Il silenzio

Il silenzio non esiste in natura. Dovremmo parlare d’assenza d’ascolto. C’è sempre qualcuno che manifesta l’intenzione di ritirarsi in campagna e raccogliersi nel silenzio, dimenticando che la campagna è ricca di suoni. Certo si può comprendere l’intimo desiderio di chi vuole fuggire dalle città: ci si vuole allontanare dai fracassi industriali e tecnologici, dalla confusione delle folle. E c’è senza dubbio una netta distinzione tra suoni e rumori: il suono giunge spesso alle orecchie in modo lieve e a volte piacevole, mentre il rumore è sempre invadente e qualche volta assordante.
Oggi poi c’è un altro elemento del quale non ci accorgiamo mai: l’aria. Durante l’ottobre scorso sono sceso dal treno a Foggia e, mentre aspettavo l’amico che venisse a prendermi per portarmi a Manfredonia, la prima accoglienza dolce e carezzevole è stata una leggera brezza scorrevole sulle guance e sulla fronte. A Milano avevo dimenticato questa presenza dell’aria.
E dovrei parlare anche dello scrosciare delle piogge e della danza delle gocce sulle pietre e dello sciacquio giù dalle gronde. Ma ecco che m’accorgo anche dello stormire delle foglie, del fruscio delle erbe che mi giunge quasi come una carezza, e persino la terra emana ogni sorta di suoni o crepitìi. Tutto è vivo e parla in natura. E quanta vita incessante ci accoglie in campagna.
Il problema vero è che non sappiamo ascoltare, e che i rumori prodotti dall’uomo soverchiano spesso le possibilità d’ascolto. Siamo nella natura e così lontani da essa da non sapere più il silenzio.
Ma cos’è dunque quella strana cosa che chiamiamo silenzio? Quando si va a cercare l’origine della parola i dizionari italiani non c’informano mai oltre il greco e il latino, e in poche circostanze qualcosa dell’indo-europeo. Eppure come affermava Socrate, l’etimologia è sempre la più vicina alla vera natura della parola. Da dove viene dunque il silentium dei latini?
Una interpretazione di Sesto Pompeo Festo allude alla S prolungata ( sssss) con cui si chiede di tacere; altri accennano al sinomi o sinami che evoca il sanscrito legare. Cosa legherebbe o collegherebbe dunque il silenzio? Molte potrebbero essere le risposte. Una potrebbe riguardare il “legame” fra gli uomini, visto che dal silenzio viene favorito l’ascolto e quindi il dialogo, e da qui il sorgere di una tribù o società primitiva. Un altro aspetto può essere inerente l’ascolto della natura e il rapporto dell’uomo con tutti gli esseri vegetali o animali. Ma potrebbe esserci un’allusione al nesso tra realtà corporea e le realtà inaccessibili ai sensi e al pensiero umano, il silenzio come via d’accesso a ciò che non è immediatamente recepibile.
Possiamo però addentrarci in altri aspetti. Noi spesso confondiamo il silenzio col “fare silenzio”, tacere, non fare rumore. Ma quest’ultimo aspetto ha più a che vedere con l’atteggiamento dell’uomo verso la parola o verso gli altri uomini quando si tratta di disturbo del raccoglimento.
Si può tacere per riflettere, per rispetto, o per non inter-venire in un discorso o un dialogo altrui, ma si può essere anche tacitati da altri o semplicemente in attesa della propria o dell’altrui parola; qualche volta si tace non avendo nulla da dire o in alcune occasioni perché minacciati. Sotto coercizione il silenzio può persino divenire ironico o eroico: non dire ciò che può nuocere ad altri, alla patria, all’amico, alle idee, o per prendere le distanze da chi parla o, semplicemente, non volendo mentire.
Un particolare valore ha il silenzio di Cristo davanti al Sinedrio: viene in mente la sua precedente asserzione «Io non sono di questo mondo» intendendo prendere le distanze dai costumi e dall’asservimento alle passioni.
Ma si tace anche per emozione. Si cita spesso l’innamorato nel rapporto con la cosa o la persona amata. In molti di questi casi però il tacere non dipende da una scelta volontaria, ma da molteplici cause, spesso indipendenti da ogni consapevolezza. Fino a che punto c’è nell’uomo un vero e proprio controllo dei propri sensi e del proprio cuore? E qual è il confine fra il dire e il tacere nell’empito di un’emozione? L’artista, ad esempio, nel momento di una forte emozione non sa trattenersi dall’esprimersi — un vero e proprio impulso lo induce a muovere la mano o la parola o annotare un suono.
Può però anche darsi che a qualcuno sia necessario far trascorrere tempo per riuscire a disegnare, parlare o musicare. Spesso è la memoria a suscitare il segno dell’emozione. Anche perché l’emozione più forte e carica di simboli si presenta alimentata da elementi di varia natura, come nostalgia, maggior consapevolezza, struggimento di rimpianti o sopraggiunti riconoscimenti di valore. La diaristica o i memoriali della vecchiaia stanno a dimostrare questo ritardo nell’insorgere della spinta emotiva.
Ma torniamo di nuovo al significato sanscrito di sinomi. Perché si dà tanta evidenza al “legare”? Cosa si mette in relazione ancora con l’attenzione al silenzio? Ne abbiamo già trattato nell’ascolto di ciò che ci perviene dal di fuori ma credo che il più importante tipo di rapporto si costituisca, oltre che con se stessi, anche con ciò che nel profondo del nostro essere si presenta come impulso simbolico ben oltre ogni possibile riferimento alla nostra esperienza.
Compare un ulteriore “legame”, quello religioso, che appunto viene da religo o religio, metto insieme, collego. E nell’abisso del nostro essere che si può ascoltare quell’impulso vitale, spesso chiamato anima, quell’impulso che spalanca ogni possibilità e può aprire al mistero di un Dio. Ed è anche qui che si ascolta la parola della poesia, il segno di ogni altra arte e di ogni scienza, qui, come ha scritto Benedetto Croce, che «la cosa pensa se stessa». È perciò nel silenzio che accogliamo l’essenza della vita e persino il moto che dà sostanza al nostro lavoro quotidiano.
In queste profondità non s’incontra il proprio Ego ma il proprio Essere che nel silenzio è in continua comunicazione con l’essenza delle persone e delle cose, e qualche volta con la voce o la luce di ciò che chiamiamo Dio o il mistero. A chi gli domandava come si sentisse nella sua solitudine, il pittore Eugenio Tomiolo rispondeva: «Io non sono mai solo, sono sempre con Dio».

di Franco Loi

Il desiderio bussola per la vita

di papa Francesco

In queste catechesi stiamo passando in rassegna gli elementi del discernimento. Dopo la preghiera e la conoscenza di sé, cioè pregare e conoscere se stesso, oggi vorrei parlare di un altro “ingrediente” per così dire indispensabile: oggi vorrei parlare del desiderio. Infatti, il discernimento è una forma di ricerca, e la ricerca nasce sempre da qualcosa che ci manca ma che in qualche modo conosciamo, abbiamo il fiuto. Di che genere è questa conoscenza? I maestri spirituali la indicano con il termine “desiderio”, che, alla radice, è una nostalgia di pienezza che non trova mai pieno esaudimento, ed è il segno della presenza di Dio in noi. Il desiderio non è la voglia del momento, no. La parola italiana viene da un termine latino molto bello, questo è curioso: de-sidus, letteralmente “la mancanza della stella”, desiderio è una mancanza della stella, mancanza del punto di riferimento che orienta il cammino della vita; essa evoca una sofferenza, una carenza, e nello stesso tempo una tensione per raggiungere il bene che ci manca. Il desiderio allora è la bussola per capire dove mi trovo e dove sto andando, anzi è la bussola per capire se sto fermo o sto andando, una persona che mai desidera è una persona ferma, forse ammalata, quasi morta. È la bussola se io sto andando o se io mi fermo. E come è possibile riconoscerlo? Pensiamo, un desiderio sincero sa toccare in profondità le corde del nostro essere, per questo non si spegne di fronte alle difficoltà o ai contrattempi. È come quando abbiamo sete: se non troviamo da bere, non per questo rinunciamo, anzi, la ricerca occupa sempre più i nostri i pensieri e le nostre azioni, fino a che diventiamo disposti a qualsiasi sacrificio per poterla placare, quasi ossessionato. Ostacoli e insuccessi non soffocano il desiderio, no, al contrario lo rendono ancora più vivo in noi. A differenza della voglia o dell’emozione del momento, il desiderio dura nel tempo, un tempo anche lungo, e tende a concretizzarsi. Se, per esempio, un giovane desidera diventare medico, dovrà intraprendere un percorso di studi e di lavoro che occuperà alcuni anni della sua vita, di conseguenza dovrà mettere dei limiti, dire dei “no”, anzitutto ad altri percorsi di studio, ma anche a possibili svaghi e distrazioni, specialmente nei momenti di studio più intenso. Però, il desiderio di dare una direzione alla sua vita e di raggiungere quella meta – arrivare medico era l’esempio gli consente di superare queste difficoltà. Il desiderio ti fa forte, ti fa coraggioso, ti fa andare avanti sempre perché tu vuoi arrivare a quello: “Io desidero quello”. I n effetti, un valore diventa bello e più facilmente realizzabile quando è attraente. Come ha detto qualcuno, «più che essere buoni è importante avere la voglia di diventarlo».
Essere buoni è una cosa attraente, tutti vogliamo essere buoni, ma abbiamo la voglia di diventare buoni? Colpisce il fatto che Gesù, prima di compiere un miracolo, spesso interroga la persona sul suo desiderio: “Vuoi essere guarito?”. E a volte questa domanda sembra fuori luogo, ma si vede che è ammalato! Ad esempio, quando incontra il paralitico alla piscina di
Betzatà, il quale stava lì da tanti anni e non riusciva mai a cogliere il momento giusto per entrare nell’acqua. Gesù gli chiede: «Vuoi guarire?» ( Gv 5,6). Come mai? In realtà, la risposta del paralitico rivela una serie di resistenze strane alla guarigione, che non riguardano soltanto lui. La domanda di Gesù era un invito a fare chiarezza nel suo cuore, per accogliere un possibile salto di qualità: non pensare più a sé stesso e alla propria vita “da paralitico”, trasportato da altri. Ma l’uomo sul lettuccio non sembra esserne così convinto. Dialogando con il Signore, impariamo a capire che cosa veramente vogliamo dalla nostra vita. Questo paralitico è l’esempio tipico delle persone: “Sì, sì, voglio, voglio” ma non voglio, non voglio, non faccio nulla. Il voler fare diventa come un’illusione e non si fa il passo per farlo. Quella gente che vuole e non vuole. È brutto questo e questo ammalato 38 anni lì, ma sempre con le lamentele: “No, sai Signore ma sai che quando le acque si muovono – che è il momento del miracolo – tu sai, viene qualcuno più forte di me, entra e io arrivo in ritardo”, e si lamenta e si lamenta. Ma state attenti che le lamentele sono un veleno, un veleno all’anima, un veleno alla vita perché non ti fanno crescere il desiderio di andare avanti. State attenti con le lamentele. Quando si lamentano in famiglia, si lamentano i coniugi, si lamentano uno dell’altro, i figli del papà o i preti del vescovo o i vescovi di tante altre cose… No, se voi vi ritrovate in lamentela, state attenti, è quasi peccato, perché non lascia crescere il desiderio. Spesso è proprio il desiderio a fare la differenza tra un progetto riuscito, coerente e duraturo, e le mille velleità e i tanti buoni propositi di cui, come si dice, “è lastricato l’inferno”: “Sì, io vorrei, io vorrei, io vorrei…” ma non fai nulla. L’epoca in cui viviamo sembra favorire la massima libertà di scelta, ma nello stesso tempo atrofizza il desiderio – tu vuoi soddisfarti continuamente – per lo più ridotto alla voglia del momento. E dobbiamo stare attenti a non atrofizzare il desiderio. Siamo bombardati da mille proposte, progetti, possibilità, che rischiano di distrarci e non permetterci di valutare con calma quello che veramente vogliamo. Tante volte, troviamo gente – pensiamo ai giovani per esempio con il telefonino in mano e cercano, guardano… “Ma tu ti fermi per pensare?” – “No”. Sempre estroverso, verso l’altro. Il desiderio non può crescere così, tu vivi il momento, saziato nel momento e non cresce il desiderio. Molte persone soffrono perché non sanno che cosa vogliono dalla propria vita; probabilmente non hanno mai preso contatto con il loro desiderio profondo, mai hanno saputo: “Cosa vuoi dalla tua vita?” – “Non so”. Da qui il rischio di trascorrere l’esistenza tra tentativi ed espedienti di vario tipo, senza mai arrivare da nessuna parte, e sciupando opportunità preziose. E così alcuni cambiamenti, pur voluti in teoria, quando si presenta l’occasione non vengono mai attuati, manca il desiderio forte di portare avanti una cosa. Se il Signore rivolgesse a noi, oggi, per esempio, a uno qualsiasi di noi, la domanda che ha fatto al cieco di Gerico: «Che cosa vuoi che io faccia per te?» ( Mc 10,51) – pensiamo il Signore a ognuno di noi oggi domanda questo: “che cosa vuoi che io faccia per te?” -, cosa risponderemmo? Forse, potremmo finalmente chiedergli di aiutarci a conoscere il desiderio profondo di Lui, che Dio stesso ha messo nel nostro cuore: “Signore che io conosca i miei desideri, che io sia una donna, un uomo di grandi desideri” forse il Signore ci darà forza di concretizzarlo. È una grazia immensa, alla base di tutte le altre: consentire al Signore, come nel Vangelo, di fare miracoli per noi: “Dacci il desiderio e fallo crescere, Signore”.
Perché anche Lui ha un grande desiderio nei nostri confronti: renderci partecipi della sua pienezza di vita.

Quella fine che ci rende così umani

L’esperienza della fine comincia sin dall’inizio, si potrebbe dire, senza abusare troppo dei giri di parole. È, infatti, già con il suo primo respiro che la vita comincia a morire. È la nostra condizione inaggirabile di finitudine, è la nostra condizione di esseri mortali. Come ricordava l’Ecclesiaste biblico la vita è solo un breve alito di vento tra due nulla: quello che precede la nostra venuta al mondo e quello che accompagna la nostra fine. Da questo punto di vista ogni essere vivente condivide la morte come sua destinazione ultima. Ma la morte per gli esseri umani, come ricordava Heidegger, non è affatto da intendersi come l’ultima nota che chiuderebbe la melodia dell’esistenza, quanto come “un’imminenza sovrastante”. Gli animali come le foglie di un albero periscono, ma non portano nella loro vita la consapevolezza del loro destino finito, non conoscono l’imminenza sovrastante della morte. La loro vita è una vita piena di vita, vita beata, vita eterna. Diversamente, la forma umana della vita è intaccata sin dalla sua origine dalla sua fine, non può sottrarsi alla presenza già in vita della morte. La morte, infatti, non è solo la nostra morte o la morte degli altri, ma è un’esperienza che incontriamo nella nostra vita ogni qualvolta siamo confrontati con il trauma della perdita. Per questa ragione Freud concepiva l’esistenza umana come il risultato di una serie continua di separazioni: dalla vita intrauterina, dal seno, dalla presenza della madre, dal proprio nucleo familiare. Ogni volta che la vita avanza è destinata a perdere una parte di sé. Lo ricordava a suo modo anche Hegel: la condizione affinché dalla terra spunti un germoglio è la marcescenza del seme. Solo gli animali o gli dei, come riconosceva Aristotele, si sottraggono alla mancanza che contraddistingue invece il nostro essere mortali. In questo senso la nostra fine è già annunciata sin dall’inizio. Nondimeno l’esperienza della fine resta ancora un’esperienza propria della vita. È un bivio che ci fronteggia: per un verso il divenire del tempo impone la sua legge inesorabile. Di nuovo possiamo qui evocare le parole dell’Ecclesiaste: veniamo dalla polvere e alla polvere siamo destinati a ritornare senza scampo. Ma, per un altro verso, la polvere stessa, come insegna la straordinaria arte di Giorgio Morandi e di Claudio Parmiggiani, è qualcosa che resta nel trascorrere del tempo.
È il segno di una presenza — per quanto fragilissima, aerea e inconsistente — che non si lascia mai ridurre a nulla. Gli innumerevoli morti e le innumerevoli perdite che circondano e attraversano la nostra vita non restano forse sempre con noi, non sono presenze che hanno assunto la forma dell’assenza o assenze che si rivelano ancora presenti? Non siamo forse noi forme di vita destinate a portare con noi stessi ciò che abbiamo definitivamente perduto? Mentre la vita animale vive sempre in un presente senza passato e senza domani — è vita immersa nell’immediatezza pura della vita — , quella umana appare invece una vita marchiata dall’assenza. Anche in questo senso la fine della vita fa sempre parte della vita.
Il dolore di un abbandono, la perdita di un amore, il tradimento di un ideale, l’infrangersi di un progetto al quale ci eravamo dedicati con passione, la separazione dalla terra nella quale siamo nati, ma anche la memoria di tutto ciò che è stato e non è più, sono tutte esperienze nelle quali l’assenza si rende presente, sono tutte esperienze che ci confrontano con l’enigma della fine. Non accade solo nel tempo della nostra uscita irreversibile dalla vita, ma è ciò che accompagna ogni momento della nostra vita. È forse questo che spinge Morandi e Parmiggiani a pensare che la luce non sia affatto in opposizione alla polvere, ma sorga proprio dalla polvere, che la polvere stessa sia una sorgente di luce? Il fine vita è, infatti, ancora un momento della vita, un passaggio in cui è possibile fare qualcosa di sé, un’occasione dove dare testimonianza di un’esistenza raccogliendo le voci di chi l’ha accompagnata. Diventare polvere può non significare cadere nell’oblio, scomparire, ma essere qualcosa che resta, che non può essere del tutto distrutto, che resiste alla violenza della morte. Ricordi indelebili, parole indimenticabili, profumi inconfondibili, tempi di gioia e di dolore, di danza e di commozione, ma anche semplici gesti quotidiani che restano scolpiti nella nostra memoria. È questo l’insegnamento più profondo della polvere: non è forse la polvere il segno di qualcosa che resta anche nel tempo che passa? Non solo, dunque, la polvere come segno del tempo che passa, ma la polvere come segno di qualcosa che non viene del tutto distrutto dal carattere inesorabile del divenire, segno di un resto, appunto, indistruttibile. Non è forse quello che accade con i nostri innumerevoli morti? Polvere che può restare con noi come se fosse luce. Non è questo forse il tempo fondamentale dell’eredità? Cosa tratteniamo in noi di coloro che ci hanno lasciati? Cosa portiamo dentro il nostro cuore di quella presenza che è ormai divenuta assente? Quanta luce siamo capaci di estrarre dalla polvere dei nostri innumerevoli morti?

Massimo Recalcati, psicoanalista, saggista e accademico italiano

Intervista al nuovo presidente della CEI, Card. Zuppi

Nella lettera che introduce il secondo anno del Cammino sinodale ha citato il discorso di Giovanni XXIII all’apertura del Concilio: «È appena l’aurora: ma come già toccano soavemente i nostri animi i primi raggi del sole sorgente!». Cardinale Zuppi, la Chiesa italiana vive una nuova alba?
La citazione di Giovanni XXIII per l’avvio del secondo anno del cammino sinodale non è casuale. In un altro passaggio di quel discorso, poco prima, il papa criticava coloro che guardavano con sfiducia al proprio tempo: pur «accesi di zelo per la religione», diceva, «non sono capaci di vedere altro che rovine». E invece suggeriva che qualcosa di nuovo stava sorgendo. Così, credo, sta avvenendo anche oggi. Ma dobbiamo essere in grado di cambiare la cifra con cui interpretiamo la realtà.

Che cosa intende?
La cristianità ha ancora tanta eredità nella nostra società, ma dobbiamo prendere atto dei cambiamenti. Se davvero è finita, allora dobbiamo essere in grado di interpretare diversamente quando le cose “vanno bene” oppure “vanno male” nelle nostre comunità, per distinguere ciò che è importante da ciò che non lo è più. Continuiamo ad avere, ad esempio, una deformazione numerica, mentre dobbiamo coltivare una libertà dai numeri e guardare di più al coinvolgimento di ogni persona. In un mondo sempre più individuale e digitale, forse è cambiato anche il modo con cui si aderisce, ci si sente partecipe delle proposte, alle identità, compresa quella cristiana. Se siamo in grado di cambiare la cifra, allora vediamo chiaramente i tantissimi, evidenti segni della presenza di Dio nel mondo. E riusciamo anche ad ascoltare le domande di senso, di relazione, di aiuto e di speranza delle donne e degli uomini del nostro tempo. Domande di Vangelo, nella sostanza.

Le comunità cristiane fanno i conti con il calo numerico, eppure la Chiesa è vista come punto di riferimento per tante emergenze sociali ed educative. C’è il rischio che si alimenti un senso d’impotenza?
Voglio essere molto chiaro: una certa idea della Chiesa di minoranza, in cui “meno siamo, meglio stiamo”, porta con sé una visione impaurita ma soprattutto mediocre. Ci sono modi diversi per teorizzare questo atteggiamento, alcuni raffinati, intelligenti, come quelli che papa Francesco identificherebbe nello gnosticismo o nel pelagianesimo. La Chiesa vuole portare il Vangelo a tutti e questo desiderio si concretizza nei tanti modi con cui le comunità accompagnano varie situazioni di difficoltà. Il senso d’impotenza c’è anche nel Vangelo, i discepoli lo sperimentano prima della moltiplicazione dei pani e dei pesci, tanto che si lamentano con Gesù. Dopo, però, cambia tutto. Il punto allora non è quanti siamo, se siamo minoranza o maggioranza, ma che cosa ci facciamo coi cinque pani e due pesci che il Signore ci ha dato e se prendiamo sul serio il suo invito o lo facciamo cadere rimandando noi la folla, tenendoci stretto “il nostro”, sentendoci a posto perché li mandiamo via. Nel Vangelo cinque pani e due pesci sono abbastanza: non abbiamo giustificazioni e non dobbiamo affannarci a cercare mezzi a sufficienza per iniziare.

Che cosa si aspetta dal secondo anno del cammino sinodale?
Il primo anno è stato interessante, molti gruppi si sono messi in movimento. Nonostante la pandemia e qualche fatica, mi è sembrato di cogliere una bella partecipazione. Ora spero che sapremo rilanciare con più determinazione l’ascolto di tutto il popolo di Dio attraverso la proposta dei “Cantieri sinodali”. Abbiamo ascoltato ancora troppo poco, soprattutto i tanti compagni di viaggio che qualcuno avrebbe definito, ottanta anni or sono, lontani. Ci guida il magistero di papa Francesco, che aiuta a capire come l’orizzonte della missione non abbia confini. La Chiesa è nel mondo e parla con tutti: siamo chiamati a pensarci insieme come comunità umana, a lasciarci interrogare e anche ferire dalle domande di tanti, ad approfondire l’ascolto con più interiorità, più profondità, più passione.

Torniamo al Cammino sinodale italiano. Uno dei temi del secondo anno di ascolto sarà lo “snellimento” delle strutture per un annuncio più efficace del Vangelo.
La Chiesa è snella quando cammina, non si ingrassa di problemi interni e li piega ad andare incontro a tutti. È facile appesantirsi fisicamente, ma soprattutto spiritualmente. La Chiesa è snella se sente l’urgenza dell’annuncio e allora riduce al minimo le procedure e i problemi perché tutto ha senso per raggiungere i confini a cui il Signore ci invia. Una Chiesa snella è capace di assumersi delle responsabilità, e di trovare risposte alle domande in modo libero da logiche interne. Tutti i mezzi e le strutture della Chiesa servono per generare la presenza di Cristo e comunicare nel mondo la proposta del Vangelo. Se invece la Chiesa vive per se stessa, perde la finalità che Gesù le ha dato.

Cardinale Zuppi, la guerra è tornata in Europa.
Un segno del tempo evidente, tragico, terribile. Nel nostro continente si ripropongono i nazionalismi e questo ci chiama a riflettere come cristiani: siamo uomini e donne che hanno una patria, ma che si sentono anche parte di un’umanità che supera i confini. Non possiamo abituarci, non possiamo continuare a essere quelli di prima: credo che dovremmo metterci seriamente a parlare di pace, ma soprattutto a capire cosa significa per ciascuno, e per tutti noi insieme, costruire la pace.

Un cantautore di Bologna, Cesare Cremonini, apre il suo ultimo disco con una frase: «Ho bisogno di qualcuno che mi indichi la strada». La Chiesa italiana è pronta ad ascoltare le domande di senso che arrivano dalle persone?
Ho paura che ancora facciamo fatica: molti non ci chiedono nulla, a volte non riusciamo a intercettare le domande, altre volte semplicemente non ci facciamo avvicinare. Un altro cantante bolognese, Luca Carboni, diceva che «siamo sempre ad un incrocio»: e noi, come Chiesa, a questi incroci della vita ci dobbiamo stare.

Una Chiesa italiana “snella”, ma con un “fisico bestiale”?
Una Chiesa italiana formata da persone che sanno farsi riempire la vita dallo Spirito Santo. L’11 ottobre 2012, nei cinquant’anni dall’inizio del Concilio, Benedetto XVI ricordava l’entusiasmo di quel periodo e diceva: «Anche oggi siamo felici, portiamo gioia nel nostro cuore, ma direi una gioia forse più sobria, una gioia umile». Vorrei che questo anno pastorale iniziasse con la consapevolezza della «gioia più sobria» che portiamo nel cuore, e col desiderio di accompagnare «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce» della gente. Così, e con l’aiuto del Signore, sapremo camminare nel Cammino sinodale insieme a tanti compagni di strada.

Il Manifesto della comunicazione non ostile e inclusiva

Virtuale è reale
Comunico in rete come faccio nel mondo reale, rispettando le persone e le loro differenze, le fragilità e i punti di forza. Scelgo di includere, senza giudicare o discriminare.

Si è ciò che si comunica
Rispetto la mia identità e decido liberamente di definirmi per come sono, o di non definirmi affatto. Accolgo la complessità e la molteplicità. Valorizzo la diversità creativa.

Le parole danno forma al pensiero
Evito con cura stereotipi, cliché, allusioni o modi di dire offensivi o sminuenti. Contrasto ogni pregiudizio. Scelgo sempre parole chiare e facili da comprendere, corrette, gentili.

Prima di parlare bisogna ascoltare
Costruisco relazioni fondate sull’ascolto paziente, la comprensione e l’empatia. So che opinioni diverse allargano il mio orizzonte, e che dallo scambio nasce il senso di comunità.

Le parole sono un ponte
Coltivo la curiosità, l’apertura, il dialogo positivo che nasce
quando si superano le barriere mentali, sociali, culturali, gerarchiche. Il mio linguaggio sa creare inclusione e cittadinanza.

Le parole hanno conseguenze
So che le parole possono ferire o curare, sostenere o schiacciare. Parlo in modo tale da comprendere tutte le identità, le condizioni, le appartenenze, gli orientamenti e le culture.

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Anche il silenzio comunica
Scelgo il silenzio per ascoltare e ragionare meglio, per spegnere polemiche distruttive, o quando non ci sono parole adeguate, e un gesto di empatia vale più di ogni discorso.