Quale globalizzazione

La storia – scrive Francesco in Fratelli tutti – sta dando segni di un ritorno all’indietro” (n. 11), aggiungendo poco dopo, in modo apparentemente contraddittorio: “’Aprirsi al mondo’ è un’espressione che oggi è stata fatta propria dall’economia e dalla finanza” (n. 12). Come è possibile che un’apertura globale possa capovolgersi in un vero e proprio arretramento? Il ritorno all’indietro di cui parla Papa Francesco è segnato dal riaccendersi di conflitti anacronistici, di nazionalismi chiusi e aggressivi, di perdita del senso sociale. Non siamo lontani dal messaggio che Bauman ci ha lasciato nella sua opera postuma, che dà un nome a questo fenomeno: Retrotopia, cioè voglia di utopie capovolte, che si manifestano in un bisogno viscerale di ritorno all’indietro, alla ricerca di una nicchia tribale in cui rifugiarsi, accettando cinicamente conflitti e disuguaglianze come prezzo da pagare per assecondare il proprio narcisismo.
Anche l’apertura alla mondialità può essere parte di questa retrotopia, quando economia e finanza se ne servono come alibi strumentale, promettendo di unificare il mondo ma in realtà dividendo le persone e le nazioni. In questo globalismo unilaterale, che privilegia gli interessi individuali e indebolisce la dimensione comunitaria dell’esistenza, siamo più soli che mai. Non si tratta di una imposizione esplicita, frutto di un potere dittatoriale violento; per realizzarsi, si avvale della nostra stessa complicità: basta cavalcare spudoratamente il mito dell’individualismo possessivo, agganciandolo a una promessa di benessere illimitato dentro la quale è stato inoculato il virus del consumismo. Il resto lo fa ognuno di noi, diventando vittima e insieme attore del contagio. Quanto più il nostro ego diventa vorace e autocentrato, tanto più lavora per proprio conto a un esito collettivo.
Anche la tragedia epidemiologica che sta assediando il pianeta conferma questa paradossale combinazione di globalità e solitudine, manifestando molte analogie tra la globalizzazione finanziaria progettata e attuata intenzionalmente dall’uomo e quella pandemica, subìta e patita in modo involontario. La logica virale riproduce in modo impressionante il medesimo processo: quanto più ognuno di noi pensa solo a se stesso, rifiutandosi di adottare comportamenti responsabili, tanto più mette in pericolo la vita di tutti. Proprio quando rifiutiamo di ammainare anche di qualche centimetro la bandiera delle libertà personali, è allora che il conformismo si realizza in modo pervasivo e l’epidemia diventa globale.
In entrambi i casi “globale” assume un significato negativo: equivale a condividere ciò che ci divide! Globalizzazione senza fraternità significa solo pericolo globale.
Da questo punto di vista, il male e la malattia si assomigliano, cambiano soltanto le forme di partecipazione personale: in un caso prevale l’impotenza, nell’altro la responsabilità. La malattia si patisce, il male si compie. La malattia capovolge la fisiologia in patologia e in questo modo aggredisce l’anatomia; il male, nel suo significato più generale e profondo, è autodistruzione, il più clamoroso autogol della libertà: mentre ti promette quello che vuoi, ti ruba quello che sei.
Ha ragione papa Francesco: “Il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori” (FT, 15). In questo modo, “aumentano le distanze tra noi, e il cammino duro e lento verso un mondo unito più giusto subisce un nuovo e drastico arretramento” (FT, 16). Una globalizzazione capovolta, a questo punto, non solo non ha nulla da offrire nella lotta alla pandemia, ma rischia di diventare – sia pure involontariamente – la sua peggiore alleata.

Luigi Alici – Azione Cattolica

“Propositi per un nuovo anno” Recuperare la gentilezza.

Enciclica “Fratelli tutti” di Papa Francesco (n.222–224)

L’individualismo consumista provoca molti soprusi. Gli altri diventano meri ostacoli alla propria piacevole tranquillità. Dunque si finisce per trattarli come fastidi e l’aggressività aumenta. Ciò si accentua e arriva a livelli esasperanti nei periodi di crisi, in situazioni catastrofiche, in momenti difficili, quando emerge lo spirito del “si salvi chi può”. Tuttavia, è ancora possibile scegliere di esercitare la gentilezza. Ci sono persone che lo fanno e diventano stelle in mezzo all’oscurità.
San Paolo menzionava un frutto dello Spirito Santo con la parola greca chrestotes (Gal 5,22), che esprime uno stato d’animo non aspro, rude, duro, ma benigno, soave, che sostiene e conforta. La persona che possiede questa qualità aiuta gli altri affinché la loro esistenza sia più sopportabile, soprattutto quando portano il peso dei loro problemi, delle urgenze e delle angosce. È un modo di trattare gli altri che si manifesta in diverse forme: come gentilezza nel tratto, come attenzione a non ferire con le parole o i gesti, come tentativo di alleviare il peso
degli altri. Comprende il «dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano», invece di «parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano».
La gentilezza è una liberazione dalla crudeltà che a volte penetra le relazioni umane, dall’ansietà che non ci lascia pensare agli altri, dall’urgenza distratta che ignora che anche gli altri hanno diritto a essere felici.
Oggi raramente si trovano tempo ed energie disponibili per soffermarsi a trattare bene gli altri, a dire “permesso”, “scusa”, “grazie”.
Eppure ogni tanto si presenta il miracolo di una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza.
Questo sforzo, vissuto ogni giorno, è capace di creare quella convivenza sana che vince le incomprensioni e previene i conflitti. La pratica della gentilezza non è un particolare secondario né un atteggiamento superficiale o borghese. Dal momento che presuppone stima e rispetto, quando si fa cultura in una società trasforma profondamente lo stile di vita, i rapporti sociali, il modo di dibattere e di confrontare le idee. Facilita la ricerca di consensi e apre strade là dove l’esasperazione distrugge tutti i ponti.

Un atto di bontà è come un giardino di benedizioni.
Siracide 40,17a
.

Papa Francesco La forza del silenzio davanti al presepio

Tre immagini del Natale: il presepe con Maria e Giuseppe; la storia della salvezza letta nel
Martirologio (…); il silenzio profondo in cui si compie il Mistero. Tre immagini che sono realtà
nella vita di qualunque cristiano che voglia essere fedele: l’affetto, la costanza e l’attesa dei
secoli, il silenzio. (…) Adesso meditiamo sul silenzio. (…)
I mezzi di comunicazione di massa ci sottopongono a quella che potremmo chiamare
un’«alluvione di parole». Mi domando: «Sono capace di vivere senza la radio? Per quanti
giorni?». Esiste un consumismo di parole: parole dolci, seduttive, oggettive, colleriche… di ogni tipo. Parole che cercano di entrarci rumorosamente nel cuore e non apportano niente alla verità. La Parola ha creato l’universo, la Parola di Dio, che ha detto e tutto fu fatto. La parola che usiamo è stata depotenziata della sua potenza creativa. E noi infatti lo sappiamo, perché istintivamente diffidiamo delle parole che ci vengono dette, non vi prestiamo fede, diciamo: «Non sono altro che parole… Non hanno niente a che vedere con la verità».
Eppure, quanto ci piace ascoltarle! E quando dobbiamo esprimere un sentimento, siccome le parole sono così
consumate, a volte non sappiamo come farlo; e allora ricorriamo a una serie di artifizi, anch’essi menzogneri, che
prostituiscono il sentimento: la «formalità», la «provocazione», la parola «sdolcinata» dell’intimista.
Ma il sentimento resta dentro e non sappiamo come esprimerlo nella verità, come esprimerlo in solitudine.
Ecco il cuore del problema: se non c’è solitudine non c’è silenzio, e senza entrambi non c’è
verità. Il silenzio è l’espressione più alta della solitudine del cuore. Il silenzio trasforma la
solitudine in realtà. E quando non cediamo al prurito di ascoltare noi stessi, cioè alla vanità
dell’anti-silenzio, sfuggiamo alla solitudine di quelle innumerevoli maniere formali,
provocatorie, intimistiche, massificanti… Tutte parole che non danno vita, che non nascono
da un cuore passato attraverso il crogiolo della solitudine, nella costanza e nell’affetto. Non nascono – in sostanza – da un cuore fecondo.
Le parole vere si forgiano nel silenzio. Più ancora: il nucleo stesso della parola dev’essere silenzioso. Se la parola è vera, nel suo cuore si annida il silenzio. E la parola, una volta pronunciata, torna al silenzio abissale e fecondo da cui proveniva. La parola muore per fare posto all’amore, alla bellezza, alla verità, che proprio essa ha portato. Ce lo ricordava acutamente sant’Agostino: «Giovanni la voce, il Signore, invece, in principio era il Verbo.
Giovanni voce nel tempo, Cristo in principio Parola eterna. […] La voce, senza la parola, colpisce l’orecchio, non apporta nulla alla mente. […] La parola, a te recata dal suono, è ormai nella tua mente e non si è allontanata dalla mia. Perciò il suono, proprio il suono, quando la parola è penetrata in te, non ti sembra dire: Egli deve crescere ed io, invece, diminuire? La sonorità della voce ha vibrato nel far servizio, quindi si è allontanata, come per dire: Questa mia gioia è completa. Conserviamo la parola, badiamo a non perdere la parola concepita nel
profondo dell’essere». La nostra parola, il nostro parlare, che nasce dal silenzio, dev’essere contenta di morire tornando al silenzio da cui era uscita.

The economy of Francesco lo statement finale

La dichiarazione finale dell’evento articola in 12 punti le richieste dei giovani economisti, imprenditori e change makers del mondo, riuniti da papa Francesco per confrontarsi su una nuova idea di economia
Dal 19 al 21 novembre si è tenuto The Economy of Francesco, l’incontro online che ha riunito oltre 2.000 giovani economisti, imprenditori e changemaker di 120 Paesi del mondo, per rispondere all’appello con cui papa Francesco ha voluto riunire «chi oggi si sta formando e sta iniziando a studiare e praticare una economia diversa, quella che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda» con l’obiettivo di arrivare a «fare un “patto” per cambiare l’attuale economia e dare un’anima all’economia di domani».
È stata una tre giorni intensa, animata da un’agenda ricca di scambi, conferenze, seminari e momenti di spiritualità, che ha segnato una tappa importante in un percorso che proseguirà, in vista di un appuntamento ad Assisi fra dodici mesi, con la presenza di papa Francesco.
Dal lavoro e dall’impegno di questi giovani entusiasti è scaturita una dichiarazione finale, che articola in 12 punti le richieste alle istituzioni, alle imprese e ai potenti della Terra perché ripensino un modello di economia che sia inclusivo, rispettoso della natura, attento alla dignità del lavoro, capace di offrire pari opportunità alle donne e di essere al servizio dell’Uomo, perché non si può costruire un mondo migliore senza una economia migliore.

Ecco una sintesi dello statement finale:

Noi giovani economisti, imprenditori, change makers del mondo, chiediamo che:
1)le grandi potenze mondiali e le grandi istituzioni economico – finanziarie rallentino la loro corsa per lasciare respirare la Terra;

2)venga attivata una comunione mondiale delle tecnologie più avanzate;

3)il tema della custodia dei beni comuni sia posto al centro delle agende dei governi e degli insegnamenti nelle scuole, università, business school di tutto il mondo;

4) mai più si usino le ideologie economiche per offendere e scartare i poveri, gli ammalati e le minoranze;

5) che il diritto al lavoro dignitoso per tutti, i diritti della famiglia e tutti i diritti umani vengano rispettati nella vita di ogni azienda, per ciascuna lavoratrice e ciascun lavoratore;

6) vengano immediatamente aboliti i paradisi fiscali in tutto il mondo;

7) si dia vita a nuove istituzioni finanziarie mondiali e si riformino, in senso democratico e inclusivo, quelle esistenti (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale);

8) le imprese e le banche, soprattutto le grandi e globalizzate, introducano un comitato etico indipendente nella loro governance con veto in materia di ambiente, giustizia e impatto sui più poveri;

9) le istituzioni nazionali e internazionali prevedano premi a sostegno degli imprenditori innovatori nell’ambito della sostenibilità ambientale, sociale, spirituale e manageriale;

10) gli Stati, le grandi imprese e le istituzioni internazionali si prendano cura di una istruzione di qualità per ogni bambina e bambino del mondo;

11) le organizzazioni economiche e le istituzioni civili non si diano pace finché le lavoratrici non abbiano le stesse opportunità dei lavoratori;

12) chiediamo infine l’impegno di tutti perché si avvicini il tempo profetizzato da Isaia: “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra” (Is 2, 4). Noi giovani non tolleriamo più che si sottraggono risorse alla scuola, alla sanità, al nostro presente e futuro per costruire armi e per alimentare le guerre necessarie a venderle.

Attualità

Lettera aperta a P. Francesco dalle realtà imprenditoriali aderenti al Patto ‘Imprese per una Terza Economia’ (incontro Economy of Francesco; Assisi 19-21 novembre).

Santità, mai come nel contesto attuale, lei ha più volte ricordato che è necessario virare verso un nuovo modello di sviluppo economico che sia a servizio dell’uomo e non del profitto, un’economia che promuova la giustizia, che non generi ed esacerbi le disuguaglianze e che attraverso un rinnovato sistema di regole promuova la solidarietà, la fratellanza sociale e la pace. Lei chiama tutti a contribuire a uno sviluppo umano integrale, e noi imprenditori e le nostre imprese vorremmo essere protagonisti di questo cambiamento. In Italia, esiste, non solo una ricca e conosciuta tradizione in questo senso, ma continua a crescere il numero di imprese che hanno adottato lo sviluppo umano, la sostenibilità e l’impatto sociale come pilastri della loro attività economica. Come associazioni di imprese impegnate a generare beneficio e impatto sociali, ci siamo riconosciuti, incontrati e uniti in un Patto che come luogo e spazio dialogo umano e progettuale tra la biodiversità delle nostre imprese, con gli altri attori sociali, con le istituzioni e con il governo. Patto che abbiamo siglato a nome delle associazioni di imprese sociali, imprese cooperative, imprese della economia civile, imprese che promuovono la economia circolare, imprese per una economia di comunione, imprese familiari, imprese che promuovono la responsabilità sociale d’impresa, società benefit, BCorporation Italiane, imprenditori e dirigenti d’azienda cristiani, banche che promuovono la finanza etica e mutualistica, organizzazioni che operano accanto a importanti reti internazionali. Santità, la ringraziamo per i contenuti e gli stimoli che ci mette a disposizione nei suoi Messaggi e nelle sue Lettere encicliche e per le iniziative che porta avanti in tal senso. Le manifestiamo la nostra piena disponibilità e supporto e le confermiamo il nostro impegno. Le auguriamo i migliori risultati nella prossima iniziativa-progetto ‘Economy of Francesco’ che rappresenta a nostro avviso una azione concreta per costruire assieme alle nuove generazioni un nuovo modello economico a misura d’uomo: ci sentiamo anche noi ad Assisi! Augurandoci di essere sempre più imprese impegnate per lo sviluppo umano, le facciamo arrivare la nostra più sentita vicinanza per tutto ciò che ha a cuore.