Pronti a pensarci come Chiesa delle genti

Dopo una prima fase di ascolto capillare, il Sinodo diocesano entra ora in un momento successivo, cruciale per il suo sviluppo. È agli sgoccioli l’invio degli esiti della consultazione di base (frutto del lavoro di confronto e di ascolto fatto dalle parrocchie, dagli operatori della carità, dai preti e dal mondo della vita consacrata; ma anche da parecchie istituzioni educative, come pure da amministratori locali e dai migranti stessi), che ha fatto giungere alla commissione centinaia di risposte. Mostreremo i numeri e la consistenza di questa fase nelle tracce di riflessione che predisporremo per il consiglio presbiterale e pastorale diocesano.
La commissione in queste settimane è concentrata e al lavoro per stendere le sintesi e i testi che faranno da guida al momento strettamente sinodale, vissuto dai due consigli diocesani. Sono tante le indicazioni e i suggerimenti che ci sono giunti, come pure le indicazioni di fatiche e punti di tensione su cui lavorare. Emerge tuttavia con sempre maggiore lucidità un punto che fa da architrave al cammino che stiamo costruendo insieme: per essere all’altezza del cambiamento che la Chiesa di Milano sta vivendo non basta immaginare delle aggiunte o delle integrazioni agli stili che disegnano il nostro volto ecclesiale e la nostra vita di fede. Con più semplicità ma anche con maggiore coraggio occorre invece prepararci e a cambiare, a ripensarci come soggetti diversi, frutto di quel “noi” che è il risultato dell’azione di attrazione che il Crocifisso risorto continua ad esercitare nelle nostre vite e nella storia.
Un simile cambiamento non avviene a tavolino e nemmeno sarà frutto soltanto di documenti e di decreti. È opera di una Chiesa che tutta insieme si lascia guidare dallo Spirito santo; è frutto di una Chiesa che sa rimanere concentrata nella contemplazione del disegno che Dio le sta facendo realizzare dentro la storia degli uomini. Per questo motivo il lavoro delle parrocchie, il lavoro dei singoli cristiani e delle comunità non è finito: invitiamo tutti a leggere con attenzione le tracce che a breve pubblicheremo sul sito del Sinodo, per continuare a discernere assieme (passando i vari suggerimenti che vi verranno a qualche componente del consiglio presbiterale o pastorale) come Milano può essere Chiesa dalle genti.

Mons. Luca Bressan
Presidente della Commissione di coordinamento Sinodo “Chiesa dalle genti” Vicario episcopale Arcidiocesi di Milano

La solitudine necessaria e la forma del suo volto

L’uomo contemporaneo, quello del mondo liquido dove tutto è in continuo movimento e trasformazione, che la sovrabbondanza di stimoli, voci, impegni tende a sommergere, non è certo in posizione migliore dell’uomo del passato per risolvere questa ambivalenza. Una serie di inedite possibilità tecniche gli permettono di ascoltare vedere parlare scrivere chattare con chiunque in ogni momento.
Il ritmo frenetico impresso alle giornate lo fa passare da una attività all’altra, da un luogo all’altro, da un incontro all’altro sempre incalzato da ciò che lo aspetta.
Tenendosi sempre occupato finisce per essere incapace di fermarsi. Rimanendo sempre connesso rischia di non essere mai completamente solo.
Ma tutto questo non lo rende automaticamente più capace di relazioni: una espressione singolarmente efficace, come quella di autismo digitale, pone provocatoriamente l’accento proprio su questa possibilità: che l’essere sempre più connessi aumenti – anziché ridurle –le possibilità di isolarsi ciascuno nel proprio bozzolo.
Basta salire su un treno e osservare le persone sedute l’una accanto all’altra, ciascuna immersa nello schermo del proprio smartphone: trovarne due che parlino tra loro, anche tra quelle che viaggiano insieme, è cosa davvero rara. Eppure parliamo sempre con grande enfasi di dialogo e di comunicazione!
Giungiamo qui a una scoperta importante: occorre ben distinguere fra solitudine e isolamento. Quest’ultimo nega la possibilità di apertura all’altro (vissuta come minaccia, fatica, alterazione) e quindi nega il desiderio più profondo che ci abita, che è sempre desiderio dell’altro.
Insomma, l’isolamento nega la relazione. Mentre la solitudine afferma la relazione, anche quando l’altro è fisicamente assente: relazione con l’altro in cui mi imbatto, con l’altro che giace nella più intima profondità di me, con l’Altro per eccellenza che è Dio.
Chi può vivere la solitudine? Chi ha imparato, dalle relazioni concretamente vissute, che la presenza dell’altro non è fusione dove l’individualità va perduta, e che la sua assenza non è vuoto ed estraneità mortifera ma può diventare preparazione all’incontro. Chi ha scoperto che tra gli estremi di fusione e abbandono gli è possibile stare con se stesso: e, in questo, ha imparato ad accogliere e ad amare l’unicità irripetibile del suo volto. Scriveva Montaigne: «Ritiratevi in voi, ma prima preparatevi a ricevervi».
Appunto, questo non è automatico, anzi è frutto di un allenamento anche faticoso.
Ma se evitiamo sistematicamente l’apprendistato della solitudine, se ne esoneriamo sempre i nostri ragazzi, corriamo il rischio di incrementare le possibilità di isolamento. Imparare ad essere soli è accettare di essere diversi dagli altri senza per questo avere l’impressione di smettere di esistere per gli altri.
Diventa ora possibile anche valutare le tante “compensazioni” della solitudine, cioè tutte quelle modalità che utilizziamo per attraversare l’essere soli: sono costruttive quelle che stanno nell’orizzonte della relazione, che fanno uscire l’io dall’auto-referenzialità e lo aprono al mondo, agli altri, alle cose: non necessariamente cercando compagnia! Leggere con passione partecipe un libro o ascoltare una registrazione o coltivare piante sul balcone può essere davvero uno stare-in-relazione. Per non parlare della preghiera.
Al contrario, ci sono strategie che all’apparenza riducono la solitudine, ma in realtà incrementano l’isolamento, l’auto-centratura dell’io: l’attivismo esasperato di chi non può mai fermarsi, certe forme di accudimento compulsivo di chi non può fare a meno di prendersi carico di tutto e di tutti (anche senza esserne richiesto!), il continuo bisogno di stordirsi ne sono eloquente testimonianza.
Che cosa favorisce l’apprendistato alla solitudine?
Prima di tutto la capacità di fermarsi, di porre una pausa intenzionale nel flusso continuo di attività e di stimoli che caratterizza molte nostre giornate; chi parla sempre, si muove sempre e agisce sempre non è mai con se stesso.
Poi il fare silenzio: l’animo di chi parla continuamente a poco a poco si impoverisce; il sentimento che si traduce sempre in parole, muore; anche la parola, per attingere ed esprimere la verità, ha bisogno di nascere dalla profondità del silenzio e non da un continuo sottofondo di rumore.
E ancora, il coltivare la vita interiore: chi non lo fa, finisce per essere senza un centro, per non elaborare realmente nulla, e per rispondere a tutto in termini di reazione immediata.
Di profondità interiore c’è bisogno per interrogarsi, per comprendere, per decidere: altrimenti si è solo informati su tutto, ci si esprime con luoghi comuni e si passa subito ad altro.
È così facile confondere il pensiero con le chiacchiere, il servizio con la frenesia faccendiera, l’informazione con la comprensione!
Forse, se avremo la pazienza di lavorare un po’ su noi stessi, le situazioni di solitudine oggettiva che la vita non mancherà di offrirci ci appariranno meno come circostanze avverse e sapremo coglierle come opportunità di vita buona, possibilità di far risplendere l’umano in noi.

Il Sinodo: evento spirituale, di chiamata e di conversione personale ed ecclesiale

Siamo nel momento cruciale e più generativo del sinodo diocesano: l’apparente silenzio della macchina sinodale è la cornice che dà spazio al suono prodotto dal fitto lavoro delle tante realtà ecclesiali che in modo capillare stanno trasformando l’annuncio e il discorso (la visione di una “Chiesa dalle genti”) in realtà, in carne ed ossa. Alcuni segnali raccolti muovendomi in Diocesi proprio per osservare tutto questo lavoro – e per imparare da esso – ci rimandano alcune constatazioni che rilancio come risorsa.
Sono impressionato anzitutto dalle energie e dalla disponibilità che i territori e i diversi soggetti ecclesiali stanno manifestando. Penso sia corretto leggere questo dato come un primo “miracolo”: l’indizione del Sinodo ha consentito al corpo ecclesiale di scoprire delle energie e delle risorse che nessuno di noi pensava avessimo. Se il frutto fosse già soltanto la capacità di attivare in ogni decanato un luogo in cui leggere e interpretare i segni delle trasformazioni che stiamo vivendo come Chiesa diocesana, sarebbe sicuramente un grande risultato! Ci troviamo dentro un corpo ecclesiale che sta reagendo in modo positivo, che sta entrando nel processo sinodale vivendo come un evento spirituale, di chiamata e di conversione personale ed ecclesiale.
Ulteriore osservazione: le energie e le azioni messe in campo possono essere rilette, alla luce  dell’esercizio contemplativo richiesto dal testo guida, come segni di quella dinamica di attrazione
esercitata dalla croce di Cristo che tutti siamo invitati a riscoprire dentro il cambiamento culturale e sociale delle nostre terre ambrosiane. Il Sinodo si rivela veramente come l’occasione per vedere la Chiesa mentre viene generata continuamente, in ogni epoca, dallo Spirito di Dio come corpo di Cristo. La radice teologica e spirituale del nostro lavoro pastorale davvero sta emergendo con chiarezza.
Da qui un compito irrinunciabile: occorre che i decanati diventino sempre più il cuore pulsante del Sinodo. Diventando cioè un laboratorio, un luogo in cui non soltanto si raccolgono ma si interpretano i dati raccolti dalle varie parrocchie e dalle altre realtà ecclesiali e civili, favorendo così lo sviluppo di una lettura nuova, capace di riconoscere i segni dello Spirito che genera la Chiesa. Se il Sinodo minore fosse l’occasione per la nascita di simili luoghi, ci troveremmo di fronte ad un’operazione rivoluzionaria: stiamo per attivare una nuova epoca di implantatio ecclesiae, di radicamento della fede cristiana dentro la cultura e la società così profondamente in cambiamento. Stiamo cioè operando per dare corpo, realtà e carne, alla visione della Chiesa dalle genti che ci guida.

Mons. Luca Bressan
Presidente della Commissione di coordinamento Sinodo “Chiesa dalle genti”
Vicario episcopale Arcidiocesi di Milano

Lo “spettacolo” della croce

Quando ti imbatti in una cosa bella, tu la racconti. E quando ti imbatti in una cosa vera, tu la ridici. Se hai capito che lo spettacolo del crocifisso è come una folgore che ha illuminato il cammino del mondo e di ogni uomo, allora tu lo dici a tutti, non puoi farne a meno. E se lo spettacolo ha cambiato la tua esistenza dandole forza e direzione, allora inviti tutti a guardarlo. Non c’è forza missionaria semplicemente in un vangelo per “sentito dire”. Né c’è forza missionaria in un ordine che sopravviene dall’eterno. La missione nasce dal di dentro. La forza missionaria nasce dall’aver capito che non è la stessa cosa conoscere Cristo e non conoscerlo. La missione nasce dalla consapevolezza di aver incontrato una verità, che tutti gli uomini – lo sappiano o no – vanno cercando. Ma non è tutto. Sono convinto che l’incoercibile bisogno di invitare tutti allo spettacolo nasca anche – e soprattutto – dal desiderio di mostrare ciò che Dio ha fatto. Utile o non utile, ciò che Dio ha fatto è troppo grande per non essere raccontato. (Bruno Maggioni).

Solitudine: sfida contemporanea

Ha fatto scalpore la decisione del Governo britannico di istituire un ministero per la solitudine, con lo scopo di affrontare la sfida di questa «triste realtà della vita moderna» che colpisce un altissimo numero di persone. Si va, «dagli anziani, a quelli che hanno perso persone care o che non hanno nessuno con cui parlare e con cui condividere pensieri o esperienze». Non è difficile ritenere che questa sfida, in forme diverse, ci riguarda tutti: a uno sguardo puramente esteriore la vita di ognuno di noi appare come il viaggio più o meno breve che ciascuno compie lottando in prima persona con le tenebre che tutto sembrano avvolgere, dal prima che è dietro di noi a ciò che è dopo di noi, fino all’ultimo silenzio della morte. È la condizione espressa in maniera folgorante dalla lirica di Salvatore Quasimodo: «Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera». La solitudine è insomma esperienza originaria, propria della condizione umana: che cos’è l’esistenza se non lo star fuori (“ex-sistere”), l’uscire da un grembo avvolgente per essere gettati nella solitudine di un’avventura unica e irripetibile? E chi non è solo davanti all’imminenza della fine che tutto sovrasta?
Forse, perciò, il venire alla luce o l’andare incontro al buio oltre la vita sono entrambi accompagnati dal segnale di una ferita lacerante: «On entre, on crie – Et c’est la vie ! – On baîlle, on sort – Et c’est la mort» – «Si entra, si grida: è la vita! Si ansima, si esce: ed è la morte» (Ausone de Chancel). L’intervallo tra questo duplice sospiro, quello della nascita e quello della morte, è appunto la vita, come soffio che passa. Si comprende, allora, perché vivere significhi in fondo imparare a morire e come in questa lotta contro l’ultima nemica, la morte, nessuno possa sostituirsi a un altro: si è soli.
C’è un canto dei “chassidim” – i pii Ebrei della diaspora – che esprime bene questa condizione di solitudine davanti al dolore e alla fine: «Quando il rabbino danza, tutti i chassidim danzano con lui; quando il rabbino canta, tutti i chassidim cantano con lui… Quando il rabbino piange, egli piange da solo». L’esperienza del dolore ci mette a nudo di fronte alla verità di noi stessi: in essa si è soli nell’essenziale povertà di ciò che siamo. Marguerite Yourcenar, nei carnets de notes delle sue “Memoires d’Adrien” – straordinario romanzo della solitudine umana – scrive, quasi a evocare l’intuizione da cui furono concepite quelle pagine: «Quando gli dei ormai non ci furono più, e il Cristo ancora non c’era, l’uomo solo è stato». Questa frase fa intuire come siano due le possibili alternative con cui affrontare la solitudine esistenziale: quella degli idoli o quella del Cristo.
La prima è la via “pagana”: popolare l’universo di idoli da noi stessi prodotti, che riempiano i vuoti delle nostre solitudini per sfuggire a esse. In antico questi idoli erano gli dèi del paganesimo, oggi sono quelli del consumismo e dell’edonismo rampante. Ci si stordisce con i mezzi dell’avere, del potere o del piacere, illudendosi che il tarlo della solitudine davanti alla vita e alla morte sia stato sconfitto. L’esistenza si trasforma così in un ballo in maschera più o meno vistoso, dove occorre recitare ciascuno la propria parte, dando tanta importanza all’effimero da credere che esso non sia illusorio, ma duraturo e vincente. Si vive per guadagnare, dominare o godere, bruciando uno dopo l’altro gli istanti del tempo che passa, come se ognuno di essi fosse una possibile, beata eternità, da conquistare e possedere senza limiti. Le relazioni apparenti nascondono così la folla delle solitudini. A questo modo di vivere si oppone, però, la nostra capacità di pensare e di porci domande: è nell’accettare la fatica dell’interrogazione, l’inquietudine del sospetto e la ferita del dubbio, che l’idolo si va sbriciolando. Si capisce allora che la vita non può consistere in un continuo fuggire dalla morte, che essa anzi trova la sua dignità più vera nel guardare in faccia la morte e lottare contro di essa. Il coraggio di esistere (come direbbe Paul Tillich: «The courage to be»), la volontà di dare risposta alle domande sul senso di ciò che siamo, di ciò che facciamo, sono la sola medicina contro la vacuità dell’esistenza. È possibile, insomma, capovolgere l’evidenza: se la vita ci appare come il cammino verso l’ultimo silenzio della morte, ciò che vince quest’evidenza è l’uomo pensante, l’uomo che non rinuncia a cercare, che non si fa negligente davanti al compito di dare un senso alle sue opere e ai giorni. Quest’uomo che domanda non si arrende alla vittoria della solitudine e della morte.
Sono, allora, il nostro pensare, il nostro amare, il nostro sperare nonostante tutto, a dare dignità e senso alla vita e alla morte. È qui che si affaccia l’altra possibilità che ci è data per affrontare la radicale solitudine del nostro esistere in modo pienamente umano: se si dovesse indicare un’icona di questa via differente, nessuna sarebbe più adatta che quella del Profeta galileo nell’ora del Getsemani, il Figlio eterno venuto fra noi, solo davanti alla sua vita e alla sua morte. Egli ben conobbe la solitudine dolorosa: «Non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me!». Fu però proprio in essa che, affidandosi al Padre, egli trasformò il dolore in amore, il soffrire in offerta. La sua solitudine fra gli ulivi del Getsemani si offre allora come rivelazione di una comunione più grande, quella del Dio sempre vicino e della scelta di voler esistere, morire e risorgere alla vita per tutti con Lui e in Lui. Quest’approdo non è naufragio, né rinuncia a dare senso al vivere e al morire, ma è come la lotta di Giacobbe con l’Angelo portata al vertice supremo, è il dare valore e significato alla solitudine di tutti trasformando la fine in inizio, la sconfitta in vittoria. Un testimone di Cristo al cuore del secolo drammatico dei totalitarismi, delle guerre mondiali e degli stermini, il teologo evangelico Dietrich Bonhoeffer, nell’ora ultima della sua solitudine di condannato a morte dalla barbarie nazista, confidò a un militare inglese, suo compagno di prigionia, la sua certezza profonda: «Now is the end. For me the beginning of life» – «Ora è la fine. Per me, l’inizio della vita». Dove si ama e si offre la vita per una causa di amore più grande, lì la solitudine è vinta ed è vinta la morte. Lì l’Eterno è presente con la sua accoglienza ultima e vittoriosa, che gli occhi della fede, esperti dell’Invisibile, possono riconoscere affinché il cuore si affidi.

Bruno Forte – Arcivescovo di Chieti-Vasto