Giornata mondiale dei nonni e degli anziani

Il Papa agli anziani: Dio manda angeli a consolare la nostra solitudine.
Nel messaggio per la prima Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, che si celebra il 25 luglio, Francesco sottolinea che la vocazione della Terza età è “custodire le radici, trasmettere la fede ai giovani e prendersi cura dei piccoli”.

Vorrei che “ogni nonno, ogni anziano, ogni nonna, ogni anziana – specialmente chi tra di noi è più solo – riceva la visita di un angelo!”, come San Gioacchino, il nonno di Gesù, allontanato dalla comunità perché non aveva figli. “Anche quando tutto sembra buio, come in questi mesi di pandemia, il Signore continua ad inviare angeli, a consolare la nostra solitudine e a ripeterci: ‘Io sono con te tutti i giorni’ “. Papa Francesco si rivolge così ai nonni e agli anziani del mondo nel messaggio per la prima Giornata mondiale a loro dedicata, che si celebra il 25 luglio, ripetendolo anche in un videomessaggio.

Il sogno di Gioacchino.

Francesco prega che il Signore mandi un angelo a consolare gli anziani come avvenne per Gioacchino, il nonno di Gesù e marito di Anna: “il Signore – disse l’Angelo – ha esaudito la tua insistente preghiera”. Angeli che, alcune volte, “avranno il volto – scrive Francesco – dei nostri nipoti, altre dei familiari, degli amici di sempre o di quelli che abbiamo conosciuto proprio in questo momento difficile”.

La pandemia: dura prova che ha colpito più forte gli anziani.

A ogni nonno, a ogni anziano il Pontefice dice: “Tutta la Chiesa ci è vicina” e ti è vicina. “Si preoccupa di te, ti vuole bene e non vuole lasciarti solo!”. Parla della pandemia come di una “dura prova che si è abbattuta sulla vita di ciascuno, ma che a noi anziani ha riservato un trattamento speciale”, più duro. Molti si sono ammalati, e non ci sono più: “tanti se ne sono andati, o hanno visto spegnersi la vita dei propri sposi o dei propri cari, troppi sono stati costretti alla solitudine per un tempo lunghissimo, isolati”
Ora servono angeli che riportino agli anziani “gli abbracci e le visite”. Francesco si dice rattristato dal fatto “che in alcuni luoghi non siano ancora possibili!”.

Francesco invita anche a riconoscere la fedeltà del Signore raccontata nei Vangeli, pregata nei salmi, incontrata dai profeti, il Signore che ci invia messaggeri e chiama operai nella sua vigna “ad ogni ora del giorno”. Il Pontefice scrive di aver ricevuto “la chiamata a diventare vescovo di Roma” quando aveva raggiunto, “per così dire, l’età della pensione” e già immaginava “di non poter più fare molto di nuovo”. Ma “il Signore è eterno e non va mai in pensione, mai”.

La vocazione di trasmettere la fede ai giovani.

Francesco introduce così il secondo tema del suo messaggio, dopo quello dell’angelo consolatore. Riguarda la vocazione di nonni e anziani: quella di “custodire le radici, trasmettere la fede ai giovani e prendersi cura dei piccoli”. E sottolinea che l’annuncio del Vangelo non ha date di scadenza: “non esiste un’età per andare in pensione dal compito di annunciare il Vangelo, dal compito di trasmettere le tradizioni ai nipoti”.

La forza dello Spirito vince ogni dubbio e fatica.

Ai naturali dubbi di chi vede le proprie energie esaurirsi, di chi vede difficile cominciare a comportarsi “in maniera differente” quando ormai “l’abitudine è divenuta la regola”, o dedicarsi “a chi è più povero” quando ha già “tanti pensieri” per la sua famiglia, o sente la solitudine come un “macigno troppo pesante”, il Papa risponde con l’invito ad aprire “il proprio cuore all’opera dello Spirito Santo che soffia dove vuole” e “fa quello che vuole”.

Anziani indispensabili per costruire il mondo di domani.

Francesco ripete quanto scritto nell’enciclica Fratelli tutti, augurandosi che questo tempo di crisi legato alla pandemia, “non sia stato l’ennesimo grave evento storico da cui non siamo stati capaci di imparare”. Perché “un così grande dolore non sia inutile”, e si riesca a fare “un salto verso un nuovo modo di vivere”, dice Papa Francesco rivolgendosi direttamente al nonno e all’anziano, c’è bisogno di fraternità: “c’è bisogno di te per costruire, nella fraternità e nell’amicizia sociale, il mondo di domani”.

I tre pilastri: sogni, memoria e preghiera.

Si deve realizzare una nuova costruzione con tre pilastri “che tu, meglio di altri, puoi aiutare a collocare”: i sogni, la memoria e la preghiera. “I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni”, ha promesso il profeta Gioele. Chi se non i giovani, si domanda il Papa, possono “prendere i sogni degli anziani e portarli avanti?”. Ma per questo gli anziani devono continuare a fare “sogni di giustizia, di pace, di solidarietà”. “È necessario – chiarisce Francesco – che anche tu testimoni che è possibile uscire rinnovati da un’esperienza di prova”.

Memorie di guerre ed emigrazione.

E qui entra in gioco il secondo pilastro, la memoria: da quella dolorosa della guerra i giovani possono imparare il valore della pace. Quella di chi ha dovuto emigrare “può aiutare a costruire un mondo più umano, più accogliente”.
“Ma senza la memoria non si può costruire; senza delle fondamenta tu mai costruirai una casa. Mai. E le fondamenta della vita sono la memoria”.

Una preghiera che protegge il mondo.

Per la preghiera, il Pontefice argentino cita il predecessore, Benedetto XVI, “santo anziano che continua a pregare e a lavorare per la Chiesa”, che nel 2012 ha sottolineato: “La preghiera degli anziani può proteggere il mondo, aiutandolo forse in modo più incisivo che l’affannarsi di tanti”.

La voce di Dio: “Io sono con te tutti i giorni”.

L’esempio è quello del beato – e prossimamente santo – Charles de Foucauld che, eremita in Algeria, pur nella solitudine del proprio deserto, dimostrò che è possibile “intercedere per i poveri di tutto il mondo e diventare davvero un fratello e una sorella universale”. “Che ciascuno di noi impari – è la preghiera finale di Papa Francesco – a ripetere a tutti, e in particolare ai più giovani, quelle parole di consolazione che oggi abbiamo sentito rivolte a noi: ‘Io sono con te tutti i giorni’ “. – Città del Vaticano.

Usare le parole con la PAROLA

Le parole sono importanti. Gesù dice che saremo giudicati su ogni parola infondata. Forse noi cristiani dovremmo ascoltare di più quanto ci dice la Parola di Dio sulle nostre parole
Certo, se noi cristiani osservassimo di più la Parola di Dio, cambierebbe e di molto il tono dei nostri dibattiti. Per esempio, come sarebbero i nostri commenti e le nostre riflessioni se mettessimo in pratica queste parole di San Paolo?
“Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano (…) Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo” (Lettera agli Efesini 4, 29-32).

“Se vi mordete e vi divorate a vicenda”.

Eppure, a partire dai social e sui nuovi e vecchi media, siti e blog, noi cristiani non diamo un bello spettacolo. Al di là del legittimo confronto, della critica leale e dell’ironia simpatica, quante volte vediamo accuse malevole e spropositate, irrisione, derisione, sarcasmo maligno, calunnie ripetute all’infinito (perché alla fine resti del fango anche con le smentite). Come cambierebbe questo stile se ascoltassimo il rimprovero dell’Apostolo delle Genti?
“Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri! Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne” (Lettera ai Galati 5, 14-16).

Il male vende più del bene?

Se noi cristiani mettessimo in pratica la Parola di Dio, come cambierebbe il nostro mondo della comunicazione? Forse venderebbe di meno, perché il male fa audience e vende meglio? In una antica trasmissione televisiva dedicata allo sport, i presenti, di opposte tifoserie, litigavano e si insultavano pesantemente … dopo essersi ben accordati su parolacce e offese reciproche. Tutta una sceneggiata per vendere il programma. Delle squadre idolatrate dai tifosi non gli interessava nulla. A noi cristiani interessa davvero la Chiesa, questo popolo fatto di peccatori, tutti, che Dio vuole salvare?

Vanità delle parole.

Certo, anche noi cristiani non siamo esenti dai peccati autocelebrativi, il narcisismo, l’egocentrismo, la vanità (il peccato preferito del diavolo, dicevano le ultime parole di un noto film). Al centro dei nostri commenti, spesso, ci siamo noi, ci sono le nostre parole, non la Parola: noi cresciamo e Gesù diminuisce.
Ci facciamo grandi e forse meritiamo lo sfogo di Gesù che ci chiede di non sprecare le parole: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me” (Mt 15,8).

Stimarsi a vicenda.

Come cambierebbe il tono delle nostre riflessioni, se prendessimo in seria considerazione questa celebre esortazione di San Paolo? Addirittura gareggiare nello stimarsi a vicenda…
“La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda … Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite … Non rendete a nessuno male per male” (Lettera ai Romani 12, 9-17).

Parresìa senza carità.

C’è la parresìa, diciamo, la franchezza del parlare. Sì, ma non c’è amore:
“Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla … La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità” (Prima Lettera ai Corinzi 13, 1-2).

Saper parlare con rispetto.

Tante guerre sono state compiute in nome della verità, tante violenze. Non ci bastano e continuiamo con le violenze verbali. Come cambierebbe il nostro linguaggio se ascoltassimo San Pietro?
“Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto” (Prima Lettera di San Pietro 3, 15).

Parole che trafiggono come spade e parole che risanano.

L’attenzione al linguaggio è presente in modo insistente nella Bibbia, a partire dal Vecchio Testamento. C’è una miniera di indicazioni:
Dal Libro dei Proverbi: “Il linguacciuto va in rovina” (10,8); “Nel molto parlare non manca la colpa, chi frena le labbra è prudente” (10,19); “V’è chi parla senza riflettere: trafigge come una spada; ma la lingua dei saggi risana” (12,18); “Chi sorveglia la sua bocca conserva la vita, chi apre troppo le labbra incontra la rovina” (13,3); “Una risposta gentile calma la collera, una parola pungente eccita l’ira” (15,1); “Una lingua dolce è un albero di vita, quella malevola è una ferita al cuore” (15,4); “Morte e vita sono in potere della lingua e chi l’accarezza ne mangerà i frutti” (18,21); “Non rispondere allo stolto secondo la sua stoltezza per non divenire anche tu simile a lui” (26,4).

Saremo giudicati su ogni parola infondata.

Le parole sono importanti: rivelano il cuore, dice Gesù. Saremo giudicati su ogni parola:
“La bocca parla dalla pienezza del cuore. L’uomo buono dal suo buon tesoro trae cose buone, mentre l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae cose cattive. Ma io vi dico che di ogni parola infondata gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato” (Mt 12, 35-37).

Accuse contro Gesù: trasgressore della Legge e indemoniato.

Quando condanniamo in modo molto facile, pensiamo a Gesù che è stato accusato di essere un bestemmiatore, un sovvertitore della tradizione, un trasgressore delle leggi divine, addirittura un indemoniato. Come cambierebbero le nostre parole se ascoltassimo la sua Parola? “Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?

Solo nel silenzio si può ascoltare la voce di Dio.

Il rischio che corriamo noi cristiani è quello di leggere, ascoltare, scrivere e dire tantissime parole (inutili) senza ascoltare più la Parola di Dio. Senza quel silenzio che si mette in ascolto dell’unica Parola necessaria, le nostre parole forse possono voler difendere Dio, Gesù, Maria, i Papi, la Chiesa, la dottrina cattolica, ma non sono parole cristiane. Senza questo silenzio, chi vuol vedere il male, continuerà a vederlo anche di fronte alla cosa più bella del mondo, anche lì troverà un dettaglio, un piccolo difetto, una piccola macchia scura, per dire che tutto è marcio. E convincerà molti che è così. Passiamo tanto tempo in mezzo alle chiacchiere e ci perdiamo la forza della Parola: “La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Lettera agli Ebrei 4, 12).
Resta la domanda: noi cristiani, nell’uso delle parole, abbiamo il coraggio di mettere in pratica la Parola di Dio?

Sergio Centofanti

Riflessioni Condivisione e uso dei beni

Condivisione e uso sociale dei beni. Puro e semplice cristianesimo

«Nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune». Commentando questo passo degli Atti degli Apostoli, papa Francesco ha alzato lo sguardo dal foglio e, ancora una volta, ha ribadito: questo «non è comunismo, è cristianesimo allo stato puro». Nella prima comunità cristiana, a partire dall’esperienza del Risorto, i cristiani vivevano in unità di cuori e di spirito e condividevano quanto possedevano. Una delle costanti del magistero di Francesco, a partire dall’esortazione Evangelii gaudium, è quella di provare a fondare le nostre azioni, soprattutto quelle pastorali, sulla freschezza del Vangelo. E le sue parole hanno molte volte una forza dirompente, ricevendo una grande attenzione mediatica. Appaiono come una grande novità, anche se in realtà sono verità che accompagnano la storia della Chiesa. Sono nuovi la franchezza e il vigore con cui sono proclamate. Sine glossa, un po’ come il proposito del Santo di cui il Papa porta il nome. Francesco si era soffermato su questi temi anche in un’udienza dello scorso settembre. Un ciclo di catechesi in cui ha provato a leggere i princìpi della Dottrina sociale della Chiesa alla luce della pandemia. In quella sulla destinazione universale dei beni, riprendendo il Catechismo ci ricorda che la terra è stata data da Dio «a tutto il genere umano» (2402). Questo ci impegna a fare in modo che i suoi frutti arrivino a tutti. Ma anche il Concilio Vaticano II va nella stessa direzione: «L’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui ma anche agli altri» ( Gaudium et spes, 69). Il principio che sta alla base di tutto è la destinazione universale dei beni: quando il possesso impedisce che i beni arrivino a tutti, allora bisogna porre rimedio. Sempre nel Catechismo leggiamo: «L’autorità politica ha il diritto e il dovere di regolare il legittimo esercizio del diritto di proprietà in funzione del bene comune» (2406).
Volutamente non si citano qui la Laudato si’ o la Fratelli tutti, encicliche di Francesco, proprio per mostrare che la subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni è un principio che accompagna la Chiesa dagli Atti degli Apostoli fino al Concilio Vaticano II, e oltre. Il Papa ha il coraggio di ricordarlo a un mondo che sembra assopito e inerte di fronte al crescere delle disuguaglianze. Da una parte, l’attenzione mediatica ci fa pensare che stiamo ascoltando la parola di cui c’è bisogno, dall’altra parte il voler liquidare quelle stesse parole come associabili al comunismo ‘sconfitto dalla storia’, ci dice forse il tentativo di cercare un pretesto per liquidare verità scomode. Il Covid sta portando alla luce le contraddizioni di un sistema che ha generato crescenti disuguaglianze. Se, come da dati Oxfam, l’aumento della ricchezza dei 10 miliardari più ricchi al mondo dall’inizio della pandemia sarebbe sufficiente a contrastare gli effetti economici della crisi per i più poveri e a garantire vaccini in tutto il mondo, questo sistema non funziona. Il patto sociale di fronte a queste evidenze si sgretola. Perché a fronte di un evento esterno inaspettato chi opera in un settore viene penalizzato e rischia per esempio di perdere la propria casa per non riuscire a far fronte ai debiti, e chi opera in altri settori vede aumentare, e di molto, i guadagni? È questo il mondo che vogliamo? Dove nascere in un posto, invece che in un altro può determinare opportunità del tutto diverse, dove di fronte a un male comune le conseguenze per i singoli sono tutt’altre? Il Papa ripete che, proprio di fronte a un flagello mondiale come la pandemia, è bene aver chiaro che la terra è di tutti, che i beni ci sono stati donati perché siano condivisi, che non possiamo dirci cristiani e non ci sentiamo custodi per davvero gli uni degli altri.

Alessandra Smerilli – Economista

“Confronti” di attualità

L’accoglienza costa, ma salva la vita dei migranti e opera per l’integrazione sociale. E anche le politiche di respingimento richiedono finanziamenti. Se le cifre contano, altrettanto dovrebbe contare la qualità della spesa e il suo impatto sociale.
Nessun blocco alle frontiere è gratis
Uno dei più popolari argomenti contro il salvataggio e l’accoglienza delle persone in cerca di asilo riguarda i costi necessari: 4,8 miliardi di euro nel 2018, anno di picco della spesa relativa. Il sottinteso di un simile ragionamento è che i respingimenti siano gratuiti, o quasi. Un salutare risparmio di risorse pubbliche. Di recente, però, un documentato rapporto di ActionAid – The Big Wall – ha cominciato a squarciare il velo sui vari capitoli di spesa, italiani ed europei, che finanziano il fronte della sorveglianza dei confini e della deterrenza verso i tentativi di ingresso, fossero pure quelli di chi fugge da guerre e persecuzioni.
Si tratta di cifre largamente incomplete, perché le spese sono spesso occultate sotto l’ombrello di voci di bilancio più ampie, oppure diluite nei finanziamenti delle forze dell’ordine, dei ministeri o di altri apparati. Anche se parziale, il dato fa comunque impressione: tra il 2015 e il 2020 l’Italia e l’Ue hanno speso 1 miliardo e 337 milioni di euro per cercare di fermare gli arrivi dall’Africa. Il controllo delle frontiere assorbe quasi la metà del budget. Spese ingenti riguardano il dispiegamento di tecnologie sempre più sofisticate. Per esempio, nel mese di febbraio la polizia di frontiera ha assegnato un appalto per 6,9 milioni di euro al colosso aerospazial-militare Leonardo, al solo scopo di noleggiare un drone per la sorveglianza del Mediterraneo centrale. Almeno servisse a salvare le vite dei migranti in pericolo, ma non si è avuta notizia di un suo impiego per finalità umanitarie.
Altre spese di rilievo riguardano l’esternalizzazione delle frontiere, con il coinvolgimento dei paesi di transito lungo le rotte africane. Qui a fare la parte del leone è certamente la Libia, con circa 200 milioni di euro. La legge di bilancio del 2021…. prevede un esborso di altri 66 milioni per la realizzazione di “infrastrutture” sul suolo libico. Segue a distanza il caso meno noto del Niger, attorno ai 100 milioni. Storico punto di snodo delle rotte che dal Golfo di Guinea conducono verso il Mediterraneo, il paese ha subito lo smantellamento dell’infrastruttura diffusa che forniva servizi ai viaggiatori in transito: acqua, cibo, ospitalità, trasporti. Un danno grave non solo per i trafficanti, capaci comunque di riconvertire le loro attività in altre direzioni, ma per molti pacifici operatori locali dell’economia formale e informale.
L’Ue dal canto suo ha impresso un’accelerazione al suo impegno, come si usa dire, “securitario”. Nel budget settennale approvato nello scorso dicembre, in coerenza con gli aspetti più discutibili del Patto su immigrazione e asilo presentato in settembre, ha destinato al finanziamento dei rimpatri (il termine più ricorrente del Patto) gran parte del Fondo per immigrazione e asilo (8,7 miliardi), oltre a sussidiare con 12 miliardi di euro il controllo dei confini.

Tre elementi preoccupanti

Almeno tre aspetti inquietanti risaltano con evidenza da questi numeri e dalle politiche che li giustificano. Il primo riguarda la deviazione verso il contrasto dei transiti di spese ufficialmente dedicate ad assistenza e sviluppo. Ossia si parla di aiuti umanitari, ma si finanziano forze armate, centri di detenzione, acquisto di tecnologie.
Il secondo aspetto chiama in causa il rafforzamento, grazie agli aiuti, di regimi autoritari e apparati militari dei paesi africani arruolati nella sorveglianza della mobilità indesiderata. La quasi inesistenza di controlli sull’impiego dei fondi non può che alimentare il malaffare.
Il terzo problema riguarda il risultato finale: mentre le spese per l’accoglienza salvano vite e operano per l’integrazione sociale, le spese per bloccare i migranti seminano morte e sofferenza. Contano le cifre, e i respingimenti non avvengono gratis, ma dovrebbe anche contare, come oggi si usa dire, la qualità della spesa e il suo impatto sociale.

MAURIZIO AMBROSINI (Vercelli 1956) è docente di Sociologia delle migrazioni nell’università degli studi di Milano. Insegna inoltre da diversi anni nell’università di Nizza e dal 2019 nella sede italiana della Stanford university. È responsabile scientifico del Centro studi Medì di Genova, dove dirige la rivista “Mondi migranti” e la Scuola estiva di Sociologia delle migrazioni. Collabora con Avvenire e con lavoce.info. Dal luglio 2017 è stato chiamato a far parte del CNEL, dove è responsabile dell’organismo di coordinamento delle politiche per l’integrazione. È autore, fra vari altri testi, di Sociologia delle migrazioni, e (con L. Sciolla) di Sociologia, manuali adottati in parecchie università italiane.

Riflessioni Il Papa: “La finanza sia per la gente”

La finanza sia per la gente, senza regole è pura speculazione

“L’economia reale, quella che crea lavoro, è in crisi”, tanta gente è senza lavoro, mentre “i mercati finanziari non sono mai stati così ipertrofici come sono ora”. E’ dalla constatazione della lontananza del “mondo della grande finanza dalla vita della maggior parte delle persone” che si dipana la riflessione di Francesco nel video con l’intenzione di preghiera per maggio, affidata alla Rete Mondiale di Preghiera del Papa, e dedicata questo mese al mondo della finanza. Papa Francesco mette prima di tutto in guardia sui pericoli legati alla speculazione, esortando a intervenire: La finanza, se non viene regolamentata, diventa pura speculazione animata da politiche monetarie. Questa situazione è insostenibile. È pericolosa. Per evitare che i poveri tornino a pagarne le conseguenze, bisogna regolamentare in modo rigido la speculazione finanziaria. Speculazione. Voglio sottolineare questo termine. Serve un’economia che non lasci indietro nessuno
Il Papa indica, quindi, la direzione di cambiamento. “La finanza sia uno strumento di servizio, strumento per servire le persone e per prenderci cura della casa comune!”, esorta, rimarcando che “siamo ancora in tempo per avviare un processo di cambiamento globale per mettere in pratica un’economia diversa, più giusta, inclusiva, sostenibile, che non lasci indietro nessuno”.
Facciamolo! E preghiamo perché i responsabili della finanza collaborino con i governi, per regolamentare i mercati finanziari e proteggere i cittadini in pericolo.
A poco più di un anno dall’inizio della pandemia mondiale di Covid-19, si fanno sentire le conseguenze globali, tra cui anche quelle di tipo economico e finanziario, ricorda il comunicato che accompagna il video. “Il Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale – vi si sottolinea – ha sperimentato nel 2020 il suo maggiore crollo dalla fine della II Guerra Mondiale: in milioni sono rimasti definitivamente o temporaneamente senza lavoro, e i governi hanno iniettato miliardi di dollari nelle proprie economie per evitare danni maggiori”. Viene, quindi, richiamata la recente lettera di Francesco alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale, nella quale ricordava che “molti nostri fratelli e sorelle nella famiglia umana, specialmente quelli ai margini della società, di fatto sono esclusi dal mondo finanziario” e come quindi sia importante che i mercati siano sorretti da leggi e regolamentazioni volte a assicurare che essi operino veramente per il bene comune, “garantendo che la finanza – invece di essere meramente speculativa o finanziare solo sé stessa – operi per gli obiettivi sociali tanto necessari nel contesto dell’attuale emergenza sanitaria globale”.
Nei temi toccati dal Video con l’Intenzione di Preghiera per il mese di maggio riecheggiano anche le riflessioni espresse da Papa Francesco, ad esempio nella Laudato si’, nella quale si ricorda che la politica e l’economia, in dialogo, devono essere al servizio della vita, e nella Fratelli tutti quando si sottolinea che spetta ai governi e ai loro modelli finanziari “riabilitare una politica sana non sottomessa al dettato della finanza” e “rimettere la dignità umana al centro”.
Un’intenzione di preghiera, questa di maggio, che “va intesa nel contesto della crisi che viviamo e che ha posto in evidenza la grande disuguaglianza esistente nel mondo”, mette in rilievo padre Frédéric Fornos., direttore internazionale della Rete Mondiale di Preghiera del Papa. Il riferimento che fa è anche al ciclo di catechesi del mercoledì, intitolate “Guarire il mondo”, in cui Francesco ha sottolineato che non basta trovare la cura al virus, ma bisogna anche curare il modello economico. E padre Fornos ricorda che il Papa ha ribadito ultimamente che non possiamo accontentarci di tornare a un modello iniquo e insostenibile di vita economica e sociale, in cui un’esigua minoranza della popolazione del mondo possiede metà della sua ricchezza. Pregare, dunque per questa intenzione, alla luce del Vangelo, aiuta a vivere secondo lo stile del Regno di Dio, dove, ricorda ancora richiamandosi a Papa Francesco, l’organizzazione sociale si basa sul contribuire, condividere e distribuire, non sul possedere, escludere e accumulare.

Debora Donnini – Città del Vaticano