Messaggio di Papa Francesco per la giornata mondiale del creato – 1 settembre 2020

Nel messaggio per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, Papa Francesco si è soffermato sul tema scelto per la celebrazione del Tempo del Creato (che si concluderà il 4 ottobre 2020), ovvero “Giubileo per la Terra”, scelto perché quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario del Giorno della Terra. Egli spiega che nella Sacra Scrittura il Giubileo è un tempo sacro per ricordare, ritornare, riposare, riparare e rallegrarsi. L’invito al ricordo ci permette di fare memoria della vocazione originaria del Creato a essere e prosperare come comunità d’amore, perché esistiamo solo attraverso le relazioni: con Dio creatore, con i fratelli e le sorelle in quanto membri di una famiglia comune, con tutte le creature che abitano la nostra stessa casa. Il pontefice continua: «Il Giubileo è un tempo per tornare indietro e ravvedersi. Abbiamo spezzato i legami che ci univano al Creatore, agli altri esseri umani e al resto del creato. Abbiamo bisogno di risanare queste relazioni danneggiate, che sono essenziali per sostenere noi stessi e l’intero tessuto della vita. […] Abbiamo bisogno di ritornare […] ad ascoltare la terra, indicata nella Scrittura come adamah, luogo dal quale l’uomo, Adam, è stato tratto. Oggi la voce del creato ci esorta, allarmata, a ritornare al giusto posto nell’ordine naturale, a ricordare che siamo parte, non padroni, della rete interconnessa della vita. […] Ascoltiamo il battito della creazione. Essa, infatti, è stata data alla luce per manifestare e comunicare la gloria di Dio, per aiutarci a trovare nella sua bellezza il Signore di tutte le cose e ritornare a Lui.» Il Giubileo è anche un tempo per riposare dal lavoro, lasciando che la terra si rigeneri e il mondo si risistemi. Ma oggi i nostri stili di vita spingono il pianeta oltre i suoi limiti con una continua domanda di crescita e un incessante ciclo di produzione e consumi. L’attuale pandemia ci ha condotti a un bivio: continuare a vivere con uno stile di vita non equo e sostenibile, oppure scegliere di porre fine alle nostre attività e abitudini superflue e distruttive per coltivare valori, legami e progetti generativi.
Poi, Papa Francesco si sofferma sul concetto di riparazione: «Il Giubileo è un tempo per riparare l’armonia originaria della creazione e per risanare rapporti umani compromessi. Esso invita a ristabilire relazioni sociali eque, restituendo a ciascuno la propria libertà e i propri beni, e condonando i debiti altrui. Non dovremmo perciò dimenticare la storia di sfruttamento del Sud del pianeta […]. È altresì necessario riparare la terra. Il ripristino di un equilibrio climatico è di estrema importanza, dal momento che ci troviamo nel mezzo di un’emergenza. Stiamo per esaurire il tempo, come i nostri figli e i giovani ci ricordano. […] Il ripristino della biodiversità è altrettanto cruciale nel contesto di una scomparsa delle specie e di un degrado degli ecosistemi senza precedenti. […] Siamo tenuti a riparare secondo giustizia, assicurando che quanti hanno abitato una terra per generazioni possano riacquistarne pienamente l’utilizzo.» Per questo, il Papa chiede alla politica di cancellare il debito dei Paesi più fragili alla luce delle crisi sanitarie, sociali ed economiche che devono affrontare a seguito del Covid-19; assicurare incentivi per la ripresa incentrati sul bene comune; limitare la crescita della temperatura media globale sotto la soglia di 1,5 gradi centigradi per evitare una catastrofe; sostenere l’appello delle Nazioni Unite a salvaguardare il 30% della Terra come habitat protetto entro il 2030; proteggere le comunità indigene dalla deleteria estrazione di combustibili fossili, minerali, legname e prodotti agroindustriali. Solo così il Giubileo potrà essere un tempo per rallegrarsi, un evento gioioso inaugurato da un suono di tromba che risuona per tutta la terra.

E’ possibile leggere il messaggio completo su internet

TRATTA E MAFIE, il grande business

Milioni di persone nel mondo vengono sfruttati come schiavi da gruppi criminali spietati. Come contrastarli e come proteggere le vittime.
Parla Giammarinaro, Special Rapporteur dell‘ONU.

Dottoressa Giammarinaro, di che cosa parliamo oggi quando parliamo di tratta di persone?
«La tratta è sostanzialmente una gravissima forma di sfruttamento delle persone – uomini, donne bambini e bambine in condizioni disumane, spesso simile alla schiavitù. Questo sfruttamento si realizza in molti ambiti: sessuale, lavorativo, espianto di organi, mendicità, attività illegali… È impressionante quello che una persona può fare a un’altra persona per fare soldi illecitamente. In termini numerici parliamo di un fenomeno di massa. Stime dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) e di Walk Free parlano di circa 22 milioni di persone costrette al lavoro forzato compreso lo sfruttamento sessuale commerciale. Tutte le aree del mondo sono interessate dalla tratta. Non c’è un’area che possa dirsi immune. Ci sono forme che prevalgono in certi contesti: in Asia si stima che addirittura quattro persone su mille si trovino in condizioni di lavoro forzato, tratta e schiavitù. Subito dopo vengono l’Europa e l’Asia Centrale, quindi l’Africa. E una situazione assolutamente inaccettabile che deve essere affrontata con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione».
Quali le tendenze emergenti?
«Innanzitutto le vulnerabilità che derivano da contesti di conflitto. Sono tante le situazioni di guerra nel mondo e sono in aumento le atrocità che vengono commesse nei confronti dei civili. Questo produce masse di sfollati costretti a emigrare in condizioni terribili e insicure, sempre a rischio di cadere nelle mani dei trafficanti».
La seconda tendenza?
«È paradossalmente opposta alla prima. La tratta si installa, peggio si incista, nell’economia del quotidiano. Pensiamo ad esempio al lavoro domestico in condizioni servili e di reclusione che si stima rappresenti addirittura quasi il 25% del lavoro forzato. Ma questo fenomeno è presente anche nell’edilizia, in agricoltura, nella pesca, nel tessile … Anche solo guardando alla situazione italiana, in particolare al settore dell’agricoltura troviamo che il caporalato e le forme di sfruttamento paraschiavistico sono addirittura ampiamente tollerate perché c’è una mafia che si è appropriata del business dei migranti. Basti pensare che la ‘ndrangheta ha acquistato enormi porzioni di terreno agricolo in Calabria e sostanzialmente controlla tutto, dal reclutamento attraverso i caporali sino alla trasformazione e alla distribuzione dei prodotti finiti. Esiste una sorta di mercato del lavoro irregolare e parallelo che è diventato una componente sistemica della nostra economia».
Spesso tra le vittime troviamo moltissimi minorenni…
«Questa è la terza tendenza. I minori costituiscono almeno un quarto delle vittime di tratta. È una percentuale enorme e quindi deve essere considerata una priorità assoluta. In particolare, molti minori migranti non sempre hanno la protezione a cui avrebbero diritto.
Per non parlare dei minori sfollati. Penso in particolare a un viaggio che ho fatto in Giordania dove ci sono milioni di siriani, e tra di loro moltissimi minori.
I bambini diventano spesso l’unico sostegno economico della famiglia perché possono lavorare nell’economia informale sempre super sfruttati».
Ha già accennato più volte al tema delle migrazioni. Quanto i due fenomeni sono connessi?
«Il legame con le migrazioni è da sempre una delle caratteristiche più evidenti del fenomeno della tratta. Che, tuttavia, non è necessariamente legata solo alle migrazioni, e può avvenire anche in contesti locali. La grande maggioranza dei casi di tratta però si verifica in contesti di spostamento di persone, a causa delle condizioni di vulnerabilità in cui si trovano i migranti, come l’isolamento, la non conoscenza della lingua, la perdita di legami sociali e familiari e così via. Di tutto ciò approfittano i trafficanti. Ecco perché non dobbiamo nasconderci che c’è un grande problema di politiche migratorie che oggi non sono una parte della soluzione, ma appunto una parte del problema. Contribuiscono ad aumentare la vulnerabilità di migranti, richiedenti asilo, rifugiati… Purtroppo nei Paesi dell’UE non vi sono procedure di identificazione di queste vulnerabilità all’arrivo nemmeno per individuare i casi di tratta. Nonostante ciò alcune buone pratiche sono state messe in atto e talvolta qualche risultato positivo è stato raggiunto».
È una questione che tocca da vicinissimo il nostro Paese…
… Non è un problema di piccoli aggiustamenti; è la filosofia stessa dei porti chiusi che deve essere capovolta e sostituita da una politica aperta nei confronti delle molteplici vulnerabilità che si ritrovano all’interno dei flussi migratori misti e di revisione della stessa impostazione della legislazione sull’immigrazione. L’assoluta mancanza di canali legali rende ovviamente tutta l’immigrazione irregolare. La prima cosa dunque sarebbe quella di consentire una migrazione regolare, legale, che riduca le vulnerabilità dei migranti che vengono sfruttati dai trafficanti. Quando si parla di lotta ai trafficanti bisognerebbe comprendere che non è una questione militare, di muscoli o di chiusura delle frontiere, ma di protezione dei migranti. Questo naturalmente è totalmente in controtendenza con le politiche messe in atto non solo dall’Italia; ma non bisogna stancarsi di ribadirlo perché già dirlo significa fare un’operazione di verità e di corretta informazione dell’opinione pubblica».
Le mafie internazionali guadagnano cifre enormi sul traffico di persone. Cosa si potrebbe fare per contrastarle più efficacemente?
Un grande passo avanti è stato fatto con la nuova legge sul caporalato che mette finalmente nel mirino anche i datori di lavoro e non solo gli intermediari. Tuttavia, il permesso di soggiorno per grave sfruttamento lavorativo viene dato molto raramente. Ma se un lavoratore vuole ribellarsi che cosa ottiene? Niente. Perde il lavoro e rischia di essere espulso. Questo frena anche la possibilità di una lotta efficace contro le mafie e contro l’intermediazione parassitaria e criminale sia dei gruppi criminali locali che di quelli dei Paesi di origine dei lavoratori sfruttati». Occorre creare percorsi garantiti per coloro che decidono di ribellarsi perché si crei anche la possibilità di perseguire i criminali. E per fare questo bisogna seguire i soldi -follow the money – perché se si cercano i soldi si trovano anche i colpevoli. Ma c’è un problema di cooperazione tra Paesi. Inoltre, le indagini finanziarie si dovrebbero fare nei processi per tratta sin dall’inizio, ma questa non è ancora una pratica corrente.
Si fanno nei casi di corruzione odi criminalità organizzata tradizionale, ma non nei casi di tratta.
E così i profitti svaniscono e persino quando si fanno processi o si condannano i responsabili le vittime non ottengono alcun risarcimento».
In che termini dovrebbe essere coinvolta la società civile?
«Di fronte a un fenomeno di massa di questo tipo, tutti dovrebbero essere coinvolti in qualche modo. Ci sono quelli che possono fare di più perché sono maggiormente a contatto con le vittime come il personale sanitario o gli ispettori del lavoro. Poi c’è quello che possiamo fare tutti noi in quanto cittadini o consumatori, ponendoci ad esempio il problema di cosa stiamo acquistando e di come sono fatti quei prodotti. Spesso basta che apriamo gli occhi.
La stragrande maggioranza dei casi di servitù domestica sono stati segnalati da vicini di casa. Un pubblico informato può identificare certi indicatori. Per non parlare dello sfruttamento sessuale, che è lì sulle nostre strade. Anche gli uomini che acquistano servizi sessuali si dovrebbero porre il problema. Tutti possono fare qualcosa e soprattutto gli organi di informazione. Uno dei fattori trainanti della tratta è il fatto che lo sfruttamento dei migranti nella mentalità comune è considerato come qualcosa di “normale”, è stato “normalizzato”. E questo è gravissimo. Questa è una delle questioni che attraverso un’informazione corretta dovrebbe essere completamente capovolta perché la consapevolezza collettiva è la migliore arma che abbiamo».

( Tratto da “Mondo e Missione”)

Una giusta sobrietà Giornata per la custodia del creato (1 settembre)

I vescovi invitano a nuovi stili di vita in relazione con la crisi sanitaria, economica e sociale causata dal Covid 19.

Propongo un esercizio di immaginazione. Chiudi gli occhi. Pensa allo stile di vita di un uomo primitivo, con pochi ed essenziali oggetti a sua disposizione. Immagina una famiglia nell’antico Egitto o nella Roma imperiale. Oppure concentra l’attenzione sui beni materiali di un uomo del Medioevo. O focalizza la ricerca su quali sprechi poteva permettersi una persona durante la Grande Guerra… Ora riapri gli occhi. Guardati intorno e conta la montagna di cose che ti appartengono. Molte sono utili e preziose, altre in un cassetto chissà da quanto tempo! I beni sono il prolungamento della nostra vita e dicono molto di noi. Il numero spropositato di oggetti che entrano nelle nostre case rivela la nostra epoca come il regno dei gadget , soprammobili, ricordi, regalini, elettrodomestici, strumenti digitali… L’«usa e getta» domina sul «ripara e riutilizza».
Che valore può avere la sobrietà in un mondo così? È valore d’altri tempi o si può proporre anche oggi? Nella Bibbia san Paolo la consiglia alle comunità cristiane e ai destinatari delle sue lettere. Invita, per esempio, Tito a disporsi a «vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà» (Tt 2,12).
La Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro ha scelto questa frase per aiutare i credenti a celebrare la Giornata del Creato 2020, in calendario il l° settembre. Da anni si parla di “nuovi stili di vita” come distintivo di un cristianesimo attento alla cura per l’ambiente, che è dono ricevuto dal Creatore. L’espressione è meravigliosa, ma come tutte le cose belle rischia di essere svuotata dal di dentro se non corrisponde a un’esigenza condivisa e concretamente attuata.
Il Messaggio dei vescovi mette in relazione la sobrietà con la crisi sanitaria, economica e sociale causata dalla pandemia: non sembra un azzardo proporre uno stile di vita sobrio a chi non arriva alla fine del mese? Come può una persona rimasta al palo, senza lavoro o con la serranda del negozio chiusa, un povero o un disoccupato sentirsi interpellato dalla sobrietà? Perché proporre rinunce a chi vive di stenti? Ecco il problema. Abbiamo fatto coincidere sobrietà e rinuncia, stile di vitae austerità, allineandoci con la tradizione filosofica stoica, mentre ci siamo dimenticati che il cristianesimo è incarnazione. La sobrietà in stile cristiano è la scelta di stare dentro la storia.
Il coronavirus ci ha resi più fragili? Capiamo la novità di uno stile di vita sobrio perché nessuno si salva da solo! La crisi ha messo in ginocchio il lavoro e le aziende? La sobrietà è giustizia sociale nella distribuzione delle risorse. Il Covid-19 rivela l’insostenibilità ecologica odierna? Lo stile di vita adatto è fare della sostenibilità il criterio d’azione in campo economico, familiare e sociale. L’epidemia ha costretto a frenare le nostre corse frenetiche? La sobrietà invita a tessere l’elogio della lentezza, a poter lavorare da casa e a non rincorrere l’ultimo messaggio pubblicitario segnalato da Internet. La pandemia ha messo in discussione il nostro pensarci padroni del pianeta? Uno stile di vita sobrio educa alla contemplazione e alla cura!
Il Messaggio dei vescovi ricorda che «gli stili di vita ci portano a riflettere sulle nostre relazioni, consapevoli che la famiglia umana si costruisce nella diversità delle differenze». Il punto centrale è proprio la relazione. Stili di vita consumistici, inquinanti e violenti sono un problema relazionale sia con i fratelli sia con il creato. La stessa Laudato si’ rappresenta un caloroso invito a farci carico delle relazioni che ci rendono più umani: «Ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con la mera somma di beni individuali» (LS 219).
In fondo, i cambiamenti climatici, il pianeta e la vita stessa si fanno beffa di posti di blocco, dogane e filo spinato. La pandemia non ha guardato in faccia ai nostri passaporti. Ecco perché conta lo stile di vita. Possiamo fare le scelte che custodiscono relazioni di giustizia, a partire da ciò che mettiamo nel nostro carrello della spesa. Possiamo acquistare beni “insanguinati”, prodotti in modo ingiusto attraverso lo sfruttamento del lavoro, l’evasione fiscale, la frode, le mafie, il caporalato, il lavoro nero, gli appalti truccati… oppure beni “giusti”, frutto di un’attività onesta, di agricoltura biologica, di finanza etica, di riconoscimento della dignità dei lavoratori. Un mondo diverso Io si costruisce attraverso gesti semplici e ordinari. Essi rafforzano un sistema iniquo o lo contestano. Portano respiro, benefici e liquidità economica a chi investe con giustizia o lo mandano gambe all’aria. Dovrebbe essere chiaro che non tutto è uguale.
Essere giusti non equivale a essere sfruttatori. Dobbiamo imparare a chiederci: quanta disuguaglianza promuoviamo attraverso i nostri stili di vita? Quanta ingiustizia dipende dalle nostre scelte quotidiane? La nostra distanza dalla sobrietà corrisponde a un pezzo di fraternità negata!
I vescovi chiedono che «prevalga il senso sul vuoto, l’unità sulla divisione, il noi sull’io, l’inclusione sull’esclusione». Non è poco, se pensiamo ai lavaggi del cervello che ci hanno abituati a guardare ciò che accade nel mondo con senso di impotenza. Certo, il sogno di uno solo è poca cosa. La scelta di molti, però, ribalta le prospettive. Che sia la volta buona?

Corona virus: occasione per ripensare la vocazione umana

Con oltre 26 mila vittime italiane risultate positive al covid-19, tutti noi, più o meno indirettamente, ci siamo confrontati con la morte. Le immagini delle salme nei cimiteri deserti, le testimonianze del congedo di tanti anziani schermati da un display digitale, ci rivelano una verità semplice: che la morte è unita alla vita, e non esiste vaccino o pseudo-verità che possano separarla. Viene in mente la pagina del diario di Etty Hillesum in cui la scrittrice olandese, commentando la ferocia della Shoah, scriveva: «Sembra quasi un paradosso: se si esclude la morte non si ha mai una vita completa; e se la si accetta nella propria vita, si amplia e si arricchisce quest’ultima» (Etty Hillesum, Diario, 3 luglio 1942). Alla luce degli eventi traumatici che stiamo vivendo, lo psicoanalista e accademico Massimo Recalcati riflette su una nuova presa di consapevolezza. Se è vero che il coronavirus ha trovato un uomo impreparato ad affrontare le sfide, questa potrebbe rivelarsi come l’occasione feconda per ripensare al punto nodale della vocazione umana: la fratellanza, l’unico strumento di difesa della vita contro la morte.

Professore, qual è la lezione principale che ci sta dando il virus?

È una lezione traumatica e dolorosissima. Ma sarebbe ancora più drammatico e doloroso se non riuscissimo a tenere conto di questa lezione, ricominciando a vivere come prima, come se nulla fosse accaduto. Questa lezione riguarda per me due grandi temi. Il primo è quello della libertà. Il covid-19 insegna che quella concezione della libertà che abbiamo coltivato in Occidente negli ultimi decenni, la libertà come proprietà individuale, come arbitrio della volontà, è una concezione vuota e monca. Nessuno può salvarsi da solo, perché la forma eticamente più alta della libertà è la solidarietà. Nel testo biblico c’è un passaggio intenso in Qoèlet dove si dice che se uno cade c’è bisogno di un altro per rialzarsi, se uno cade ed è solo, non può rialzarsi. È la prima lezione tremenda del virus. La seconda riguarda la violenza ecocida dell’uomo. Papa Francesco ci aveva ammoniti nella sua Laudato si’: noi non siamo padroni della natura. L’umanismo non può essere confuso con la furia antropocentrica del dominio dell’uomo sulla natura. Quello che sta accadendo ha come presupposto il superamento di un limite. Abbiamo violentato il nostro pianeta. La violenza dell’epidemia è una violenza di ritorno della nostra stessa violenza.

In passato abbiamo sperimentato forme di iperconnessione a vari livelli. In che modo ci viene offerta l’occasione di ripensare alle nostre relazioni?

Nessuno, appunto, può rialzarsi da solo. La presenza dell’altro non si aggiunge alla mia vita in un secondo tempo, come un’appendice, una aggiunta esteriore appunto. Essere umani significa essere vincolati all’altro sin dal tempo della nostra nascita. Lo diceva bene Telemaco, il figlio di Ulisse, nelle prime pagine dell’Odissea: nessuno può vedere da sé la propria nascita. Il principio fondamentale della libertà è la fratellanza. Ma non una fratellanza di sangue, col più vicino, col familiare, ma la fratellanza con lo sconosciuto.

È quello che il virus ha mostrato: lo sconosciuto che incontro camminando per strada è essenziale per la mia stessa vita; i suoi atti sono essenziali ai miei; la mia vita è essenziale per la sua. La difesa della vita dalla morte non può essere l’azione di uno solo, ma può essere solo collettiva, comune, fraterna.

La quarantena ci ha obbligati a riprendere contatto con noi stessi. Come cambierà il rapporto con il nostro io?

Non sempre questo è vero. Non basta essere isolati per essere in contatto con se stessi. In ogni caso la quarantena ci ha obbligati a una prova. Cosa è davvero essenziale per la nostra vita e cosa è inessenziale? Mi auguro che possa cambiare qualcosa nel nostro modo di concepire l’io. Dovremmo abbandonare l’io-dolatria del nostro tempo. L’iocrazia, come direbbe Lacan, non genera mai nulla di buono. È una follia narcisistica. Spero che qualcuno in questa quarantena abbia davvero potuto vedere cosa ci può essere al di là del proprio io. In fondo la privazione stessa della libertà può essere vista come l’affermazione più alta della libertà, come donazione. Il richiamo ai diritti dell’io, alla sua privacy, eccetera, in un tempo emergenziale come questo insiste nel ribadire una concezione solo proprietaria, neoliberale, neolibertina, della libertà. Non si riesce a vedere nella privazione, non tanto un’espiazione sacrificale, ma una donazione senza la quale il male dilagherebbe, i nostri medici e tutto il personale sanitario sarebbero travolti dalla malattia, le nostre comunità sconvolte.

In che modo la pandemia ribalta la nostra semantica del confine?

Gli uomini hanno sempre tracciato confini. Hanno bisogno del sentimento di appartenenza. Negli ultimi tempi però il confine si era trasformato in muraglia, steccato, bastione, porto chiuso. La minaccia era incarnata dal migrante, dallo straniero. E la tentazione del muro rispondeva a questa minaccia assicurando protezione. Ora il virus ha sbaragliato questo modo di concepire il nostro rapporto con lo straniero. Il virus è uno straniero che è in mezzo a noi, si infiltra nell’amico, nel familiare, nel nostro stesso corpo. La semantica del confine deve essere allora ridisegnata. La tentazione del muro non è più sufficiente. Deve essere superata. Noi siamo obbligati a convivere con lo straniero. Altra tremendissima lezione.

Quali responsabilità dovremmo assumerci nella costruzione del mondo post-pandemia?

Non possiamo continuare a vivere come abbiamo vissuto. In rapporto alla natura innanzitutto. Ma anche nelle nostre comunità. Dovevamo fermarci per disintossicarci. Certo, sarebbe stato meglio non così, non per questo virus, non a causa di tutto questo male, di tutto questo dolore. Il post pandemia non sarà però il post-trauma. Ci sarà un traumatismo anche della ripartenza perché non ritroveremo più il mondo come l’abbiamo conosciuto. Dovremmo ricostruire un mondo. Siamo un po’ nella posizione in cui si trovò Noè dopo la devastazione del diluvio. Il mio augurio è che prevalga lo spirito del piantare la vigna piuttosto che quello della lotta senza tregua tra gli uomini.

Quale futuro lei immagina, dunque?

Appunto: le conseguenze socialmente drammatiche di questa pandemia esporranno i soggetti più fragili e vulnerabili a una condizione disperata di bisogno. Penso che le istituzioni debbano non lasciare nessuno nell’abbandono. Potremmo diventare anche peggio di quello che eravamo: rabbia, disperazione, violenza, fobia sociale. Ma è possibile che la potenza negativa di questo trauma stimoli invece una risposta positiva altrettanto potente. Bisogna liberare le nostre energie migliori per immaginare il mondo in modo nuovo. La de-burocratizzazione non è più solo una esigenza tecnica ma dovrebbe diventare una postura mentale inedita. Mettere in moto la forza generativa del desiderio, piantare una moltitudine di vigne.

Consigli per un “tempo in disparte” estivo

Spiritualità

Henri Nouwen, L’Abbraccio benedicente, meditazione sul ritorno del figlio prodigo, Queriniana.

Enzo Bianchi, Lettere a un amico sulla vita spirituale, Qiqajon.
(Un percorso sulle tematiche che appartengono ad un cammino spirituale cristiano).

Romanzo

W. Paul Young, Il Rifugio, Bur
(E se un giorno ricevessi un biglietto firmato da Dio? Briciole di teologia trinitaria disseminate in un racconto).