Sulla leggerezza del parlare

Alcuni fratelli di Scete vollero vedere l’abate Antonio. Salirono su una barca, e li trovarono un anziano che anche lui voleva andare da Antonio, ma i fratelli non ne sapevano niente. Seduti sulla barca conversavano sui detti dei padri, sulle Scritture e sui loro lavori manuali. L’anziano invece stava in silenzio. Giunti al porto, si accorsero che anche l’anziano andava dall’abate. Arrivati da Antonio, questi disse: «Avete trovato un buon compagno di strada in questo anziano! ». E al vecchio: « E tu ti sei trovato con dei buoni fratelli, Padre! ». L’anziano rispose: d’accordo, ma la loro casa non ha porte: entra chi vuole nella stalla e slega l’asino! ». Parlava così perché i fratelli dicevano tutto quello che passava loro per la testa.

Detti dei Padri del deserto.

Perché maggio è il mese di Maria ?

La storia di questa pratica devozionale popolare affonda le sue radici nel Medioevo e nel legame tra la Madonna e i fiori.

La devozione mariana che si sprigiona a maggio ha radici nel Cinquecento, quando a Roma san Filippo Neri insegnava ai suoi giovani a circondare di fiori l’immagine della Madre, a cantare le sue lodi e a offrire atti di mortificazione in suo onore. Ma il legame tra la Madonna e i fiori, ci porta indietro nel XII secolo alle riflessioni dei filosofi di Chartres, ma soprattutto, nel secolo successivo, al re di Castiglia e Leon Alfonso X il Saggio, che nelle Cantigas de Santa Maria la celebra come «Rosa delle rose, fiore dei fiori, donna fra le donne, unica signora, luce dei santi e dei cieli via».
Nel primo Trecento, il beato Enrico Suso di Costanza, mistico domenicano, nel Libretto dell’eterna sapienza si rivolge così alla Vergine: «Sii benedetta tu aurora nascente, sopra tutte le creature, e benedetto sia il prato fiorito di rose rosse del tuo bel viso, ornato con il fiore rosso rubino dell’Eterna Sapienza». D’altronde, è nel Medioevo che nasce il rosario, che richiama nel nome proprio le rose. Rose che componevano le ghirlande che si regalavano alle amate, come le Ave Maria compongono i rosari offerti alla Madonna.
Questa associazione emerge anche dalle attività di una sorta di confraternita denominata Comunella, fondata nel 1677 dal noviziato di Fiesole. Una cronaca dell’epoca racconta che «essendo giunte le feste di maggio e sentendo noi il giorno avanti molti secolari che incominciava a cantar meggio e fare festa alle creature da loro amate, stabilimmo di volerlo cantare anche noi alla Santissima Vergine Maria». Inizia così il Calendimaggio, cioè il primo giorno del mese, al quale a breve si aggiunsero prima le domeniche, poi tutti gli altri giorni. A questi riti popolari, in cui si pregava, si cantavano litanie e s’incoronavano di fiori le statue mariane, si affiancarono le pubblicazioni, diffondendone l’interesse in tutta la Penisola.
È il 1725 quando esce a Parma Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei, scritto con uno pseudonimo dal padre gesuita veronese Annibale Dionisi. La novità più importante riguarda l’invito a praticare questa devozione nei luoghi quotidiani, quindi non necessariamente in chiesa, «per santificare quel luogo e regolare le nostre azioni come fatte sotto gli occhi purissimi della Santissima Vergine». Nel 1785, un altro libro contribuirà al suo sviluppo: Il mese di Maria o sia di Maggio del padre gesuita Alfonso Muzzarelli.
Con la proclamazione del dogma dell’Immacolata concezione nel 1854 la pratica devozionale cresce, anche grazie all’amore per la Vergine di santi come don Bosco. Nell’enciclica Mense Maio del 1965, Paolo VI indica maggio come «il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l’omaggio della loro preghiera e della loro venerazione», sempre ricordando che «Maria è pur sempre strada che conduce a Cristo. Ogni incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso».

Celebrare la Pasqua nel nostro tempo

Che significa celebrare Pasqua nel nostro mondo pieno di sofferenze, di odio, di ostilità, di guerre? Che vuol dire la nostra liturgia orientale quando ci fa cantare che Cristo “con la morte ha vinto la morte” e ci fa ascoltare “che non c’è più alcun morto nei sepolcri”, mentre la morte esiste ancora ed è l’unica certezza assoluta in questo mondo, a dispetto di tutta l’agitazione umana? …
Non c’è una risposta definitiva a questa domanda, non esiste una spiegazione della fede pasquale formulabile in termini scientifici. Ciascuno può testimoniare soltanto la propria esperienza. Ma se vi riflettiamo, proprio al cuore di questa esperienza vissuta e personale, scopriamo a un tratto il fondamento di tutto, che cancella tutti i nostri dubbi e interrogativi come il fuoco che fonde la cera e illumina ogni cosa di luce abbagliante. Qual è dunque questa esperienza? Non posso descriverla e definirla altrimenti che come l’esperienza del Cristo vivente. Ciò che rende possibile la festa stessa della Pasqua, ciò che riempie di gioia e di luce questa notte unica e fa risuonare con tanta forza il grido di trionfo: “Cristo è risorto! È veramente risorto!”, è proprio la mia fede nata dall’esperienza vivente di Cristo.
Come e quando essa è sorta, non lo so, non lo ricordo più. So solo che quando apro i vangeli e leggo le parole di Gesù e il suo insegnamento, ripeto dentro di me, con tutto il cuore e con tutto il mio essere, le parole degli inviati dei farisei, venuti per arrestare Gesù e ritornati senza averlo potuto fare: “Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!” (Gv 7,46). La prima cosa che so è che l’insegnamento di Cristo è vivo e che nulla al mondo può essergli paragonato. Questo insegnamento mi parla di vita eterna, di vittoria sulla morte, di un amore che vince la morte. Ormai so che nella vita in cui tutto sembra difficile e quotidiano, l’unico bene che rimane e non cambia mai è proprio la coscienza che Cristo è sempre con me. “Non vi lascio orfani. Ritornerò da voi” (Gv 14,18).
Viene a noi e noi possiamo sperimentare la sua presenza. Nella preghiera, nel fremere dell’anima, nella gioia incomprensibile e tuttavia così intensa, nella presenza misteriosa e certa della sua persona, nella Chiesa che prega e amministra i sacramenti, ogni volta questa esperienza cresce e si amplifica: il Cristo è presente, le sue parole si sono compiute. “Se uno mi ama io lo amerò e mi manifesterò a lui; e noi verremo e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 21. 23). Nella gioia e nella sofferenza, in mezzo alla folla e nella solitudine, ritroveremo la certezza della sua presenza, la forza della sua parola, la gioia della fede in lui. Ecco la sola risposta e la sola prova. Perché cercare tra i morti colui che è vivente? Perché piangere l’incorruttibile nella corruzione? Il cristianesimo non è nient’altro che il sentimento rinnovato di questa fede e la sua incarnazione. Pasqua, infatti, non è il ricordo di un evento passato. È l’incontro reale nella gioia e nel gaudio con colui nel quale il nostro cuore ha scoperto la vita e la luce. La grande notte pasquale testimonia che Cristo è vivente e che noi siamo viventi in lui. È un richiamo a vedere nel mondo e nella vita I’alba del giorno misterioso del regno di luce. La Chiesa orientale canta: «In questo giorno la primavera espande il suo profumo e la creatura rinnovata si rallegra». Essa si rallegra nella fede, nell’amore e nella speranza. “È il giorno della resurrezione. La festa ci illumini, abbracciamoci gli uni gli altri come fratelli, nel nome del Risorto perdoniamo coloro che ci odiano e cantiamo: ‘Cristo è risorto dai morti, con la morte ha distrutto la morte e a coloro che giacevano nei sepolcri donato la vita’. Cristo è risorto!”.

A. Schmemann.

Collocazione provvisoria

Nel Duomo vecchio di Molfetta c’è un grande crocifisso di terracotta. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l’ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: collocazione provvisoria.
La scritta, che in un primo momento avevo scambiato come intitolazione dell’opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata, al punto che ho pregato il parroco di non rimuovere per nessuna ragione il crocifisso di lì, da quella parete nuda, da quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito.
Collocazione provvisoria. Penso che non ci sia formula migliore per definire la Croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo.
Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell’abbandono. Non ti disperare, madre dolcissima che hai partorito un figlio focomelico. Non imprecare, sorella, che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti, fratello povero, che non sei calcolato da nessuno, che non sei creduto dalla gente e che, invece del pane, sei costretto a ingoiare bocconi di amarezza. Non avvilirti, amico sfortunato, che nella vita hai visto partire tanti bastimenti, e tu sei rimasto sempre a terra.
Coraggio. La tua Croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre “collocazione provvisoria”. Il calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificatorio. Anche il Vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della Croce.
“Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra”. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane.
Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario c’è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio.
Coraggio, fratello che soffri. C’è anche per te una deposizione dalla croce. Coraggio, tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali, e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga.

don Tonino Bello

La disciplina del soldato, l’entusiasmo dell’atleta e la pazienza del contadino

Le virtù, che chiamano in causa la nostra volontà, su cui fare discernimento in questo tempo di Quaresima.

“Nessun militare si lascia intralciare da faccende comuni, se vuol piacere a colui che lo ha arruolato. Anche l’atleta non riceve il premio se non ha lottato secondo le regole. Il contadino, che lavora duramente, deve essere il primo a raccogliere i frutti della terra.”
Per Nico Guerini, questo passo tratto dalla Seconda Lettera a Timoteo (2Tm 2,4-6) può fornire un buon programma quaresimale. Infatti, nel tempo di discernimento e lotta qual è la Quaresima, queste tre figure ben esemplificano lo sforzo, la fatica e l’impegno per ottenere, nella luce della sequela di Gesù, una ricompensa: il piacere di chi ci ha arruolato, il premio per chi ha gareggiato onestamente, il frutto per chi ha coltivato.
“Mi pare solo naturale collegare la figura del soldato con la disciplina, ricordando anche che esercito ed esercizio hanno la stessa radice: vengono da un verbo, exerceo, dal senso piuttosto rude se non decisamente violento: letteralmente, cacciar fuori da uno stato di riposo. E disciplina significa insieme un imparare (discere) e lo sforzo necessario per arrivarci.”
Ecco, quindi, il primo impegno: dobbiamo esaminare come gestiamo il tempo, gli interessi, le relazioni e un certo modo di lavorare che genera solo irrequietezza e agitazione, tenendo conto che ci sono distrazioni anche buone e necessarie. Occorre effettuare un re-centramento sulle cose essenziali e, conseguentemente, un’opera di sfrondamento e semplificazione rispetto a ciò che non serve: il digiuno da fare non riguarda solo il cibo.
“Ogni disciplina è faticosa, e la si accetta e sopporta solo se, e fino a quando, ci sorregge il fervore generato da un obiettivo che ci sta a cuore. Per un atleta è la vittoria in una gara, per un musicista è un successo a un concerto. È facile incantarsi davanti a un esito trionfale, ma è pure altrettanto facile dimenticare il prezzo del trionfo, giorni e giorni di esercizi sempre uguali, spesso praticati in solitudine, e tutto per l’emozione finale, che non è neanche sempre assicurata.”
Allo stesso modo, contro il senso di fatica spirituale occorre sempre rigenerare l’ideale, seguendo la luce di chi ci cammina davanti invitandoci tacitamente a seguirlo. Lo si può fare riaccendendo l’entusiasmo per le cose grandi, magari leggendo libri e testi sugli splendidi esempi della storia della Chiesa e partecipando a incontri con ammirevoli testimoni.
“Il terzo passo da fare è essenziale se non si vuole che tutto crolli. La figura del contadino diventa decisiva al riguardo. C’è in lui un elemento di passività che è importante. Mentre nell’esercizio di mortificazioni ed elemosine, così come nel suscitare in noi entusiasmo, è facile sentirsi protagonisti in toto, il contadino sa che deve fare i conti con forze che non dipendono da lui: se vuole vedere il frutto, lo deve attendere.”
Occorre quindi ripescare la pazienza della cultura contadina, che era in sintonia con la lentezza dei ritmi della natura. Solo così le rinunce e i sacrifici volontari potranno essere sopportati. È questo il tracciato più importante del cammino quaresimale, quello che non porta medaglie, ma ha il vantaggio sicuro di portare frutti.