Calendario Parrocchiale

Martedì 7 ore 17.00 ripresa catechesi gruppo Com. 3.
ore 21.00 Inizio del corso in preparazione al matrimonio presso il Santuario della Famiglia

Mercoledì 8 ore 20.45 Scuola di teologia per laici: “I titoli di Gesù” , presso la sala della Comunità.

Giovedì 9 ore 17.00 ripresa catechesi gruppo Cresima.

Domenica 12 ore 15.00 Catechesi gruppi Com. 1 e Com. 2.

Il volto della speranza nello sguardo sul domani

Sono pochi coloro che, come il professor Veronesi che aveva a che fare ogni giorno con malati terminali, stimano la speranza vicina all’illusione, cui potrebbe seguire la delusione, che renderebbe più tragica la realtà. Meglio allora non sperare? «Io credo, – nota appunto Veronesi – che il nostro pensiero sia fatto di speranza, perché noi valutiamo il nostro futuro ogni minuto, anche soltanto per il minuto successivo, e desideriamo che sia un futuro positivo. Dunque la speranza ha una base logica che ci proietta nel futuro».
Se navighiamo in internet fra le tante pagine dedicate alla speranza, semplicemente considerata dal punto di vista umano, troviamo che il termine speranza, in latino “spes”, in greco “elpìs” ha attinenza con il “desiderio” e richiama le stelle “sider”. Nessuno cerca il male per sé, e quindi la speranza è tesa al bene; ne consegue che sperare ci è indispensabile per sopravvivere, e proprio per questo in ogni cultura la speranza emerge necessaria.
Approfondire questo tema è complesso, specialmente oggi, per varie ragioni: diverse sono le voci che si levano, che analizzano il mondo contemporaneo, che criticano il fondamento della speranza, nella forma immediata come in quella suprema. Pure chi come noi, poggia la propria esistenza sulla «speranza che non delude» che è Gesù Cristo, potrebbe trovarsi disorientato, se viene meno il barlume di fede indispensabile per dare luce ai nostri pensieri e impedirci di rimanere smarriti.
Nel sentito comune speranza indica ogni tipo di aspettativa e di auspicio. Si sente ripetere: “io spero”; anche se poi si sostituisce questa espressione con sinonimi: “mi auguro, mi attendo, auspico”. Il significato è sempre lo stesso: comunicare i desideri da realizzare, le attese che vorremmo vedere esaudite. Desideri innumerevoli e vari per contenuti, per importanza e per densità emotiva.
Il termine speranza attiene a situazioni di ogni momento della vita, a tutto ciò che quotidianamente alimenta, anche inconsciamente, la nostra voglia di vivere. Senza speranza si muore. Ma cos’è la speranza? Nel vocabolario troviamo due definizioni, ben distinte tra loro: la piccola speranza e la grande speranza.
Circa la piccola speranza, lo Zingarelli precisa: «è l’attesa fiduciosa di qualcosa in cui si è certi o ci si augura che consista il proprio bene, o di qualcosa che ci si augura avvenga secondo i propri desideri». La grande speranza è invece «una delle tre virtù teologali che, secondo la teologia cattolica consiste nella sicura attesa della beatitudine eterna e dell’assistenza della grazia per conseguirla».
La speranza porta a dare senso al vivere, ci permette di rialzarci più volte e anche quando pare perduta, va cercata, scovata e nutrita perché cresca e non muoia. In effetti potremmo dire che la speranza è la capacità di stare nel non ancora, incerto ma desiderabile: permette di mantenere vivo il desiderio di vivere e la ricerca del piacere di vivere; ci conduce fuori dalla sensazione di pura e semplice sopravvivenza.
La piccola speranza è una modalità, una posizione di fronte a ciò che accade; la rivincita, chiara e profonda di quanto si possa pensare, sull’apparente inutilità della vita, sul senso negativo di futuri progetti: sperare è porsi nel già del non ancora. È difficile comprendere la speranza quando resta un concetto astratto ed evanescente.
Occorre un passo successivo, abbiamo bisogno di toccare la speranza; è necessario che il cuore poggi su qualcosa di solido ed è qui che s’innesta il dono teologale della speranza: la grande speranza, che è Dio, roccia invincibile su cui saldamente il credente può costruire la sua esistenza. Questa speranza ha un nome: Gesù Cristo e un esempio ancor più vicino a noi esseri mortali, Maria.
Maria è modello incrollabile di questa speranza, anzi fontana di certa speranza come canta il sommo poeta Dante Alighieri nel Paradiso della Divina Commedia: «Qui se’ a noi meridiana face/ di caritate; e giuso, intra i mortali,/ se’ di speranza fontana vivace». Sì! Per Dante, la speranza assume il volto di una donna, di una madre, Maria, madre del Dio fatto uomo che c’immette nella certezza della vita che non muore.
L’inno «alla Vergine madre, figlia del tuo Figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’eterno consiglio» è esempio di alta poesia con mistico respiro spirituale e teologico, che sempre m’impressiona. Fra tutte le genti, Maria è vivace fontana di speranza, sorgente continua di speranza, incarnazione di speranza che dà senso a tutto, luce della luce, colore del colore.
È Modello e Segno di sicura speranza verso cui guarda ogni credente, incamminato sui sentieri dell’umana esistenza. Contemplandola e invocandola, affidandoci a Lei percepiamo i segni della sicura speranza. Il giorno della mia ordinazione episcopale, il 12 dicembre 2009, il cardinal Bertone mi disse: «Il Santo Padre ti invia a quella Chiesa così provata (l’Aquila dove fui nominato vescovo ausiliare), perché tu possa manifestare la sua sollecitudine e animare e organizzare la speranza».
Organizzare la speranza non è facile se non ci si riferisce a un progetto più alto e sublime, che supera ogni umana prospettiva. Organizzare la speranza richiede il ricorso all’aiuto di Dio che sostiene chi, come Abramo, è incrollabile nel credere e sperare contro ogni umana evidenza. Una piccola prova di questa speranza, che non si perde nemmeno fra le macerie del terremoto, è quanto ho sperimentato il 24 agosto del 2016 e nelle successive ripetute scosse del sisma.
La missione di un vescovo è quella di attingere alla fontana della speranza, sorgente divina capace di ridare prospettive nuove a chi si trova nel morso della disperazione, della solitudine, dell’abbandono, del dolore e dell’incertezza. Nei giorni dopo il sisma ho incontrato persone provate duramente, che con il crollo delle case hanno visto la morte di tutti i loro cari e hanno perso tutto quel che avevano: li ho visti tentennare per più di un istante, ma poi sono riusciti ad aggrapparsi alla grande speranza che ha il volto di Gesù.
È qui che ho visto il miracolo della speranza, dono dell’amore divino che chiede l’umile fiducioso abbandono dell’essere umano. «La speranza – diceva don Giussani – è l’unica stazione in cui il grande treno dell’eterno si ferma un istante». Senza speranza non esiste possibilità di vita. La vita umana fortunatamente è immersa nella speranza. Soffermiamoci sulla scena drammatica di Maria ai piedi della croce dove muove il Dio fatto uomo.
Vedo in lei i lineamenti della Donna della speranza: è nell’ora del massimo abbandono che brilla la stella della speranza ed è proprio lì, sul Calvario, che Maria appare tra i mortali «di speranza fontana vivace». Inesauribile fonte di fiducia per chi soffre e per chi muore, per chiunque l’invoca «Madre di misericordia, vita dolcezza e speranza nostra».

Mons. Giovanni d’Ercole

Avvisi:

Nella vendita del banco natalizio a favore della parrocchia abbiamo raccolto 550 €.
Un ringraziamento a chi ha creato i diversi prodotti e ha organizzato l’iniziativa.

Nei giorni 26 dicembre e 1 gennaio ci sarà una sola S. Messa alle ore 10.00.

La culla e il riflesso di Dio

«Poco dopo la nascita di suo fratello Andrea, la piccola Sachì chiese ai genitori di lasciarla sola con il neonato. Essi si preoccuparono che, come quasi tutti i bambini sui 4 anni, potesse essere gelosa e volesse picchiarlo o scuoterlo, per cui dissero di no. Ma Sachì non mostrava segni di gelosia. Trattava il bambino con gentilezza e continuò a chiedere di essere lasciata sola con lui. I genitori decisero di consentirglielo. Esultante, Sachì andò nella camera del bambino e accostò la porta, ma rimase una fessura aperta, abbastanza da consentire ai curiosi genitori di spiare e ascoltare. Videro la piccola Sachì andare tranquillamente dal fratellino, mettere il viso accanto al suo e dire con calma: “Per favore, dimmi come è fatto Dio. Perché io comincio a dimenticarmelo”».
Anche Andrea può parlarci di Dio. Non tanto nel senso romantico e ingenuo che porti un messaggio, ma nella convinzione che la freschezza del suo entrare nella vita riporta tutti all’essenziale, conduce l’adulto a riscoprire lo stupore dell’esistenza al di là di tanta abitudine. Chi lo sa guardare e si apre alla meraviglia della vita umana, si rende conto che anche il piccolo Andrea, con la sua fiducia incondizionata, con il suo abbandono totale e indifeso, con la sua stessa vita, ci dice di Dio. L’incanto che coglie tutti di fronte a questa creatura risveglia lo stupore per il dono della vita: inatteso e gratuito. Il suo dipendere in tutto, per ogni minima cosa, offre una lezione di vita. Lui ci ricorda Chi regge il mondo e con quanta cura lo faccia. Ci rammenta Chi ci sorregge ogni mattina. O potremmo dirlo semplicemente così: Andrea ci ricorda di Dio, delle nostre origini, di Casa. Con la sua stessa presenza è l’annuncio eloquente che solo l’amore può inventare una cosa così bella come la vita. Se un adulto sa ascoltare, anche la vita di un neonato gli parla di Dio.

Tratto da: Cecilia Pirrone; Francesco Scanziani, “I Figli ci parlano di Dio”.