51 ma giornata mondiale della pace 1 Gennaio 2018

Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace.

Sin dal titolo del messaggio Papa Francesco è estremamente diretto: migranti e rifugiati sono uomini e donne in cerca innanzitutto di pace e ci invita a guardare ad essi “con uno sguardo carico di fiducia, come opportunità per costruire un futuro di pace”.
L’affermazione del Papa è profondamente radica nel Vangelo, nel magistero dei suoi predecessori, nella dottrina sociale della Chiesa, nella lettura del nostro tempo. In questo testo il Papa riprende molti argomenti inseriti nel Messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato del prossimo 14 gennaio 2018 “Accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati”, e ricorda il contributo della Santa Sede per la definizione e l’approvazione da parte delle Nazioni Unite nel 2018 di due patti globali, uno per migrazioni sicure, ordinate e regolari, l’altro riguardo ai rifugiati.
Dal momento che “La pace, che gli angeli annunciano ai pastori nella notte di Natale, è
un’aspirazione profonda di tutte le persone e di tutti i popoli, soprattutto di quanti più duramente ne
patiscono la mancanza. Per trovare [un luogo dove vivere in pace], molti di loro sono disposti a
rischiare la vita in un viaggio che in gran parte dei casi è lungo e pericoloso, a subire fatiche e
sofferenze, ad affrontare reticolati e muri innalzati per tenerli lontani dalla meta. Con spirito di
misericordia, abbracciamo tutti coloro che fuggono dalla guerra e dalla fame o che sono costretti a
lasciare le loro terre a causa di discriminazioni, persecuzioni, povertà e degrado ambientale. Siamo
consapevoli che aprire i nostri cuori alla sofferenza altrui non basta. Ci sarà molto da fare prima che i
nostri fratelli e le nostre sorelle possano tornare a vivere in pace in una casa sicura.”
In molti Paesi di destinazione [come in parte è l’Italia] si è largamente diffusa una retorica che
enfatizza i rischi per la sicurezza nazionale o l’onere dell’accoglienza dei nuovi arrivati, disprezzando
così la dignità umana che si deve riconoscere a tutti, in quanto figli e figlie di Dio. Quanti fomentano
la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza,
discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che
hanno a cuore la tutela di ogni essere umano.” Tanto più che “Tutti gli elementi di cui dispone la
comunità internazionale indicano che le migrazioni globali continueranno a segnare il nostro futuro.
Alcuni le considerano una minaccia. Io, invece, vi invito a guardarle con uno sguardo carico di fiducia,
come opportunità per costruire un futuro di pace.”
L’invito del Papa è a nutrire lo sguardo della fede “capace di accorgersi che tutti facciamo «parte di una sola famiglia, migranti e popolazioni locali che li accolgono, e tutti hanno lo stesso diritto ad
usufruire dei beni della terra, la cui destinazione è universale»”. Grazie a questo sguardo anche nella
città in cui viviamo possiamo riconoscere”«quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle
sue piazze […] promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia», in
altre parole realizzando la promessa della pace. Osservando i migranti e i rifugiati, questo sguardo
saprà scoprire che essi non arrivano a mani vuote: portano un carico di coraggio, capacità, energie e
aspirazioni, oltre ai tesori delle loro culture native, e in questo modo arricchiscono la vita delle nazioni
che li accolgono. Saprà scorgere anche la creatività, la tenacia e lo spirito di sacrificio di innumerevoli
persone, famiglie e comunità che in tutte le parti del mondo aprono la porta e il cuore a migranti e
rifugiati, anche dove le risorse non sono abbondanti.”
Diventare capaci di vedere, riconoscere e valorizzare i doni di ciascuno e permetterci di condividerli
ci fa “mettere mano all’impresa di edificare in tutta la nostra terra quel buon vicinato che rassicura,
che rasserena, che rende desiderabile la convivenza dei molti e dei diversi, per cultura, ceto sociale e
religione” a cui ci invita il nostro Arcivescovo (Discorso di sant’Ambrogio 2017, Per un’arte del buon
vicinato. “Se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?”).
Lo sguardo indicato dal Papa saprà anche “guidare il discernimento dei responsabili della cosa
pubblica, così da spingere le politiche di accoglienza fino al massimo dei «limiti consentiti dal bene
comune rettamente inteso», considerando cioè le esigenze di tutti i membri dell’unica famiglia umana
e il bene di ciascuno di essi.”
In questo modo “Chi è animato da questo sguardo sarà in grado di riconoscere i germogli di pace che già stanno spuntando e si prenderà cura della loro crescita. Trasformerà così in cantieri di pace le nostre città, spesso divise e polarizzate da conflitti che riguardano proprio la presenza di migranti e rifugiati.”

Laura Rancilio
Editoriale a cura dell’Azione Cattolica Diocesana

Il Sinodo minore “Chiesa dalle genti”, percorso di ascolto per una lettura matura dei cambiamenti

Con l’intenzione di dare spessore e solidità ad un cammino di rinnovamento avviato ormai da anni,
monsignor Mario Delpini chiede alla Diocesi di iniziare un percorso inedito, quello del sinodo minore.
Si tratta in un tempo relativamente breve (un anno) di attivare un percorso articolato e organizzato di
ascolto e consultazione che porti il corpo ecclesiale ad una lettura matura dei cambiamenti che sta
vivendo, nella convinzione che proprio dentro di essi va cercato il destino di grazia che Dio ci sta
preparando.
Come recita bene il titolo di questo sinodo minore (“Chiesa dalle genti”), ci è chiesto di leggere insieme
come, in un periodo di grandi trasformazioni sociali e culturali, anche l’operazione di raccolta delle
genti che lo Spirito santo compie da secoli qui a Milano stia conoscendo trasformazioni sensibili.
C’è bisogno di un sinodo, per riuscire in un’operazione simile. Come nella precedente occasione (il
sinodo 47°, nel 1995), riprendendo di quel sinodo il capitolo dedicato alla pastorale degli esteri. Questo
testo chiede di essere adeguato ai cambiamenti che lo stanno interessando. Si tratta di comprendere
come l’arrivo di nuovi popoli ci chiede non soltanto di attivare servizi di accoglienza e percorsi di
integrazione, ma più profondamente ci chiama a realizzare una fraternità di diversi.
Lo scopo di questo cammino sinodale è eminentemente pastorale. Ogni comunità cristiana, ogni realtà
ecclesiale è invitata a reagire alle questioni poste da un testo che farà da guida al percorso sinodale. Ai
consigli diocesani (pastorale e presbiterale) spetta il compito di fare sintesi del lungo momento di
ascolto, trasformando le riflessioni raccolte in mozioni che verranno consegnate al Vescovo attraverso
l’assemblea dei decani. L’esito sarà una Chiesa maggiormente consapevole della propria cattolicità.
Una Chiesa dalle genti che con la propria vita quotidiana saprà trasmettere serenità e capacità di futuro
anche al resto del corpo sociale, aiutando a superare le paralisi e le paure con cui guardiamo spesso al
fenomeno dei migranti. Una Chiesa dalle genti, una Chiesa in sinodo che intende vivere questo cammino
proprio per restare fedele alla sua identità ambrosiana: come ai tempi di sant’Ambrogio, in continuità
con il suo spirito.

Mons. Luca Bressan
Vicario episcopale

Il Cammino dei giovani verso il Sinodo

Il desiderio della gioia abita tutte le stagioni della vita e nell’età giovanile esso si presenta in misura così evidente da poterlo considerare il suo tratto specifico. I giovani nati digitali vivono multitasking: oggi, la ricerca della gioia e del senso della vita li porta a vivere contemporaneamente su più piani. Così Papa Francesco si è rivolto ai giovani nella sua lettera in occasione del prossimo Sinodo: “Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori”. Il prossimo Sinodo dei Vescovi sui giovani, fortemente voluto da Papa Francesco, rappresenta quindi per la Chiesa l’occasione per riflettere circa il rapporto tra le generazioni. Il Sinodo chiede alla Chiesa di rileggere le pratiche pastorali fino ad oggi poste in essere. L’intento è quello di uscire incontro ai giovani, a tutti i giovani, nei loro diversi ambiti di vita per aiutarli a rispondere alla domanda “per chi sono io?”. Questa è infatti la “mossa sinodale”: un giovane incontra la gioia nel momento in cui scopre chi nella sua vita è chiamato a rendere felice. Diverse le proposte in calendario: dalla collaborazione con l’Università Cattolica, alle iniziative di ascolto nell’ambito dello sport, dell’università e del tempo libero, alle possibilità di accostarsi al discernimento attraverso l’iniziativa Start-Up!, al percorso del Gruppo Samuele, alla scuola di vita comune, all’itinerario delineato dalle Veglie di Redditio e in Traditione Symboli, nonché agli esercizi spirituali di Avvento e di Quaresima, per concludere con i pellegrinaggi estivi. Infatti, la prossima estate i nostri giovani saranno invitati dai loro educatori a camminare insieme lungo strade d’Italia ricche di storia e di spiritualità: pellegrinaggi che si concluderanno a Roma, sabato 11 e domenica 12 agosto 2018, dove tutti insieme ci si porrà in ascolto delle parole di Papa Francesco e si pregherà in vista del Sinodo. Il nostro augurio è che attraverso queste iniziative tutti i gruppi giovanili diocesani possano prepararsi al Sinodo attraverso la ricezione dei suggerimenti e degli spunti che il Documento Preparatorio ci ha offerto e continua a offrirci: il Sinodo è certamente “dei Vescovi”, ma è la Chiesa intera che vi partecipa a partire proprio dai giovani stessi e dai loro educatori.

don Massimo Pirovano
Responsabile del Servizio per i Giovani e l’Università

Messaggio per la giornata diocesana di Avvenire

I cristiani hanno qualche cosa da dire. La missione indiscutibile che Gesù ha affidato ai suoi discepoli, incaricandoli di essere il sale della terra e la luce del mondo, è difficilmente compatibile con l’afasia imbarazzata che caratterizza alcuni cristiani. Di fronte agli argomenti di attualità, assediati dai luoghi comuni, dalle ricostruzioni approssimative di problematiche, dallo scherno di chi squalifica l’interlocutore prima che abbia aperto bocca, i cristiani si sentono zittiti, preferiscono tacere “per evitare discussioni inconcludenti”. È vero che talora discutere non serve a nulla se non ci si mette in discussione ma si vuole solo ribadire quello di cui si è convinti; è vero che su argomenti di attualità i giudizi possono essere legittimamente diversificati; è vero che argomenti complessi non si possono ridurre a battibecchi durante la pausa pranzo. Tuttavia i cristiani devono avere qualche cosa da dire sugli argomenti di cui si discute in ufficio, in treno, nella cerchia degli amici, negli incontri occasionali. Ma per avere qualche cosa da dire è necessario essere informati, attingere a fonti affidabili su quello che capita, evitare di censurare i dati in basi a una tesi che è già consolidata perché funzionale agli interessi dominanti.
Per questa informazione pacata, per l’attenzione a confrontare opinioni diverse, per l’apertura a notizie che provengono anche da angoli di mondo trascurati dai notiziari attenti solo al cortile di casa, mi sento di raccomandare la lettura, l’abbonamento, la diffusione di Avvenire.
Per la verità mi sembra doveroso raccomandare più in generale l’intraprendenza, la franchezza, l’onestà intellettuale, la capacità di ascolto, insomma molte virtù che facilitano il dialogo, che consentono di approfondire il confronto e che sono occasione di testimonianza. Avvenire è uno strumento utile e merita di essere meglio utilizzato nelle comunità cristiane. Solo un utilizzo più corale può renderlo anche migliore, attento a farsi luogo di incontro della molteplicità delle sensibilità presenti nella comunità cristiana, disponibile anche ad essere critico e autocritico per rendere possibile il passo più avanti nel servizio al bene comune.
Desidero però oggi esprimere la mia gratitudine a tutti coloro che “fanno il giornale” che apprezzo anche per la buona ragione che sono personalmente lettore abbonato da alcuni decenni.
Mi piacerebbe trovare presto un’occasione per fare di questa gratitudine una festa condivisa e uno stimolo a una diffusione più capillare e a una lettura più attenta e fruttuosa del giornale. Intanto, a tutti, grazie di cuore!

Mario Delpini
Arcivescovo

La santità: ideale desiderabile al cuore dell’ uomo del nostro tempo

Il mese di novembre, sentito perlopiù come un tempo malinconico, inizia in realtà nel modo migliore, con la celebrazione della solennità di tutti i santi. San Bernardo di Chiaravalle dice: “Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri”. I desideri e la santità? Possono stare insieme? Certo! La vita dei santi è una esistenza riuscita, compiuta, spesso passata attraverso prove. Se compresa bene, la santità è un ideale profondamente desiderabile al cuore dell’uomo e della donna anche del nostro tempo. Pensiamo solo a due santi canonizzati un anno fa: Madre Teresa di Calcutta, che ha saputo incarnare la misericordia di Dio attraverso una compassione profonda per tutte le persone emarginate; Ludovico Pavoni, che ha unito attenzione sociale, educativa e professionale. Quante figure stupende ha la nostra Chiesa! Gianna Beretta Molla, Enrichetta Alfieri, Luigi Monti, Carlo Gnocchi, Luigi Monza, Luigi Talamoni e tanti altri. La solennità di tutti i santi ce li fa ricordare “insieme”, cioè come “comunione dei santi”. Infatti, una vita santa è sempre una “vita in relazione”. L’amicizia tra i santi è uno spettacolo di umanità. Questo ci ricorda che anche noi siamo fatti non per la solitudine ma per vivere in comunione gli uni con gli altri. Da questa solennità discende una luce potente anche sulla commemorazione di tutti i defunti (2 novembre). Pensiamo ai nostri cari “passati all’altra riva”, preghiamo per loro, andiamo a far loro visita al cimitero, sostenuti dalla grande speranza che ha animato la vita dei santi: Gesù, crocifisso e risorto, ha vinto il male e la morte. Il filosofo Gabriel Marcel affermava: “dire ad una persona: ti amo, è come dire: tu non morirai”. Perché l’amore vince la morte. La speranza cristiana ha l’audacia di credere nella “risurrezione della carne”. E’ ’annuncio che tutto quanto abbiamo vissuto in questa vita non andrà perduto, sarà trasfigurato in Dio; ritroveremo i volti che abbiamo amato. I santi sono stati mossi da questa speranza; per questo hanno vissuto “alla grande” e ci invitano a fare lo stesso.

Paolo Martinelli
Vescovo e Vicario episcopale