Chiediamo perdono per l’uso improprio delle risorse naturali

In vista del Tempo del Creato, il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa e la Conferenza delle Chiese d’Europa hanno emesso una dichiarazione comune.

“Ci uniamo per chiedere perdono. A causa dell’uso improprio delle risorse naturali, legato anche alla distruzione e all’inquinamento, continuiamo a infliggere una dolorosa ferita all’opera di Dio che Egli stesso definì «cosa molto buona» (Gen 1, 31). Riconosciamo che lo stile di vita della società moderna ha conseguenze in tutto il mondo. Questo è il motivo per cui dobbiamo fermare il ciclo dell’individualismo e dell’isolamento, ricordando che siamo tutti membri di un’unica famiglia umana e che siamo tutti creati a immagine di Dio (Gen 1, 27). Pertanto, chiedendo perdono, intendiamo cambiare i nostri cuori e i comportamenti per diffondere i semi della giustizia e far germogliare i frutti della carità, contribuendo così a ripristinare la bellezza della creazione.”
In vista del Tempo del Creato, il periodo speciale del calendario liturgico che va dal 1° settembre, Giornata di preghiera per il Creato, al 4 ottobre, Festa di san Francesco d’Assisi, il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa e la Conferenza delle Chiese d’Europa hanno emesso la dichiarazione comune. La rete della vita” a firma dei rispettivi presidenti, il cardinale Angelo Bagnasco e il reverendo Christian Krieger. L’obiettivo è quello di unirsi in una sola preghiera per riaffermare la nostra responsabilità nei confronti della creazione e ricordare all’umanità di rispettare il pianeta.
“Con tutto il cuore preghiamo per le persone che nel mondo soffrono a causa dei danni ambientali causati dall’egoismo e dall’abbandono. La rete della vita non deve essere interrotta dall’avidità umana e dall’indifferenza nei confronti degli esseri umani e dell’intera creazione. […] Ringraziamo Dio per la bellezza e la bontà della sua creazione, impegnandoci a non dare per scontato questo meraviglioso dono. Ci adoperiamo a mettere in atto modi per curare e condividere, per rapportarci con rispetto e amore all’opera di Dio. Portiamo nelle nostre preghiere i nostri fratelli e sorelle che soffrono a causa dei nostri sprechi, della avidità e, spesso, della nostra indifferenza.”
Dichiarando la necessità di un nostro impegno nei confronti della creazione che Dio ci ha affidato, il documento chiede a ogni comunità cristiana di rafforzarsi e crescere nella propria missione attraverso azioni concrete e buone opere, ispirate alla propria tradizione spirituale.
Invita inoltre ogni singolo cristiano e ogni persona di buona volontà a dimostrare la propria responsabilità nei confronti del Creato, ad assumere impegni concreti per lavorare come buoni custodi e per lottare contro le disuguaglianze attraverso la protezione della diversità biologica.

E’ possibile andare in collera ma senza cadere in peccato

Come accaduto sia a Dio che a Gesù, ci sono situazioni in cui adirarsi serve per disapprova il male e le ingiustizie.

“Nel salmo 4 c’è un versetto che può suonare di difficile comprensione per i nostri orecchi che vedono nell’ira, nella collera, nello sdegno solo un peccato, o per lo meno un difetto del carattere. Il versetto […] va tradotto: «Adiratevi ma non peccate», o «Andate in collera e non peccate» (Sal 4,5). L’Apostolo lo riprende tra le esortazioni della Lettera agli Efesini, aggiungendovi le parole: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira e non date spazio al diavolo” (Ef 4,26-27). Dunque è possibile andare in collera, adirarsi, ma occorre nello stesso tempo non cadere in peccato, non permettere che il divisore trovi spazio in questo sentimento e nella sua espressione.”
Enzo Bianchi riconosce che spesso nella Bibbia l’ira ha come soggetto Dio stesso. Di fronte a ciò che è male, Egli non resta impassibile, ma prova un sentimento che lo porta a manifestare il suo disappunto e a soffrire. Anche Gesù è capace di mostrare collera e sdegno in diverse situazioni, con atteggiamenti e parole che possono sorprendere per la loro durezza.
“Quando grida verso Corazin e Betsaida, dicendo che Tiro e Sidone avranno una sorte meno dura nel giudizio, o quando inveisce contro Cafarnao, dicendo che sarà sprofondata all’inferno, Gesù si mostra come un profeta pieno di passione, capace di assumere toni collerici. Quando attacca scribi e farisei e ne fa la caricatura, denunciando apertamente i loro atteggiamenti di peccato e menzogna, gridando loro: «Serpenti! Razza di vipere!» (Mt 12,34; 23,33), Gesù è adirato. E così quando, entrato in Gerusalemme, scaccia dal tempio con una corda i commercianti e rovescia i loro tavoli, Gesù mostra di essere in collera.”
Ma queste parole e questi gesti non sono certamente peccato, perché «in lui non c’è stato peccato» (1Gv 3,5); anzi, sono segni della passione per la giustizia e la sincerità di Gesù, che esprimono la volontà di Dio. Ci sono dunque situazioni in cui alzando la voce e gridando si esprime la propria disapprovazione del male, dell’errore commesso, si fa capire la gravità di ciò che viene denunciato come ingiustizia, peccato.
“Ma oggi siamo ancora capaci di indignazione, di un’insurrezione delle coscienze, oppure l’indifferenza è a tal punto diffusa che lascia posto solo a rabbia e a rancore? Ecco, il rancore, questo sì è un grande peccato ispirato dal diavolo. Si tratta di una rabbia non espressa esternamente, che si contiene e si nutre ogni giorno con l’ostilità: non si reagisce in modo manifesto all’altro ma si cova rabbia contro di lui; non si alza la voce ma si lascia posto all’ululare nel cuore; non si dice la propria contrarietà ma interiormente si accumula risentimento. […] Anche l’ultimo rapporto annuale del Censis sulla situazione italiana denuncia come malattia sociale il rancore che ammorba la vita dei cittadini, incapaci di indignazione ma pronti a essere cattivi e rabbiosi. Difficile esercizio quello dell’andare in collera senza peccare, senza cedere al rancore; ma difficile esercizio anche quello dell’accogliere la parola collerica dell’altro, quando è motivata come correzione (non come offesa o disprezzo), e non farne un’occasione di inimicizia o di condanna, ma una possibilità di interrogarsi, esaminarsi ed eventualmente convertirsi.”

Enzo Bianchi

I muri nel mondo e la paura verso gli esseri umani scartati

Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, a causa di una distorta idea di società, il numero dei muri è decuplicato.
“Quando quello di Berlino cadeva a pezzi per i collezionisti erano giusto 15. Alla fine della Seconda guerra mondiale i muri recensiti erano appena sette. Dal 1989 ai nostri giorni i muri ufficiali sono, secondo la geografa Elisabeth Vallet, almeno 77. […] I muri sono simboli che organizzano a loro maniera il tipo di mondo che si vorrebbe abitare.”
Nigrizia (rivista missionaria) fa il tragico punto della situazione sui muri che nel nostro pianeta separano le società, impaurite dai mezzi di comunicazione assoldati dal potere, dagli esseri umani scartati perché ritenuti incompatibili con una certa idea di futuro. Da quelli in cemento, mattoni o filo spinato a quelli elettronici con sensori, rispecchiano insieme continuità e innovazione. Ma ci sono anche i muri di sabbia e di mare, oltre che quelli di parole
“Il muro numero 78 abbiamo il privilegio di possederlo nel Sahel. Invisibile e reale, pedina come un’ombra coloro che rifiutano di essere buttati tra gli scarti. Incompatibili col sistema di rapina del futuro e ostili ai crimini contro la storia si avventurano, come esodanti, sui confini armati del deserto che ne cancella le impronte. […] Dello stesso muro numero 78 sono parte integrante le armi, i gruppi di mercenari e i grandi commercianti di droga che prosperano nel Sahel con l’avallo dei politici. L’incompatibilità dell’integrazione nel mondo così concepito, trasforma soggetti liberi in scarti potenziali, per i quali si drizzano i muri mobili dei respingimenti al mittente via mare.”
Questo muro si aggiunge a quello tra India, Pakistan e Bangladesh, dove ci sono centinaia di chilometri di filo spinato contro l’immigrazione e per ragioni di sicurezza di stato. A quello tra Israele e i territori palestinesi, che crea, per giustificare l’incolumità dello stato ebraico, una terra promessa e una di disperazione.
L’Arabia Saudita ha costruito centinaia di chilometri di muro al confine con l’Iraq. Un muro che nell’isola di Cipro separa il possedimento turco da quello greco.
In Marocco, un vallo lungo centinaia di chilometri contenente milioni di mine è il segno di appropriazione di una parte del Sahara Occidentale. E a Ceuta e Melilla, la Spagna ha eretto barriere di muri e reti a protezione della sua sovranità. In Francia, è a Calais che un muro protegge l’accesso al tunnel che congiunge il Continente con il Regno Unito. Mente a Belfast, nell’Irland del Nord, il muro della pace separa storie e tradizioni incompatibili, quelle di cattolici e protestanti, di unionisti e repubblicani. Ma, nonostante tutto, gli scartati creano tunnel, gallerie, tragitti per passare nell’altro mondo.

Stralcio da: Istruzione “Ad resurgendum cum Cristo”

Sulla sepoltura e cremazione dei defunti

Seguendo l’antichissima tradizione cristiana, la Chiesa raccomanda insistentemente che i corpi dei defunti vengano seppelliti nel cimitero o in altro luogo sacro.[4] Nel ricordo della morte, sepoltura e risurrezione del Signore, mistero alla luce del quale si manifesta il senso cristiano della morte,[5] l’inumazione è innanzitutto la forma più idonea per esprimere la fede e la speranza nella risurrezione corporale.[6] La Chiesa, che come Madre ha accompagnato il cristiano durante il suo pellegrinaggio terreno, offre al Padre, in Cristo, il figlio della sua grazia e ne consegna alla terra le spoglie mortali nella speranza che risusciterà nella gloria.[7] Seppellendo i corpi dei fedeli defunti, la Chiesa conferma la fede nella risurrezione della carne,[8] e intende mettere in rilievo l’alta dignità del corpo umano come parte integrante della persona della quale il corpo condivide la storia.[9] Non può permettere, quindi, atteggiamenti e riti che coinvolgono concezioni errate della morte, ritenuta sia come l’annullamento definitivo della persona, sia come il momento della sua fusione con la Madre natura o con l’universo, sia come una tappa nel processo della re–incarnazione, sia come la liberazione definitiva della “prigione” del corpo. Inoltre, la sepoltura nei cimiteri o in altri luoghi sacri risponde adeguatamente alla pietà e al rispetto dovuti ai corpi dei fedeli defunti, che mediante il Battesimo sono diventati tempio dello Spirito Santo e dei quali, «come di strumenti e di vasi, si è santamente servito lo Spirito per compiere tante opere buone».[10] Il giusto Tobia viene lodato per i meriti acquisiti davanti a Dio per aver seppellito i morti,[11] e la Chiesa considera la sepoltura dei morti come un’opera di misericordia corporale.[12] Infine, la sepoltura dei corpi dei fedeli defunti nei cimiteri o in altri luoghi sacri favorisce il ricordo e la preghiera per i defunti da parte dei familiari e di tutta la comunità cristiana, nonché la venerazione dei martiri e dei santi. Mediante la sepoltura dei corpi nei cimiteri, nelle chiese o nelle aree ad esse adibite, la tradizione cristiana ha custodito la comunione tra i vivi e i defunti e si è opposta alla tendenza a occultare o privatizzare l’evento della morte e il significato che esso ha per i cristiani.
Laddove ragioni di tipo igienico, economico o sociale portino a scegliere la cremazione, scelta che non deve essere contraria alla volontà esplicita o ragionevolmente presunta del fedele defunto, la Chiesa non scorge ragioni dottrinali per impedire tale prassi, poiché la cremazione del cadavere non tocca l’anima e non impedisce all’onnipotenza divina di risuscitare il corpo e quindi non contiene l’oggettiva negazione della dottrina cristiana sull’immortalità dell’anima e la risurrezione dei corpi.[13] La Chiesa continua a preferire la sepoltura dei corpi poiché con essa si mostra una maggiore stima verso i defunti; tuttavia la cremazione non è vietata, «a meno che questa non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana».[14] In assenza di motivazioni contrarie alla dottrina cristiana, la Chiesa, dopo la celebrazione delle esequie, accompagna la scelta della cremazione con apposite indicazioni liturgiche e pastorali, avendo particolare cura di evitare ogni forma di scandalo o di indifferentismo religioso. Qualora per motivazioni legittime venga fatta la scelta della cremazione del cadavere, le ceneri del defunto devono essere conservate di regola in un luogo sacro, cioè nel cimitero o, se è il caso, in una chiesa o in un’area appositamente dedicata a tale scopo dalla competente autorità ecclesiastica. Sin dall’inizio i cristiani hanno desiderato che i loro defunti fossero oggetto delle preghiere e del ricordo della comunità cristiana. Le loro tombe divenivano luoghi di preghiera, della memoria e della riflessione. I fedeli defunti fanno parte della Chiesa, che crede alla comunione «di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo; tutti insieme formano una sola Chiesa».[15] La conservazione delle ceneri in un luogo sacro può contribuire a ridurre il rischio di sottrarre i defunti alla preghiera e al ricordo dei parenti e della comunità cristiana. In tal modo, inoltre, si evita la possibilità di dimenticanze e mancanze di rispetto, che possono avvenire soprattutto una volta passata la prima generazione, nonché pratiche sconvenienti o superstiziose. Per i motivi sopra elencati, la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica non è consentita. Soltanto in caso di circostanze gravi ed eccezionali, dipendenti da condizioni culturali di carattere locale, l’Ordinario, in accordo con la Conferenza Episcopale o il Sinodo dei Vescovi delle Chiese Orientali, può concedere il permesso per la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica. Le ceneri, tuttavia, non possono essere divise tra i vari nuclei familiari e vanno sempre assicurati il rispetto e le adeguate condizioni di conservazione. Per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non sia permessa la dispersione delle ceneri nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti, tenendo presente che per tali modi di procedere non possono essere addotte le ragioni igieniche, sociali o economiche che possono motivare la scelta della cremazione. Nel caso che il defunto avesse notoriamente disposto la cremazione e la dispersione in natura delle proprie ceneri per ragioni contrarie alla fede cristiana, si devono negare le esequie, a norma del diritto.[16]

Card. Gerhard Müller
Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede

Il capitale umano e il lavoro

L’orizzonte del lavoro è stato sintetizzato da papa Francesco in quattro aggettivi: libero, creativo, partecipativo e solidale e sviluppato in un percorso che ha coinvolto credenti e parti sociali prima e dopo la preparazione delle Settimane Sociali, contribuendo ad animare il dibattito nel paese. Siamo purtroppo lontani in molti casi da quel traguardo e da quell’orizzonte, che vede nel lavoro un’opportunità per affermare la dignità della persona e la sua capacità di collaborare all’opera creativa di Dio.
Viviamo in un sistema economico che ha dimostrato capacità eccezionali nel creare valore economico a livello globale, nel promuovere innovazione e progresso scientifico e nell’offrire ai consumatori una gamma sempre più vasta di beni di qualità. Il rovescio di questa medaglia sta nella difficoltà di promuovere un’equa distribuzione delle risorse, di favorire l’inclusione di chi viene “scartato”, di tutelare l’ambiente e difendere il lavoro. In questo contesto la sfida più formidabile, soprattutto nei paesi ad alto reddito dove i lavoratori avevano conquistato con dolore e fatica traguardi importanti, è proprio quella della tutela e della dignità del lavoro. Dignità che è essenziale per il senso e la fioritura della vita umana e la sua capacità di investire in relazioni e nel futuro.
La situazione è resa particolarmente difficile perché richiede la capacità di adattarsi e di rispondere a due trasformazioni epocali: quella della globalizzazione e della quarta rivoluzione industriale. La prima interpella il lavoro offrendo alle imprese opportunità di delocalizzare da paesi ad alto reddito e con alti costi del lavoro per andare a cercare le medesime qualifiche e competenze in paesi poveri o emergenti dove quel lavoro costa molto meno. In questo modo, mentre opportunità nei paesi poveri ed emergenti aumentano, si rischia allo stesso tempo di innescare una corsa competitiva verso il basso di cui a fare le spese è proprio la dignità del lavoro. La seconda sfida, quella della nuova rivoluzione industriale, è una grande trasformazione del modo di fare impresa che rende obsoleti alcuni tipi di mansioni. Il lavoro del futuro, per essere libero, creativo, partecipativo e solidale dovrà saper vincere queste sfide. Che, come accaduto anche per le precedenti rivoluzioni industriali, chiudono delle vie del passato ma aprono al contempo nuovi sentieri. Come persone credenti non dobbiamo mai perdere la speranza e la capacità di leggere le opportunità del nuovo che avanza assieme alle sfide e agli ostacoli che ci pone.
La rete, le macchine intelligenti e le nuove opportunità d’interazione tra le stesse e con gli esseri umani aumenteranno sempre più la nostra capacità di fare e modificheranno la nostra capacità di agire. Le macchine intelligenti non potranno mai competere con gli esseri umani in ciò che li rende veramente uomini: la vita di relazioni, la prossimità e la cura interpersonale. E assieme ad esse gli spazi per la creatività artistica, scientifica e culturale. Se guardiamo indietro al passato scopriamo che nel lungo periodo le rivoluzioni industriali che si sono susseguite, nonostante i tanti ostacoli e perplessità che hanno incontrato sul loro cammino, hanno progressivamente sollevato, le persone da compiti faticosi e ripetitivi e, in ultima analisi, da lavori meno umani. Il progresso scientifico e tecnologico è un dono e un frutto dell’operosità dell’ingegno umano che può diventare benedetto o avvelenato a seconda della maggiore o minore capacità di porlo al servizio della persona.
La speranza e la gratitudine per questo progresso di cui l’uomo è artefice non devono farci distogliere lo sguardo dalla denuncia e la condanna di quella parte, purtroppo vasta, di dinamiche del lavoro molto lontane dall’essere libere, creative, partecipative e solidali.
In questo scenario difficile dove si mescolano insidie e speranze abbiamo sempre più bisogno di competenze culturali e politiche all’altezza della sfida, per cogliere gli elementi fondamentali e guidare nel modo più efficace il Paese in questo difficile percorso, per promuovere ciò che ci nobilita e per scartare ciò che ci umilia.
Appare del tutto evidente, da questo punto di vista, l’importanza di costruire politiche che favoriscano l’investimento in due direzioni principali. Da una parte la formazione, l’istruzione e le competenze che saranno sempre più importanti per favorire la riqualificazione del lavoro ed andare ad occupare i tanti spazi aperti dalle nuove potenzialità create. Dall’altra l’”umanità” diventerà una delle chiavi di successo principali dei mondi del lavoro futuri, perché l’arte della collaborazione (fatta di fiducia, cura interpersonale, reciprocità, prossimità), i servizi alla persona e le relazioni saranno sempre più qualificanti e decisive. La capacità di fare squadra, producendo capitale sociale, sarà una delle chiavi del successo professionale ed assieme della fioritura umana e spirituale della vita.
Un compito irrinunciabile e sempre più delicato sarà quello di inclusione degli scartati e dei più deboli. Sapendo che la soluzione non potrà essere quella di una mera erogazione monetaria poiché la dignità della persona passa attraverso la sua capacità di essere utile e di contribuire al progresso sociale e civile. Le forme d’intervento e di aiuto per gli esclusi non potranno non avere come stella polare quella di un approccio generativo che mira ad offrire opportunità d’inclusione e di partecipazione alla vita sociale e produttiva.
È stato detto più volte che la qualità di una società dipende dal modo in cui in essa sono considerati gli ultimi. Ed è vero. Il salto di qualità, culturale e di comunicazione di cui abbiamo bisogno, prima ancora che politico economico, è quello di riscoprire come la collaborazione e il gioco di squadra con tutti, anche e soprattutto con i più marginalizzati, è dono ed occasione di crescita della propria vita umana e spirituale e, allo stesso tempo, opportunità che mette in moto nuove modalità di creazione di valore economico e sociale.
La sfida affascinante della vita del Paese (e quella su cui ci giochiamo il futuro del lavoro) può essere vinta solo superando la carestia di speranza, puntando su fiducia, accoglienza ed innovazione e non chiudendosi nella sterilità della paura e nel conflitto.
Comprendendo che l’altro non è colui che mi contende una ricchezza data ma è un dono e un’occasione per costruire una “torta” più grande.
La storia del progresso umano insegna che il benessere economico e sociale non è un’acquisizione data ed acquisita su cui lottare per la spartizione. Il vero tesoro di una comunità (e quindi del nostro Paese) e garanzia per il suo futuro è la somma delle fatiche e delle competenze, dell’impegno a contribuire al progresso civile e della capacità di cooperare e fare squadra dei propri cittadini. Se sapremo preservare ed arricchire questo tesoro riusciremo anche a vincere la sfida della dignità del lavoro di oggi e del futuro.

LA COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE