Una giusta sobrietà Giornata per la custodia del creato (1 settembre)

I vescovi invitano a nuovi stili di vita in relazione con la crisi sanitaria, economica e sociale causata dal Covid 19.

Propongo un esercizio di immaginazione. Chiudi gli occhi. Pensa allo stile di vita di un uomo primitivo, con pochi ed essenziali oggetti a sua disposizione. Immagina una famiglia nell’antico Egitto o nella Roma imperiale. Oppure concentra l’attenzione sui beni materiali di un uomo del Medioevo. O focalizza la ricerca su quali sprechi poteva permettersi una persona durante la Grande Guerra… Ora riapri gli occhi. Guardati intorno e conta la montagna di cose che ti appartengono. Molte sono utili e preziose, altre in un cassetto chissà da quanto tempo! I beni sono il prolungamento della nostra vita e dicono molto di noi. Il numero spropositato di oggetti che entrano nelle nostre case rivela la nostra epoca come il regno dei gadget , soprammobili, ricordi, regalini, elettrodomestici, strumenti digitali… L’«usa e getta» domina sul «ripara e riutilizza».
Che valore può avere la sobrietà in un mondo così? È valore d’altri tempi o si può proporre anche oggi? Nella Bibbia san Paolo la consiglia alle comunità cristiane e ai destinatari delle sue lettere. Invita, per esempio, Tito a disporsi a «vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà» (Tt 2,12).
La Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro ha scelto questa frase per aiutare i credenti a celebrare la Giornata del Creato 2020, in calendario il l° settembre. Da anni si parla di “nuovi stili di vita” come distintivo di un cristianesimo attento alla cura per l’ambiente, che è dono ricevuto dal Creatore. L’espressione è meravigliosa, ma come tutte le cose belle rischia di essere svuotata dal di dentro se non corrisponde a un’esigenza condivisa e concretamente attuata.
Il Messaggio dei vescovi mette in relazione la sobrietà con la crisi sanitaria, economica e sociale causata dalla pandemia: non sembra un azzardo proporre uno stile di vita sobrio a chi non arriva alla fine del mese? Come può una persona rimasta al palo, senza lavoro o con la serranda del negozio chiusa, un povero o un disoccupato sentirsi interpellato dalla sobrietà? Perché proporre rinunce a chi vive di stenti? Ecco il problema. Abbiamo fatto coincidere sobrietà e rinuncia, stile di vitae austerità, allineandoci con la tradizione filosofica stoica, mentre ci siamo dimenticati che il cristianesimo è incarnazione. La sobrietà in stile cristiano è la scelta di stare dentro la storia.
Il coronavirus ci ha resi più fragili? Capiamo la novità di uno stile di vita sobrio perché nessuno si salva da solo! La crisi ha messo in ginocchio il lavoro e le aziende? La sobrietà è giustizia sociale nella distribuzione delle risorse. Il Covid-19 rivela l’insostenibilità ecologica odierna? Lo stile di vita adatto è fare della sostenibilità il criterio d’azione in campo economico, familiare e sociale. L’epidemia ha costretto a frenare le nostre corse frenetiche? La sobrietà invita a tessere l’elogio della lentezza, a poter lavorare da casa e a non rincorrere l’ultimo messaggio pubblicitario segnalato da Internet. La pandemia ha messo in discussione il nostro pensarci padroni del pianeta? Uno stile di vita sobrio educa alla contemplazione e alla cura!
Il Messaggio dei vescovi ricorda che «gli stili di vita ci portano a riflettere sulle nostre relazioni, consapevoli che la famiglia umana si costruisce nella diversità delle differenze». Il punto centrale è proprio la relazione. Stili di vita consumistici, inquinanti e violenti sono un problema relazionale sia con i fratelli sia con il creato. La stessa Laudato si’ rappresenta un caloroso invito a farci carico delle relazioni che ci rendono più umani: «Ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con la mera somma di beni individuali» (LS 219).
In fondo, i cambiamenti climatici, il pianeta e la vita stessa si fanno beffa di posti di blocco, dogane e filo spinato. La pandemia non ha guardato in faccia ai nostri passaporti. Ecco perché conta lo stile di vita. Possiamo fare le scelte che custodiscono relazioni di giustizia, a partire da ciò che mettiamo nel nostro carrello della spesa. Possiamo acquistare beni “insanguinati”, prodotti in modo ingiusto attraverso lo sfruttamento del lavoro, l’evasione fiscale, la frode, le mafie, il caporalato, il lavoro nero, gli appalti truccati… oppure beni “giusti”, frutto di un’attività onesta, di agricoltura biologica, di finanza etica, di riconoscimento della dignità dei lavoratori. Un mondo diverso Io si costruisce attraverso gesti semplici e ordinari. Essi rafforzano un sistema iniquo o lo contestano. Portano respiro, benefici e liquidità economica a chi investe con giustizia o lo mandano gambe all’aria. Dovrebbe essere chiaro che non tutto è uguale.
Essere giusti non equivale a essere sfruttatori. Dobbiamo imparare a chiederci: quanta disuguaglianza promuoviamo attraverso i nostri stili di vita? Quanta ingiustizia dipende dalle nostre scelte quotidiane? La nostra distanza dalla sobrietà corrisponde a un pezzo di fraternità negata!
I vescovi chiedono che «prevalga il senso sul vuoto, l’unità sulla divisione, il noi sull’io, l’inclusione sull’esclusione». Non è poco, se pensiamo ai lavaggi del cervello che ci hanno abituati a guardare ciò che accade nel mondo con senso di impotenza. Certo, il sogno di uno solo è poca cosa. La scelta di molti, però, ribalta le prospettive. Che sia la volta buona?

Lavori in corso in parrocchia

In questi ultimi mesi si è proceduto alla sistemazione del perimetro della chiesa (rifacimento intonaco dove era lesionato – verniciatura – pulizia degli scarichi e sistemazione dei pluviali).
Si sta procedendo al rifacimento del manto della rampa di accesso alla chiesa, ormai deteriorato.
In seguito posa della cancellata all’ingresso del colonnato.
La cancellata è gentilmente offerta da: Impresa edile Salerno – Termoidraulica Minervi.

Con la vendita del campo e dell’area verde presso l’ex oratorio femminile, si può iniziare a programmare di intervenire sulla chiesa parrocchiale, e su altre strutture, per porre in essere gli interventi necessari per la manutenzione ordinaria e straordinaria.

In calendario è in programma la sostituzione del quadro elettrico della chiesa parrocchiale, oramai obsoleto e in alcune parti compromesso.

Inoltre è in corso di valutazione il rifacimento dell’impianto di riscaldamento a pavimento con la posa del medesimo. Ricordiamo che il riscaldamento dei termoventilatori della chiesa non funziona a causa di una consistente perdita.
In ogni caso questo lavoro verrà rinviato fino a quando ci sarà la possibilità di chiudere la chiesa dislocando le celebrazioni presso altri luoghi della parrocchia, in questo momento non utilizzabili nella loro capienza a causa del distanziamento fisico imposto dai protocolli Covid 19 in essere.

Corona virus: occasione per ripensare la vocazione umana

Con oltre 26 mila vittime italiane risultate positive al covid-19, tutti noi, più o meno indirettamente, ci siamo confrontati con la morte. Le immagini delle salme nei cimiteri deserti, le testimonianze del congedo di tanti anziani schermati da un display digitale, ci rivelano una verità semplice: che la morte è unita alla vita, e non esiste vaccino o pseudo-verità che possano separarla. Viene in mente la pagina del diario di Etty Hillesum in cui la scrittrice olandese, commentando la ferocia della Shoah, scriveva: «Sembra quasi un paradosso: se si esclude la morte non si ha mai una vita completa; e se la si accetta nella propria vita, si amplia e si arricchisce quest’ultima» (Etty Hillesum, Diario, 3 luglio 1942). Alla luce degli eventi traumatici che stiamo vivendo, lo psicoanalista e accademico Massimo Recalcati riflette su una nuova presa di consapevolezza. Se è vero che il coronavirus ha trovato un uomo impreparato ad affrontare le sfide, questa potrebbe rivelarsi come l’occasione feconda per ripensare al punto nodale della vocazione umana: la fratellanza, l’unico strumento di difesa della vita contro la morte.

Professore, qual è la lezione principale che ci sta dando il virus?

È una lezione traumatica e dolorosissima. Ma sarebbe ancora più drammatico e doloroso se non riuscissimo a tenere conto di questa lezione, ricominciando a vivere come prima, come se nulla fosse accaduto. Questa lezione riguarda per me due grandi temi. Il primo è quello della libertà. Il covid-19 insegna che quella concezione della libertà che abbiamo coltivato in Occidente negli ultimi decenni, la libertà come proprietà individuale, come arbitrio della volontà, è una concezione vuota e monca. Nessuno può salvarsi da solo, perché la forma eticamente più alta della libertà è la solidarietà. Nel testo biblico c’è un passaggio intenso in Qoèlet dove si dice che se uno cade c’è bisogno di un altro per rialzarsi, se uno cade ed è solo, non può rialzarsi. È la prima lezione tremenda del virus. La seconda riguarda la violenza ecocida dell’uomo. Papa Francesco ci aveva ammoniti nella sua Laudato si’: noi non siamo padroni della natura. L’umanismo non può essere confuso con la furia antropocentrica del dominio dell’uomo sulla natura. Quello che sta accadendo ha come presupposto il superamento di un limite. Abbiamo violentato il nostro pianeta. La violenza dell’epidemia è una violenza di ritorno della nostra stessa violenza.

In passato abbiamo sperimentato forme di iperconnessione a vari livelli. In che modo ci viene offerta l’occasione di ripensare alle nostre relazioni?

Nessuno, appunto, può rialzarsi da solo. La presenza dell’altro non si aggiunge alla mia vita in un secondo tempo, come un’appendice, una aggiunta esteriore appunto. Essere umani significa essere vincolati all’altro sin dal tempo della nostra nascita. Lo diceva bene Telemaco, il figlio di Ulisse, nelle prime pagine dell’Odissea: nessuno può vedere da sé la propria nascita. Il principio fondamentale della libertà è la fratellanza. Ma non una fratellanza di sangue, col più vicino, col familiare, ma la fratellanza con lo sconosciuto.

È quello che il virus ha mostrato: lo sconosciuto che incontro camminando per strada è essenziale per la mia stessa vita; i suoi atti sono essenziali ai miei; la mia vita è essenziale per la sua. La difesa della vita dalla morte non può essere l’azione di uno solo, ma può essere solo collettiva, comune, fraterna.

La quarantena ci ha obbligati a riprendere contatto con noi stessi. Come cambierà il rapporto con il nostro io?

Non sempre questo è vero. Non basta essere isolati per essere in contatto con se stessi. In ogni caso la quarantena ci ha obbligati a una prova. Cosa è davvero essenziale per la nostra vita e cosa è inessenziale? Mi auguro che possa cambiare qualcosa nel nostro modo di concepire l’io. Dovremmo abbandonare l’io-dolatria del nostro tempo. L’iocrazia, come direbbe Lacan, non genera mai nulla di buono. È una follia narcisistica. Spero che qualcuno in questa quarantena abbia davvero potuto vedere cosa ci può essere al di là del proprio io. In fondo la privazione stessa della libertà può essere vista come l’affermazione più alta della libertà, come donazione. Il richiamo ai diritti dell’io, alla sua privacy, eccetera, in un tempo emergenziale come questo insiste nel ribadire una concezione solo proprietaria, neoliberale, neolibertina, della libertà. Non si riesce a vedere nella privazione, non tanto un’espiazione sacrificale, ma una donazione senza la quale il male dilagherebbe, i nostri medici e tutto il personale sanitario sarebbero travolti dalla malattia, le nostre comunità sconvolte.

In che modo la pandemia ribalta la nostra semantica del confine?

Gli uomini hanno sempre tracciato confini. Hanno bisogno del sentimento di appartenenza. Negli ultimi tempi però il confine si era trasformato in muraglia, steccato, bastione, porto chiuso. La minaccia era incarnata dal migrante, dallo straniero. E la tentazione del muro rispondeva a questa minaccia assicurando protezione. Ora il virus ha sbaragliato questo modo di concepire il nostro rapporto con lo straniero. Il virus è uno straniero che è in mezzo a noi, si infiltra nell’amico, nel familiare, nel nostro stesso corpo. La semantica del confine deve essere allora ridisegnata. La tentazione del muro non è più sufficiente. Deve essere superata. Noi siamo obbligati a convivere con lo straniero. Altra tremendissima lezione.

Quali responsabilità dovremmo assumerci nella costruzione del mondo post-pandemia?

Non possiamo continuare a vivere come abbiamo vissuto. In rapporto alla natura innanzitutto. Ma anche nelle nostre comunità. Dovevamo fermarci per disintossicarci. Certo, sarebbe stato meglio non così, non per questo virus, non a causa di tutto questo male, di tutto questo dolore. Il post pandemia non sarà però il post-trauma. Ci sarà un traumatismo anche della ripartenza perché non ritroveremo più il mondo come l’abbiamo conosciuto. Dovremmo ricostruire un mondo. Siamo un po’ nella posizione in cui si trovò Noè dopo la devastazione del diluvio. Il mio augurio è che prevalga lo spirito del piantare la vigna piuttosto che quello della lotta senza tregua tra gli uomini.

Quale futuro lei immagina, dunque?

Appunto: le conseguenze socialmente drammatiche di questa pandemia esporranno i soggetti più fragili e vulnerabili a una condizione disperata di bisogno. Penso che le istituzioni debbano non lasciare nessuno nell’abbandono. Potremmo diventare anche peggio di quello che eravamo: rabbia, disperazione, violenza, fobia sociale. Ma è possibile che la potenza negativa di questo trauma stimoli invece una risposta positiva altrettanto potente. Bisogna liberare le nostre energie migliori per immaginare il mondo in modo nuovo. La de-burocratizzazione non è più solo una esigenza tecnica ma dovrebbe diventare una postura mentale inedita. Mettere in moto la forza generativa del desiderio, piantare una moltitudine di vigne.