Accogliere l’Arcivescovo Mario: la bellezza di un cammino di concretezza

Ci ha colpito tutti l’intensità della preghiera liturgica e nello stesso tempo la scioltezza familiare con cui si è presentato e noi abbiamo accolto il nostro nuovo Arcivescovo Mario Delpini. Mi è sembrato che questo possa essere lo stile per il cammino della nostra Chiesa: siamo Chiesa che nella celebrazione domenicale contempla l’opera di Dio e nello stesso tempo si sente sicura, aperta, e sciolta. Sicura di essere amata dal suo Signore. Sciolta da paure che non la rendono capace di vedere di quante pietre vive e preziose è composta, e di appassionarsi ad essere un segno della Gerusalemme nuova che l’Agnello va costruendo con il dono del suo sangue. Sciolta dall’inerzia del “si è sempre fatto così” e aperta ad imparare a fare, a tutti i livelli, un “cammino insieme”, che è sempre opera dello Spirito santo, che è disciplinato nell’agire e coraggioso nelle riforme necessarie nel cambiamento d’epoca che stiamo attraversando.
Abbiamo accolto “l’Arcivescovo”. Noi ambrosiani siamo fatti così: accogliamo l’Arcivescovo perché è l’Arcivescovo, così come accogliamo il Parroco perché è il Parroco. Qualche volta anche noi siamo tentati di personalizzare la figura vescovo, creando tifosi e avversari per i più svariati motivi, ma credo che lo stile dell’Arcivescovo Mario ci aiuterà a ritrovare la scioltezza e la bellezza di un cammino che continua, senza perdere nulla dei passi fatti, anzi valorizzandoli per procedere insieme nel cammino. Personalmente ritengo che il nostro non sia il tempo del “ricominciare da capo” o degli “effetti speciali che ci stupiscono”, piuttosto quello della concretezza, del creare insieme condizioni che ci rendano vicini, solidali, contenti di vedere altri, i piccoli e i poveri, a loro volta contenti.
Abbiamo accolto l’Arcivescovo “Mario”. Con la sua originalità, il suo stile, la sua storia e il suo cammino. Abbiamo già condiviso con lui molti anni nel servizio alla Chiesa, e moltissimi lo hanno incontrato nelle sue visite alle parrocchie e ai Decanati. “Un editto che vorrei enunciare – ha detto qualche settimana fa scherzando, ma non troppo – è che è proibito lamentarsi su come vanno le cose, ma essere gente che, prendendo visione delle cose, mette mano ad aggiustare questo mondo, senza presunzione di avere ricette già pronte, proprio perché siamo tutti chiamati a mettere a frutto la vocazione che abbiamo ricevuto, ognuno con i propri carismi”. Credo proprio che il nuovo Arcivescovo ci farà lavorare tanto! E ci farà lavorare “insieme”.

Franco Agnesi
Vicario episcopale

Un nuovo Vescovo per la nostra diocesi

Il 7 luglio scorso Papa Francesco ha nominato Sua Eccellenza Mario Delpini Arcivescovo della Diocesi ambrosiana. Sostituisce il Cardinale Angelo Scola che nel novembre dello scorso anno aveva presentato le dimissioni secondo la norma canonica, avendo raggiunto i 75 anni di età. Finora Mons. Delpini aveva ricoperto il ruolo di Vicario Generale della Diocesi. Era quindi uno strettissimo
collaboratore del Cardinale Scola.
I media hanno presentato ampiamente la storia, la figura, i tratti di Mons. Delpini e già in molti, in
diversi luoghi della Diocesi, hanno potuto apprezzare la sua parola chiara e diretta, il suo stile di vita
sobrio e, per così dire, “normale”, la sua spontanea disponibilità a stare in mezzo alla gente.
Noi, come comunità cristiana, sentiamo importante porci questa domanda: cosa significa per una
Diocesi accogliere il dono di un nuovo Vescovo?
Il Vescovo non è un funzionario, tanto meno un manager o un uomo di potere. Non sono pochi coloro che tendono a leggere la figura del Vescovo sotto questa luce. È un difetto di prospettiva, molto diffuso e tipico della logica mondana di intendere ogni ruolo.
Per capire chi sia il Vescovo bisogna guardare ai Vangeli, in particolare andrebbero rilette le parole e gli insegnamenti di Gesù ai 12 apostoli. Perché il Vescovo è un successore degli apostoli.
Gesù chiede agli apostoli di servire, di non cercare la propria gloria, di non porsi il problema su chi sia
il più grande, bensì di seguirlo fino al dono della vita. Chiede loro di essere annunciatori e testimoni
della misericordia di Dio, pastori la cui voce sia riconosciuta dal gregge, disponibili ad andare in cerca
della pecorella smarrita, padri pronti ad accogliere il figlio che aveva abbandonato la casa. Chiede loro
di essere determinati a denunciare il male e tutto ciò che minaccia la dignità dell’uomo, ad intervenire
per guarire dalle infermità e capaci di evidenziare il bene, da qualunque parte venga.
Papa Francesco ha sottolineato che il Vescovo deve sapere stare davanti al gregge, per guidarlo e aprirgli il cammino, mostrandogli la bellezza della prospettiva del Regno promesso dal Signore; deve sapere mettersi in mezzo al popolo di Dio per ascoltarlo, riconoscendone la fede vissuta spesso con travaglio e fatica, per esortarlo con parole e gesti di conforto e solidarietà; deve sapere portarsi dietro al gregge, mettendosi anche al passo di chi fa più fatica, alzando la voce nei confronti di coloro che vogliono correre troppo avanti, affinché nessuno si perda.
L’accoglienza del nuovo Vescovo per una Diocesi è l’accoglienza della grazia di questa presenza che
si rinnova.
La nostra Diocesi ambrosiana deve essere riconoscente, perché ha goduto del servizio di tanti santi Arcivescovi che nelle diverse epoche hanno accompagnato il popolo di Dio all’incontro e alla
conoscenza di Gesù. Vescovi miti e coraggiosi; Vescovi sapienti e pastori secondo il cuore di Gesù.
Tutti Vescovi che non sono mai stati lasciati soli, mai guardati dal basso ma sempre riconosciuti nel
cuore della vita della società e della Chiesa. La vera ubbidienza al Vescovo non è la fredda
esecuzione dei suoi dettati, ma la comunione solidale con lui nella fedeltà al Vangelo, alla Parola di Dio.
Possa il Vescovo Mario sentire forte questa comunione. Possa incontrare un popolo di Dio che
professando la fede con la vita, gli dice: “Andiamo, guidaci incontro al Signore; andiamo ad annunciare
ad ogni donna e ad ogni uomo del nostro tempo l’amore e la misericordia di Dio”.

Mons. Gianni Zappa, assistente unitario Azione Cattolica ambrosiana

Quel parlar che diventa “chiacchiera”

Gli apostoli …. tutti erano peccatori, tutti. Invidiosi, avevano gelosia tra loro: “No, io devo occupare il primo posto e tu il secondo”; e due di loro parlano alla mamma perché vada a parlare a Gesù che dia il primo posto ai loro figli… Erano così, con tutti i peccati. Erano anche traditori, perché quando Gesù è stato catturato, tutti sono scappati, pieni di paura; si sono nascosti: avevano paura. E Pietro, che sapeva di essere il capo, sentì il bisogno di avvicinarsi un po’ per vedere cosa accadeva; e quando la domestica del sacerdote disse: “Ma anche tu eri…”, disse: “No, no, no!”. Rinnegò Gesù, tradì Gesù. Pietro! Il primo Papa. Tradì Gesù.
E questi sono i testimoni! Sì, perché erano testimoni della salvezza che Gesù porta, e tutti, per questa salvezza si sono convertiti, si sono lasciati salvare. E’ bello quando, sulla riva del lago, Gesù fa quel miracolo [la pesca miracolosa] e Pietro dice: «Allontanati da me, Signore, perché sono peccatore» (Lc 5,8). Essere testimone non significa essere santo, ma essere un povero uomo, una povera donna che dice: “Sì, sono peccatore, ma Gesù è il Signore e io do testimonianza di Lui, e io cerco di fare il bene tutti i giorni, di correggere la mia vita, di andare per la giusta strada”.
Soltanto io vorrei lasciarvi un messaggio. Questo lo capiamo tutti, quello che ho detto: testimoni peccatori. Ma, leggendo il Vangelo, io non trovo un [certo tipo di] peccato negli Apostoli. Alcuni violenti c’erano, che volevano incendiare un villaggio che non li aveva accolti… Avevano tanti peccati: traditori, codardi… Ma non ne trovo uno [particolare]: non erano chiacchieroni, non parlavano male degli altri, non parlavano male uno dell’altro. In questo erano bravi. Non si “spennavano”.
Io penso alle nostre comunità: quante volte, questo peccato, di “togliersi la pelle l’uno all’altro”, di sparlare, di credersi superiore all’altro e parlare male di nascosto! Questo, nel Vangelo, loro non l’hanno fatto. Hanno fatto cose brutte, hanno tradito il Signore, ma questo no. Anche in una parrocchia, in una comunità dove si sa… questo ha truffato, questo ha fatto quella cosa…, ma poi si confessa, si converte… Siamo tutti peccatori. Ma una comunità dove ci sono le chiacchierone e i chiacchieroni, è una comunità che è incapace di dare testimonianza.
Io dirò soltanto questo: volete una parrocchia perfetta? Niente chiacchiere. Niente. Se tu hai qualcosa contro uno, vai a dirglielo in faccia, o dillo al parroco; ma non fra voi. Questo è il segno che lo Spirito Santo è in una parrocchia. Gli altri peccati, tutti li abbiamo. C’è una collezione di peccati: uno prende questo, uno prende quell’altro, ma tutti siamo peccatori. Ma quello che distrugge, come il tarlo, una comunità sono le chiacchiere, dietro le spalle.
Io vorrei che in questo giorno della mia visita questa comunità facesse il proposito di non chiacchierare. E quando ti viene voglia di dire una chiacchiera, morditi la lingua: si gonfierà, ma vi farà tanto bene, perché nel Vangelo questi testimoni di Gesù – peccatori: anche hanno tradito il Signore! – mai hanno chiacchierato uno dell’altro. E questo è bello.
Una parrocchia dove non ci sono le chiacchiere è una parrocchia perfetta, è una parrocchia di peccatori,
sì, ma di testimoni. E questa è la testimonianza che davano i primi cristiani: “Come si amano, come si
amano!”. Amarsi almeno in questo. Incominciate con questo. Il Signore vi dia questo regalo, questa
grazia: mai, mai sparlare uno dell’altro. Grazie.

Da una omelia di papa Francesco

Commento al Padre Nostro “Rimetti a noi i nostri debiti”

Siamo alla quinta domanda del Padre Nostro. Che è la preghiera dove mai si dice io, mai mio. Ma sempre tuo e nostro. Preghiera espropriata. Dove ci scopriamo creature di legami, dove esistere è coesistere. In principio a tutto, il legame. Quello che ci lega a Dio: orizzonte ultimo; e quello che ci stringe all’orizzonte penultimo, i compagni di cordata.
Pregare è aprirsi ai legami, aprire la nostra casa, come si apre una finestra al sole, una porta sul vento della strada; aprirsi in due direzioni: quotidiano ed eterno; l’eterno che si insinua nell’istante, l’istante che si apre sull’eterno. Rimetti a noi come noi rimettiamo agli altri. Ci mettiamo davanti a Dio e ci impegniamo ad essere per gli altri quello che vogliamo che Dio sia per noi. Vogliamo il suo perdono ma ci impegniamo davanti a Dio ad essere generosi di perdono. La premura per gli altri è dentro la preghiera, è testo di preghiera.
Nella quinta domanda del Padre Nostro accogliamo una definizione dell’essere umano: ci definiamo tutti come debitori. È un modo nuovo e leggero di abitare la terra: passare nel mondo come debitori grati a infiniti fratelli, e alla madre terra, riconoscenti e lieti per la vita, la salute, la cultura, il benessere, la scienza, le scoperte, i servizi, i miei maestri, il pilota dell’aereo che mi ha portato qui, la medicina, l’elettricista che ha fatto funzionare il microfono, il raccoglitore di cotone da cui viene la mia camicia.
Noi viviamo di una ospitalità cosmica. Verso cui siamo debitori non creditori che esigono spietatamente ciò che pensano che spetti loro come diritto o dovere. Debitori non pretendenti. Il debito di esistere si paga solo con la gratitudine e con l’amore: non abbiate con nessuno altro debito che quello di un amore reciproco. Il collante del mondo, il tessuto connettivo della società, che ha il ruolo della particella Xi appena scoperta al Cern di Ginevra, definita la colla della materia, ebbene la colla degli spiriti è un debito, una gratitudine reciproca.
Ciò che tiene unito il mondo e connessa la storia non è la riscossione dei miei diritti, non è la meritocrazia, non è neppure la verità (la mia verità contro la tua verità e nascono tutte le guerre). È una strada che Nelson Mandela descrive così: «Il perdono libera l’anima, rimuove la paura. È per questo che è un’arma potente». «Il perdono strappa dai circoli viziosi, spezza le coazioni a ripetere su altri ciò che hai subito, la catena della colpa e della vendetta, spezza le simmetrie dell’odio» (Hanna Arendt).
Alle offese si può reagire in modo antitetico con la vendetta o con il perdono. Chi imbocca la prima strada crede che al male subito si possa “riparare” mediante un altro male. Usa il male come cicatrizzante. Ma allora saranno non più una ma due ferite a sanguinare: «occhio per occhio.
Se fosse applicata questa legge il mondo sarebbe cieco» (Kalil Gibran). Con il perdono invece si
innesca un meccanismo che può portare a quel miracolo della storia che è stato il Sudafrica di
Mandela alla fine dell’Apartheid, con la commissione per la giustizia e la riconciliazione.
Ricerca e riconoscimento della giustizia, innanzitutto: perché il perdono non va confuso con il
subire in silenzio angherie, con l’accettazione dell’ingiustizia, come purtroppo per molto tempo
è stato predicato soprattutto ai soggetti deboli, fossero le donne o i bambini violati, o i contadini
e operai sfruttati dai padroni… Giustizia prima e poi riconciliazione. Noi siamo più della storia
che ci ha partorito, possiamo andare oltre la vicenda che ci ha ferito.
È chiaro che siamo anche quella storia e con quella dobbiamo fare i conti, non metterci
semplicemente una pietra sopra, dimenticare: questo è rimozione, non perdono. Non fare i conti
con il proprio passato ci rende pericolosi: le ferite rimangono aperte e siamo ostaggio di quel
male che continua ad agire, anche se inconsapevolmente.
La cura non necessariamente sanerà la ferita, ma può farci capire che non tutto il mondo impugna
un coltello pronto a colpirci. Ci sono anche mani che accarezzano accanto a quelle che ci hanno
schiaffeggiato. Se non perdoni, vivi alimentando il tuo rancore e la vita si fa rancida, senti che la
vita ti ha derubato di qualcosa e non sei capace di gratitudine né di stupore. Il perdono nella
Bibbia come nella vita è una cosa seria. Non è fare come il cagnolino che lecca la mano che prima
lo ha colpito. Non sempre è possibile ristabilire la relazione con chi ci ha ferito, non sempre è
opportuno farlo.
Non si può chiedere alla vittima di uno stupro di perdonare il suo stupratore fino a riconciliarsi
con lui. Sarebbe inopportuno. Si può arrivare al perdono, a concedere e ricevere il perdono, senza
che questo comporti il ristabilire un rapporto, un contatto. Anche la Bibbia ci racconta storie dove
le ferite sono così gravi che non è più possibile riallacciare una relazione, come quando subentra
un lutto. Se uccidi qualcuno non potrai più ristabilire la relazione. Puoi però fare un cammino
perché le nuove relazioni siano differenti.
Il perdono nella Bibbia come nella vita è una cosa seria. Siamo abituati a una immagine banale
del perdono, secondo una spettacolarizzazione del dolore. Chi non assistito alla classica scena
televisiva del giornalista che piazza il microfono davanti a un volto distrutto e pone quella
domanda oscena, indecente: perdona l’assassino di suo figlio? Questo riduce il perdono ad un
semplice fatto emotivo, da consegnare allo spettacolo dell’audience, senza rispetto per il serio,
lungo, complesso processo di perdono, che non si risolve magicamente, non va da sé come un
fenomeno naturale, ma necessita di maturazione, implica rischio, impone scelte.
Il perdono non è un sentimento, è una decisione. Non fa la sua comparsa come un moto spontaneo
del cuore, domanda decisione perseveranza cambiamento. Perdonare non è una presa di posizione
ideologica – se sei credente devi saper perdonare –. È piuttosto una sapienza sorta dalla vita, un
discorso fatto a partire dalla grammatica della condizione umana.
Perdonare il male ricevuto è come il tentativo di ristabilire relazioni che permettano di andare
avanti, in modo positivo, nella vita, di essere se non proprio felici almeno in grado di pensare che
la vita sia un dono e non un pacco, una fregatura… Perdonare non è dimenticare. È aprire futuro.
Il bisogno di perdono è il bisogno di non trascinarci dietro per sempre il peso dei nostri sbagli,
delle ferite, dei fallimenti, di non rinchiudere nessuno, né noi né gli altri, dentro ergastoli interiori,
ma di liberare il futuro.

Ermes Ronchi

Commento al Padre Nostro “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”

La richiesta su cui oggi ci fermiamo è la più naturale e semplice fra quelle contenute nella preghiera insegnata da Gesù ai discepoli. Lo ha colto molto bene Benedetto XVI, quando ha affermato: «La quarta domanda del Padre Nostro ci appare come la più “umana” di tutte. Il Signore, che orienta il nostro sguardo su ciò che è essenziale, sull’“unica cosa necessaria”, sa però anche delle nostre necessità terrene e le riconosce. Egli, che ai suoi discepoli dice: “Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete” (Mt 6, 25), ci invita tuttavia a pregare per il nostro cibo e a trasmettere così la nostra preoccupazione a Dio».
Gesù ha vissuto in quel mondo mediterraneo in cui il pane significa tanto nell’alimentazione e nella vita quotidiana. È l’alimento di base della dieta della maggior parte delle popolazioni del Mediterraneo: spesso la base su cui si pongono condimenti o altri cibi, l’elemento essenziale per le diete più povere. Il pane è quindi tanto presente nella Scrittura, perché era ben presente nella cultura e nella vita quotidiana. Certamente per il mondo ebraico, il pane era il cibo essenziale. Per altre culture non è così.
Dovremmo parlare invece di riso o di altro cibo di base. Non è così nella cultura e nella dieta di noi europei, per cui il pane è molto importante. Il pane è un alimento povero, oltre a essere un alimento basico: sostegno all’esistenza concreta di ciascuno. […] La globalizzazione ci mette rapidamente a parte delle notizie da tutto il mondo. Si sa molto e presto: la fame di terre lontane, le difficoltà, i bisogni. L’immagine del dolore ci raggiunge. Le società europee sono capaci di pensare in termini di condivisione? O tutto quello che è destino comune finisce per essere visto come giogo?
La quarta domanda del Padre Nostro restituisce il senso minimale di fraternità per cui almeno il pane, almeno il pane dell’oggi, dev’essere messo in comune. Non i grandi investimenti, non le grandi strategie. Non le visioni del futuro, non i programmi dalla lunga durata. Ma almeno il pane. Il pane per l’oggi. Siamo in un tempo in cui il pane degli altri interessa relativamente: forse anche in una stagione in cui cambiare il mondo non è più di moda. Ma il Vangelo ci aiuta a incamminarci su una strada nuova.
È il cammino del Maestro, che non passò indifferente di fronte ai malati, ai lebbrosi, agli affamati, alle lacrime delle donne e al dolore degli uomini. Chi salva una fragile vita cambia il mondo. Chi dà il pane cambia il mondo. La globalizzazione in corso non significa automaticamente un’assunzione globale di responsabilità. Anzi. Sta a noi fare una scelta. Sta a noi vivere quella globalizzazione del cuore che il Padre Nostro insegna. La Chiesa, comunione universale, ha la globalizzazione nei suoi cromosomi. Ma bisogna allargare la solidarietà. La lontananza non ci condanna all’indifferenza.
Questo è il punto! Cinquant’anni fa, il 9 febbraio 1966, Paolo VI lanciò un grande appello per la fame in India, dove si era recato rimanendone assai colpito: «Ci siamo ricordati del miracolo della moltiplicazione dei pani! Noi non abbiamo affatto la virtù prodigiosa di Cristo di far scaturire pane dalle nostre mani impotenti. Ma abbiamo pensato che il cuore dei buoni può compiere questo miracolo… Nessuno oggi può dire: io non sapevo. E, in un certo senso, nessuno oggi può dire: io non potevo, io non dovevo. La carità tende a tutti la sua mano. Nessuno osi rispondere: io non volevo!».
Chi ha imparato a dire «Dacci oggi il nostro pane quotidiano », rifletta su ognuna di queste parole di Paolo VI: «Io non potevo», «Io non dovevo» o «Io non volevo »! In questo mondo globale i cristiani possono essere una riserva di umanità e la profezia di un mondo in cui il lontano non è senza volto e senza parola. Siamo partiti da una tentazione e da un sogno. Il sogno di uomini che vivevano in una terra con molte pietre aride e poche spighe. La tentazione dell’Avversario a Gesù: «Di’ a questa pietra che diventi pane». Riflettendo sul Padre Nostro scopriamo un altro sogno: quello di Dio. Il sogno di crescere uomini che mettono in comune il pane, ogni giorno. […] Dare il pane quotidiano. Bisogna allargare la solidarietà.
È necessario tener viva la memoria di chi soffre, mostrare vie percorribili ai nostri concittadini per essere solidali, far crescere la cultura della solidarietà nei nostri paesi. Penso a quell’ondata d’interesse che passa attraverso le adozioni a distanza, capaci di creare un rapporto tra persona e persona. L’ondata d’interesse per i corridoi umanitari con cui sono state salvate dai trafficanti di uomini le vite di tanti siriani in fuga dalla guerra. Nonostante la crisi non si può nascondere che esiste in Italia una generosità, rivelatrice della voglia dei nostri concittadini di aiutare i lontani.
Dobbiamo mostrare che ci sono vie per cui la solidarietà è possibile: è possibile aiutare ad avere
il pane, la parola e la pace. La gente cerca di amare. Chi cerca di amare senza saperlo cerca anche
colui che è l’amore. La lontananza non ci condanna all’indifferenza. L’amore ci porta vicini a chi
soffre lontano. I cristiani, in questo mondo globalizzato, sono chiamati ad avere una spiritualità
aperta all’universale, senza dimenticare certo il vicino. E non c’è universalità migliore che la
partecipazione ai dolori di chi è povero o di chi soffre. È il senso dell’appello lanciato da Paolo
VI per la fame in India.
I cristiani sono quelli che non dicono: io non potevo o io non dovevo o io non volevo! In questo mondo globale, possono essere una riserva di umanità e la profezia di un mondo in cui il lontano non è senza volto e senza parola. È un mondo in cui il lontano si fa vicino, mentre si lanciano tanti ponti, fatti della solidarietà del pane, della parola, della pace, sull’abisso di distanza, d’indifferenza, d’incomprensione, che divide i popoli. L’indifferenza allarga gli abissi.
La carità tende a tutti la sua mano e così impercettibilmente –come il movimento tellurico –
avvicina i mondi. Per concludere vorrei citare un grande filosofo russo, Nikolaj A. Berdjaev, che in un certo senso riassume con profondità la questione affrontata: «Quella del pane è per me una questione materiale; ma la questione del pane per il mio prossimo, per gli uomini di tutto il mondo, è una questione spirituale e religiosa. La società dev’essere organizzata in modo tale che vi sia pane per tutti; soltanto allora la questione spirituale si porrà davanti all’uomo in tutta la sua profonda essenza».

Marco Impagliazzo