Consigli per un “tempo in disparte” estivo

Spiritualità

Henri Nouwen, L’Abbraccio benedicente, meditazione sul ritorno del figlio prodigo, Queriniana.

Enzo Bianchi, Lettere a un amico sulla vita spirituale, Qiqajon.
(Un percorso sulle tematiche che appartengono ad un cammino spirituale cristiano).

Romanzo

W. Paul Young, Il Rifugio, Bur
(E se un giorno ricevessi un biglietto firmato da Dio? Briciole di teologia trinitaria disseminate in un racconto).

Il Virus è una punizione di Dio ?

Segue dal precedente Info

Il flagello nel Nuovo Testamento

La lettura di eventi biblici come quello del disastroso censimento di Davide pone una sfida che non si ferma all’Antico Testamento. Anche il libro dell’Apocalisse utilizza l’immagine della peste.
Nel capitolo 16, una serie devastante di pestilenze, che ricordano quelle dell’Egitto, viene scagliata contro un popolo peccatore. Una voce celeste ordina a sette angeli: «Andate e versate sulla terra le sette coppe dell’ira di Dio» (Ap 16,1). E sul mondo viene lanciata «una piaga cattiva e maligna» (v.2); nel mare «si formò del sangue come quello di un morto» (v. 3); «i fiumi e le sorgenti delle acque[…] diventarono sangue» (v. 4); «gli uomini bruciarono per il terribile calore» (v. 9); «tenebre» (v. 10); «le acque [del grande fiume Eufrate] furono prosciugate» (v. 12); «enormi chicchi di grandine, pesanti come talenti, caddero dal cielo sopra gli uomini» (v. 21).
Questo è un resoconto sommario di alcuni dei cataclismi che vengono enumerati nel capitolo 16 dell’Apocalisse. E di nuovo si potrebbe desumerne la chiara punizione divina inflitta a un mondo senza fede. Quel testo, infatti, riporta tante immagini pronte a essere riprese e usate per flagellare quel mondo al quale i moderni profeti di sventura si sentono così estranei. Ma è proprio questo ciò che il testo intende dire al nostro mondo moderno, che soffre alle prese con l’attuale pandemia?
Se lo si estrapola dal contesto, il testo perde il suo significato principale. Nel libro dell’Apocalisse, come del resto nelle profezie apocalittiche anticotestamentarie, si intrecciano tre elementi: discernimento, chiarezza di visione e risposta.
Il libro cerca di discernere i tempi, il passato e il presente, delineando chiaramente le forze schierate in questo mondo e la posta in gioco, che comporta mettersi dalla parte di Dio.
In questo discernimento, i contorni del futuro vengono delineati con discrezione.
Il libro offre una visione basata sulla profonda fede nel fatto che Cristo ha già vinto la battaglia, e alla fine sconfiggerà il male, anche se lo scontro durerà a lungo.
Infine, il libro richiede una risposta, che non si risolve in una cupa profezia di sventura. Piuttosto, tutto dipende da come i credenti trasformano la propria vita alla luce della consapevolezza che alla fine Cristo sarà vittorioso.
Essi devono impegnarsi attivamente nel rendere testimonianza e a cambiare il mondo con risolutezza. È un appello ad agire, a contribuire a costruire il Regno attraverso l’imitazione di Gesù, mite agnello immolato per la salvezza del mondo.
Il libro dell’Apocalisse, posto alla fine del canone cristiano, ci spinge a una fede sempre più
profonda, a una conversione sempre più profonda, a una sempre più profonda nostalgia del regno di Dio.

Una missione per il tempo di prova oggi

Ai nostri tempi, l’Apocalisse ci ricorda che la Chiesa è chiamata a non assecondare una cultura dominante, intrisa di paura, di accuse, di chiusure e di isolamento.
Se il mondo offre una visione del futuro costruita sulla paura, la Chiesa, invece, ispirandosi alla Bibbia e al libro dell’Apocalisse che la conclude, offre una prospettiva diversa, animata e fondata sulla certezza della Buona Notizia della vittoria di Cristo.
Quando tutto sembra oscuro, il discepolo di Gesù è chiamato a irradiare la certezza che il tempo delle tenebre è limitato, che Dio sta venendo e che la Chiesa è chiamata con la preghiera e la testimonianza a preparare questa venuta. Ciò significa che la nostra lettura della parola di Dio nella Bibbia deve tradursi in un messaggio di Buona Notizia che richiama alla conversione un mondo in crisi, non in un giudizio moralistico o in una profezia di sventura. La Parola deve essere proclamata «per edificazione, esortazione e conforto»; non ci è stata affidata per maltrattare, prevaricare o opprimere lo spirito.
C’è un tema che attraversa la Bibbia cristiana dall’inizio alla fine: Dio non ha permesso, non
permette e non permetterà mai al peccato, all’oscurità e alla morte di prevalere.
Nella sua straordinaria benedizione Urbi et Orbi del 27 marzo scorso, papa Francesco ha saputo comunicare la Buona Notizia, ribaltando la tendenza a vedere la crisi come un giudizio di Dio. Rivolgendosi audacemente al Signore dall’interno del nostro mondo colpito dal Covid-19, ha detto: «Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta.
Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è.
È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri» (cfr 1 Cor 14,3).

David Neuhaus ( Parte 2 di 2 ; articolo da Civiltà Cattolica)

Il Virus è una punizione di Dio ?

«“Venuta la sera” (Mc 4,35). Da settimane sembra che sul mondo sia scesa la sera a causa del virus che ha causato una pandemia. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite, riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo, siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa» . Le parole della toccante omelia di papa Francesco sono risuonate sullo sfondo di una piazza San Pietro deserta e della basilica retrostante vuota. Un gesto profetico per edificare, esortare e confortare un mondo sconvolto dalla diffusione del Covid-19 che sta distruggendo così tante vite umane.

I profeti di sventura che manipolano la Bibbia
Per chi ama davvero la Bibbia può risultare sconcertante che qualcuno stia piegando a proprio uso e consumo alcuni passi biblici che potrebbero far alludere a una crisi come quella del coronavirus. Si tratta di versetti sistematicamente estrapolati dal contesto e applicati a forza alla realtà attuale. I profeti di sventura se ne servono per proclamare che la pandemia che stiamo vivendo è una punizione di Dio adirato contro un mondo peccatore. Essi citano versetti contro qualsiasi cosa urti la loro sensibilità e infieriscono a colpi di Scritture su un’umanità già ferita e sanguinante. Talvolta sembra quasi di avvertire la soddisfazione con cui citano passi che descrivono piaghe e catastrofi scagliate da un Dio permaloso su un mondo che ha bisogno di essere punito.
Sullo stesso palcoscenico, accanto a questi sedicenti profeti animati dall’ira divina, si stagliano i moralisti del «te l’avevo detto», che a loro volta hanno setacciato le Scritture in cerca di testi che consentano di predicare con autorità le loro convinzioni circa ciò che è giusto a un mondo che finalmente dovrà riconoscere che la loro è davvero la ricetta per un domani migliore. Sia i profeti di sventura sia i moralisti del «te l’avevo detto» sembrano irrefutabilmente convinti che la crisi Covid- 19 rientri in un modello biblico di castigo o rimprovero divino.

Il caso del re Davide e della peste
Ci sono alcuni testi biblici particolarmente inquietanti che a questi profeti di sventura sembrano molto indovinati per le circostanze dell’attuale «pandemia» (termine moderno che sembra riecheggiare le antiche pestilenze). Uno dei più espliciti potrebbe essere 2 Samuele 24, un’appendice alla storia del re Davide. Il capitolo si apre con parole minacciose: «L’ira del Signore si accese di nuovo contro Israele» (2 Sam 24,1) . Perché? Perché Davide aveva ordinato il censimento, nonostante la resistenza del suo generale supremo, Ioab. L’astuto Ioab sembrava consapevole del fatto che questa azione era in contrasto con il comandamento della Legge. Perché un censimento doveva essere indissolubilmente legato alla raccolta di denaro per il tempio.
Leggiamo, infatti, nell’Esodo: «Quando per il censimento conterai uno per uno gli Israeliti, all’atto del censimento ciascuno di essi pagherà al Signore il riscatto della sua vita, perché non li colpisca un flagello in occasione del loro censimento» (Es 30,12).
In realtà, il conteggio del popolo, che era diventato molto numeroso, doveva essere collegato a un gesto di ringraziamento, di riconoscenza verso Dio, che aveva adempiuto le promesse fatte ai patriarchi: «Porrò la mia alleanza tra me e te e ti renderò molto, molto numeroso» (Gen 17,2).
Invece Davide aveva ordinato il censimento ignorando la Legge, e così era tornato a dimostrare che tendeva a sostituirsi a Dio, che pretendeva di essere lui la fonte della forza del popolo, come del resto aveva già mostrato aspirando a costruire un tempio che Dio non voleva (cfr 2 Sam 7) e spingendosi fino a uccidere il marito di Betsabea, pur di farla propria (cfr 2 Sam 12).
Sebbene Davide, una volta completato il censimento, si fosse pentito , il racconto biblico ci informa che Dio pretese un prezzo terribile. Permise a Davide di scegliere fra tre anni di carestia, tre mesi di fuga inseguito dai suoi nemici o tre giorni di peste. Il re chiese solo di non cadere nelle mani dei nemici. «Così il Signore mandò la peste in Israele, da quella mattina fino al tempo fissato; da Dan a Bersabea morirono tra il popolo settantamila persone» (2 Sam 24,15). Soltanto quando l’angelo devastatore stese la mano su Gerusalemme, il Signore disse all’angelo: «Ora basta! Ritira la mano!» (2 Sam 24,16). Il ripensamento di Dio è provocato dal fatto che Davide si era assunto la responsabilità del suo peccato: «Io ho peccato, io ho agito male; ma queste pecore che hanno fatto?
La tua mano venga contro di me e contro la casa di mio padre!» (2 Sam 24,17).

Dalla falsa lettura alla corretta interpretazione
Eccoci al punto. Abbiamo la convergenza tra peccato e ira, tra offesa e conseguenze nefaste. Da questo passo, estrapolato dal contesto, i profeti di sventura – ai quali abbiamo fatto cenno sopra – potrebbero davvero desumere che l’attuale crisi – e prima di essa le inondazioni, gli uragani, le eruzioni vulcaniche, gli tsunami, l’Aids e qualsiasi altra calamità naturale e umana – sia segno del peccato e dell’ira, proprio come ciò che viene descritto nella Bibbia.
E invece è importante sottolineare che chi traesse questa deduzione starebbe dando una lettura falsata del testo, ignorandone il contesto – sia storico sia narrativo –, le intenzioni dell’autore e il messaggio teologico sottostante.
La narrazione del censimento, infatti, rientra in una lunga storia che inizia con l’ingresso nel Paese, nel libro di Giosuè, e si muove ininterrottamente verso la distruzione di Gerusalemme e del tempio.
Questa ampia saga, scritta verso la metà del VI secolo a.C., è il frutto letterario di un autore o di una scuola di autori che gli studiosi chiamano «deuteronomista». Lo scottante problema dell’epoca era quello di meditare sulla sciagura della distruzione del tempio, che Salomone aveva costruito, e della città di Gerusalemme, con il conseguente esilio a Babilonia. Insomma, la domanda alla quale risponde quel testo è: com’è possibile che Dio abbia donato a Giosuè la terra e che questa sia stata perduta con l’invasione babilonese?
L’intera tradizione narrativa deuteronomista è stata scritta in un contesto di devastazione: tutto era andato perduto. Il popolo doveva rileggere la propria storia per assumersene la responsabilità e chiedere perdono a Dio.
La pagina biblica non intende affermare la pestilenza come punizione divina, bensì la necessità che il popolo – come Davide – si assuma le proprie responsabilità negli
eventi che hanno condotto all’esilio .
Certo, secondo la comprensione di Dio nella Scrittura, che è sempre in divenire, vi è qui ancora una mentalità religiosa che tende a riferire tutto a Dio come causa prima e a collegare ogni avversità con un precedente peccato commesso, dal singolo o da altri.
Dopo la «correzione» successiva dei testi profetici (ad esempio Ezechiele), per cui ciascuno paga soltanto le conseguenze del proprio peccato, sarà Gesù a contraddire questa logica religiosa di stretta dipendenza tra colpa e castigo (come nel caso degli episodi della torre di Siloe e del cieco nato).

David Neuhaus ( Parte 1 di 2 ; articolo da Civiltà Cattolica. La seconda parte prossimo Info)

Per un’economia a misura di un umanesimo fraterno

Presentato oggi il Manifesto di Assisi, che si fonda sulla Laudato si’ di papa Francesco e sul Cantico di frate Sole di san Francesco.

Il 24 gennaio 2020 si è tenuto, nel Salone papale del Sacro Convento di San Francesco ad Assisi, il primo incontro tra promotori e firmatari del Manifesto di Assisi, intitolato Un’economia a misura d’uomo contro la crisi climatica. Il documento è stato ideato dalla fondazione Symbola e dal Sacro Convento e ha già raccolto duemila adesioni. Nel discorso introduttivo, il custode generale del Sacro Convento padre Mauro Gambetti ha rilevato che qualcuno potrebbe sollevare l’ingannevole domanda: gli ambientalisti sono profeti di sventura o sani realisti? Per lui, la vera domanda da porsi è: siamo contenti di questo mondo?
«Lasciamoci provocare positivamente dalla realtà attuale e puntiamo a raggiungere un obiettivo di maggior felicità per tutta l’umanità. Non siamo qui per mettere delle toppe – che finirebbero per lacerare del tutto il pianeta –, ma per aprire una nuova via, per un futuro di pace e di giustizia del quale tutti potremo godere. Innanzitutto, vorrei richiamare un fattore decisivo: non esiste un cambiamento autentico e duraturo che non poggi sull’interiorità personale. Al di là delle credenze di ciascuno, solo chi vive la dimensione spirituale e attinge dalla profondità del proprio essere le ragioni del cambiamento vincerà la battaglia contro la pigrizia, il tornaconto (ossessivo e compulsivo) e la critica malevola. Poi, occorrono conoscenza, scaltrezza e un sogno.»
Per padre Gambetti, il sogno è nutrimento per l’anima e il sogno per un’economia a misura d’uomo è il Cantico di frate Sole. È lo stupore dell’atemporale e dell’illimitato della relazione a tessere le strofe scritte da san Francesco, che aveva scoperto di essere creatura in mezzo a molte creature, stretto in una rete di relazioni inestricabili. Nell’intreccio con tanti fratelli e sorelle – astri celesti, vento, fuoco, terra, acqua – e nell’esperienza dell’umanità ferita e amabile, Francesco avverte vibrare la vita, la presenza del Dio vivente, che si impasta con le creature che ama.
«Nel Cantico, tutto si sviluppa nella logica del dono di sé che ciascun essere offre agli altri, affinché vivano. Se ci doniamo gli uni agli altri, persino sorella morte entra in questo dinamismo e ci dona la Vita senza fine. In filigrana, è la trama della fraternità universale: tutto è in relazione e nella relazione immediata con tutto e con tutti è la Vita. Questo il sogno di Francesco e nostro: un’economia a misura di un umanesimo fraterno, cioè un’economia dell’amore, del primato del dono, che rispetta, nutre, custodisce, si offre, accoglie, dona.»

Due Papi in contrasto tra loro?

Due Papi in contrasto tra loro? Falso. E il celibato è un dono.
Un libro sul sacerdozio firmato dal Papa emerito, Joseph Ratzinger, e dal cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione del Culto divino (pubblicato in Francia il 15 gennaio), richiama nuovamente l’attenzione sulla possibilità di ordinare preti uomini sposati. Ratzinger e Sarah difendono il celibato. Circa il quale s’è già espresso anche papa Francesco: «Personalmente, penso che il celibato sia un dono per la Chiesa… Io non sono d’ accordo di permettere il celibato opzionale, no».
Il punto del teologo Pino Lorizio

Con buona pace dei mass media e delle fiction televisive, abbiamo un solo Papa, non lo abbiamo scelto noi, secondo i nostri gusti teologici o culturali, ma, per chi crede, la sua elezione è stata opera dello Spirito Santo, che è il soggetto trascendente della tradizione, il quale agisce attraverso gli uomini, in tal caso i cardinali elettori, che hanno la responsabilità di donare alla Chiesa il vescovo di Roma. Il suo predecessore, ancora in vita, quando si esprime su temi ecclesiali, lo fa da teologo o da vescovo, offrendo il proprio punto di vista, di cui dobbiamo tener conto, ma che tuttavia non possiede valore magisteriale.
Se il vescovo emerito di Roma, Benedetto, immaginiamo rispondendo alla propria coscienza e mettendo in campo le proprie indiscusse competenze teologiche, ha avvertito il bisogno di esternare il proprio pensiero sul celibato di quanti accedono al ministero presbiterale, e ciò alla vigilia della pubblicazione dell’ esortazione apostolica, che, raccogliendo quanto emerso nel sinodo ultimo, offrirà indicazioni per la vita della Chiesa cattolica nelle regioni amazzoniche, non possiamo non metterci in ascolto e non cercare di comprendere un punto di vista, che peraltro sembra condiviso da molti confratelli e fratelli nella fede.
Come recita il titolo del volume in uscita (scritto insieme al cardinal Robert Sarah), le riflessioni sgorgano dal profondo del cuore, di due presuli che amano la Chiesa e probabilmente la vedono minacciata da sempre incombenti forme di relativismo e di allontanamento da quella che ritengono essere la tradizione.
E, prendendo sul serio l’intenzione di entrambi gli autori e la forte sottolineatura del valore del celibato ecclesiastico, proprio innestando la riflessione sulla tradizione ecclesiale, nella sua lunga storia attraverso i secoli, dobbiamo notare che certamente la scelta di astenersi dal matrimonio è un dono, fondato sulla dimensione escatologica del Regno (in questo senso chi abbraccia questa vocazione diviene testimone del futuro), ma dobbiamo altresì sottolineare che ricevendo questo dono, dallo Spirito Santo, la Chiesa latino-romana non ha inteso imporlo alle Chiese orientali, con cui era ed è in comunione, lasciando i loro presbiteri liberi di optare o meno per il sacramento del matrimonio, insieme a quello dell’ordine.
Questa tradizione ecclesiale è stata recepita ed espressa dal Concilio ecumenico Vaticano II, che, nel decreto sul ministero dei presbiteri, Presbyterorum ordinis, al n. 16, si è espresso con grande chiarezza e limpido sentire teologico: “La perfetta e perpetua continenza per il regno dei cieli […] non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva e alla tradizione delle Chiese orientali, nelle quali, oltre a coloro che assieme a tutti i vescovi scelgono con l’aiuto della grazia il celibato, vi sono anche degli eccellenti presbiteri coniugati”.
Come più volte nel corso del sinodo sull’Amazzonia è stato sottolineato, il valore del celibato ecclesiastico viene ampiamente riconosciuto e l’eventualità dell’ordinazione dei diaconi permanenti non la rinnega o misconosce affatto. Quindi, a meno di voler tacciare il Concilio di relativismo, tale paura va allontanata come una tentazione diabolica, ossia divisiva (in senso etimologico).
Nella eventualità che l’esortazione apostolica che attendiamo ritenesse opportuno istituire un rito cattolico amazzonico o comunque consentire l’ordinazione presbiterale ai diaconi permanenti sposati, a causa del diritto del popolo di Dio di celebrare l’Eucaristia, non si tratterebbe quindi di una scelta relativistica, né comporterebbe il matrimonio di quanti già sono ordinati preti, ma semplicemente di ordinare persone sposate, già inserite nel sacramento dell’ordine tramite il diaconato. Lucio Dalla quindi dovrà rassegnarsi dal cielo a non assistere al suo auspicio dell’Anno che verrà: «Anche i preti potranno sposarsi, ma soltanto a una certa età».
Da credenti nello Spirito che guida la Chiesa, attendiamo quindi con fiducia quanto vorrà esprimere a questo riguardo il vescovo di Roma nell’esortazione apostolica e fin d’ora ci impegniamo ad accogliere con obbedienza il magistero dell’unico Papa e a sostenerlo con la preghiera e la riflessione.