bar mentre la moglie va a messa.
Oggi a svolgere un ruolo determinante nello scarto è la dimensione di prossimità nella trasmissione. Così, per quanto riguarda le donne dell’indagine dell’IcP e del Benedict XVI Centre, la «trasmissione della fede è presumibilmente avvenuta nel rapporto con la madre, in una certa complicità, laddove c’erano più mancanze tra genitori e figli», osserva Jacques Arènes, direttore dell’École de Psychologues praticiens dell’Institut catholique de Paris.
Perché? Jacques Arènes prosegue dicendo: «Come medico specialista osservo sempre più un’angoscia di trasmissione dal lato maschile; i padri fanno più fatica a trasmettere, s’interrogano sulla loro autorità, e i figli fanno più fatica a ricevere». Una constatazione da inquadrare in un altro mistero attuale: il crollo del livello scolastico dei ragazzi. «Dominano ancora nei settori elitisti, ma tra i giovani della media comune il livello dei ragazzi è molto al di sotto di quello delle ragazze.
Come le madri sono ancora spesso depositarie del quotidiano e del modo in cui si organizzano i riti, così lo sono per la trasmissione scolastica. Ebbene, fra madri e figlie si passano cose più dirette, più forti, con fenomeni d’identificazione che fanno sì che le figlie siano più coinvolte nelle questioni di trasmissione». Quindi la maggiore religiosità delle donne potrebbe non avere la stessa origine di trent’anni fa. Un’ipotesi che merita di essere esplorata.