La scelta della preghiera

di Francesco Ognibene

Pregare oggi con il Papa mentre tutto sembra dire che ben altro ci vorrebbe per fermare bombe e droni è un gesto che, davanti alla guerra incapace di risolvere nulla, mostra realismo. E vero impegno civile
Cosa pregate a fare? Chi scatena le guerre, e chi risponde per le rime, non ascoltano la vostra voce, troppo flebile, ingenua. Bombardieri e droni continuano a decollare, indifferenti: stanno su un altro piano, quello della storia che si srotola ogni giorno obbedendo a una forza tutta diversa da quella che avete in mente voi. Pregate pure, male non fa: il mondo, quello reale, non fa per voi.
Diciamocelo, oggi, tra noi che il nuovo appello del Papa alla preghiera per la pace intendiamo raccoglierlo: tutti portiamo dentro una vocina che, chi più chi meno, ci suggerisce di non crederci davvero. Tant’è che dopo l’ultima chiamata di Leone a pregare sui dilaniamenti dell’umanità è persino scoppiata un’altra devastante guerra, anche peggio delle altre, un condensato di violenza bruta, buio della ragione, stolidità strategica, autolesionismo su scala globale. “E per fortuna che avevamo pure pregato”: non l’abbiamo forse pensato anche solo per un secondo? Ma sono proprio queste umanissime obiezioni, che potrebbero indurre a un qualche scetticismo, a metterci nelle condizioni di capire perché pregare oggi ha senso, più senso che mai. E un senso non solo strettamente religioso ma anche civile.
Chi prega lo fa perché tiene all’oggetto della sua invocazione. Se non è solo questione di una distratta Avemaria, come una concessione per tener buona la coscienza, la preghiera è la garanzia che portiamo nel cuore la pace come qualcosa che ci è caro, e, se non ci stanchiamo, anche indispensabile. La salute di un familiare, la felicità di un figlio, un passaggio importante della vita, una sofferenza che non passa. Sono tutte ragioni di una preghiera accorata e testarda. C’è una parola per definire questa attitudine fatta crescere dalla preghiera per una causa ben determinata: la fedeltà. La pace ha bisogno di gente – un popolo – che le sia fedele, considerandola una meta che non si esaurisce con un singolo gesto, fosse pure solenne, ma esige una decisione di “restare accanto”. Ecco: se preghiamo ci impegniamo a “restare accanto” alla pace che vuole trovare spazio dentro la corazza della terra indurita dall’odio. Un’umanità nutrita da questa fedeltà non è in grado di far cambiare corso alla storia?

Figlia della fedeltà è l’idea che a una causa importante non basta dedicare una piccola porzione di tempo e di impegno: serve continuità, perseveranza, tenacia. La parola per riassumerla è “pazienza”, senza la quale la preghiera diventa più simile a un rito sciamanico, la formula magica pronunciata per far sparire le guerre. Visto però che l’incendio mediorientale semmai peggiora, ecco che la preghiera intesa come un rito “causa-effetto” – giungo le mani e subito finisce – non può che deludere, confermando in chi ha recitato quella che pensava fosse una formula propiziatoria l’idea che “vedi che non serve?”, e rafforzando in chi osserva
la convinzione che “quelli che pregano” sono un piccolo mondo fuori dal mondo. Ma la preghiera fedele non pretende il risultato semplicemente perché non cerca il colpo di scena, non prima di tutto quello che lo rende possibile, almeno.
Nel suo cuore sa che la pace è una tessitura paziente, non una performance istantanea. E per arrivare da qualche parte serve pensare che occorre tempo, impegno incessante, compagnia quotidiana alla causa per la quale si prega. Questa pazienza contempla nella giusta luce anche il miracolo, impara a chiederlo perché è il mondo intero che vuole cambiare, non accontentandosi di un singolo episodio. Occorre la pazienza delle cose umane, che sgretola un giorno dopo l’altro la pretesa tutta bellica di ottenere il risultato all’istante, una bomba e via. L’esito attuale del conflitto iraniano e libanese dimostra che questa logica della “velocità” conduce dritta in un vicolo cieco, pretesa muscolare di piegare la storia con la forza, con il suo simbolo grottesco nell’annuncio di poter spazzare via una civiltà millenaria in una notte. La pazienza è ignota a questa logica, ma è la sola che muove davvero la storia.
La preghiera, infine, ha il suo centro sempre nelle persone. In definitiva, è a loro che si volge l’anima di chi prega: un singolo volto, una famiglia, un popolo. In ogni guerra è la gente che paga il prezzo più alto, e in quella attuale – che rinnova l’orrore del 7 ottobre e di Gaza – è ancora la vita della gente tanto disprezzata dai signori dei proiettili e dei droni da non esistere nemmeno nei loro piani. Volendo eliminare il nemico si spazza via tutto. Per fermare questo tritacarne privo persino di senso militare occorre chi sappia rimettere al centro il «bene del popolo, completo e intero», come l’ha definito papa Leone invitando «tutti a pensare nel cuore veramente i tanti innocenti, i tanti bambini, i tanti anziani: totalmente innocenti». Per il «bene del popolo» dicono di battersi i potenti. Ma è un bene che sta a cuore solo a chi prega con fedeltà e pazienza, perché è a loro che pensa quando prega: a “loro” che sono “come me”. Che “potrei essere io”.
Questa preghiera per la pace che riprendiamo oggi con il Papa diventa uno stile di vita, un modo per capire e affrontare la realtà così com’è, una scelta pubblica, civile. Un modo di stare al mondo. Il più convincente di tutti, a conti fatti, perché – come ha detto il cardinale Pizzaballa nella veglia di Pasqua al Santo Sepolcro – al suo centro sta la certezza che «Dio non aspetta che le nostre guerre finiscano per cominciare a far risorgere la vita».

Calendario pastorale

Domenica 19 ore 15.00 Ritiro genitori e ragazzi/e della prima comunione presso l’oratorio Paolo VI, V. S. Antonio – Castano Primo.
ore 21.00 Catechesi 18/19 enni.

Martedì 21 ore 21.15 Catechesi giovani.

Domenica 26 ore 15.00 catechesi gruppi com1 – Com 2 – Cresima.

Lunedì 27 ore 21.00 Incontro decanale adolescenti: “Non esistono ragazzi cattivi” – Incontro con don Claudio Burgio, fondatore Associazione Kayròs e cappellano IPM Beccaria – Cineteatro Agorà Sedriano.

Martedì 28 ore 21.15 Catechesi giovani.

Mercoledì 29 ore 17.00 confessioni per i/le ragazzi/e della prima comunione.

Venerdì 1/5 Recita del rosario presso la grotta della Madonna del Santuario della Famiglia.

Sabato 2 ore 10.30 prove per la celebrazione della prima comunione e possibilità delle confessioni per i genitori.

Sabato 2 domenica 3 Raccolta alimenti Caritas. Preferibilmente : biscotti, caffè, riso, legumi in scatola (fagiolini, fagioli borlotti, lenticchie, piselli, ceci), tonno, pelati, latte UHT.

Sabato 9 ore 9.45 – 12.00 Evento diocesano: i nonni incontrano l’arcivescovo. Basilica di S. Giovanni Battista – P.zza S. Giovanni – Busto A. Info su www.chiesadimilano.it/famiglia.

Le parole che uccidono prima delle bombe

di Francesco Vignarca coordinatore Campagne della Rete Italiana Pace Disarmo

Dietro ogni “obiettivo militare distrutto” ci sono esseri umani. Soldati, operatori, civili, comunità. E ci sono anche luoghi di snodo della vita sociale. Eppure il linguaggio dei leader lavora sistematicamente per oscurarli e quasi cancellarli: trasforma persone in coordinate geografiche, riduce vite e famiglie a percentuali di “efficacia operativa”.

“Colpiti gli obiettivi”. “Distrutti i siti militari”. “Li distruggeremo”. Basta ascoltare un qualsiasi telegiornale, scorrere tra i feed dei social, seguire una conferenza stampa dei decisori politici (di vari Governi) per ritrovarsi immersi in questo lessico. Con parole che dovrebbero farci sobbalzare, quasi scandalizzare, e che invece ascoltiamo con la stessa distanza con cui guardiamo le previsioni del tempo. Proprio questo è uno dei problemi maggiori di questo periodo storico intriso di follia bellicista e di militarizzazione.
Siamo di fronte a un mondo letteralmente in fiamme (le immagini recenti da Tehran e dai Paesi del Golfo ce lo confermano emblematicamente) eppure a colpire con forza, e a far preoccupare, non sono solo le bombe che cadono, ma le parole che precedono le armi.
Perché le parole non sono neutre! Non lo sono mai state: tantomeno durante una guerra.
Dietro ogni “obiettivo militare distrutto” ci sono esseri umani. Soldati, operatori, civili, comunità. E ci sono anche luoghi di snodo della vita sociale. Eppure il linguaggio dei leader lavora sistematicamente per oscurarli e quasi cancellarli: trasforma persone in coordinate geografiche, riduce vite e famiglie a percentuali di “efficacia operativa”.
Da sempre chi fa la guerra cerca di ricostruire l’immagine e l’individualità del nemico come un “qualcosa” più che un “qualcuno”. La disumanizzazione dell’avversario abbassa i freni inibitori, rende più facile uccidere, permette di giustificare ogni azione come “solo difensiva” e necessaria per preservare la vita che vale (quella delle persone “dalla propria parte”) rispetto a quella che può essere sacrificata (quella delle non-persone “dall’altra parte”). Non è un fenomeno nuovo. Ciò che è davvero cambiato (ovviamente e radicalmente in peggio…) è che oggi questo meccanismo non è più confinato alla sfera o al lessico militare, da utilizzarsi in tempi e contesti circoscritti e ben individuati. È diventato il linguaggio ordinario della politica, dei media, del dibattito pubblico, del confronto sociale. Ci siamo dentro tutti in maniera completa e pervasiva, ma in molti casi senza quasi accorgercene.
Come si è arrivati a questa amnesia dissociata, quasi un lucido stato di negazione collettivo? A mio parere attraverso tre trasformazioni precise.
La prima riguarda la geografia della guerra. I quartieri residenziali, gli ospedali, le infrastrutture energetiche: questi sono i nuovi “campi di battaglia”. Le vittime civili non sono più solo collaterali, risultato di una triste e involontaria imprecisione, ma sono ormai messe coscientemente al centro del mirino costituendo ormai la maggioranza dei morti e feriti di un’azione militare. E allora ecco il paradosso: più la guerra si avvicina alla quotidianità delle persone che non la fanno ma la subiscono, colpendole nei diritti fondamentali (a partire da quello alla vita), più il linguaggio che la descrive diventa asettico e distante. Come se la prossimità fisica del conflitto armato richiedesse una distanza linguistica sempre maggiore per renderlo sopportabile. Per i leader che lo ordinano. Per le opinioni pubbliche che devono accettarlo.
La seconda trasformazione riguarda le armi. Droni, sistemi a guida autonoma, targeting assistito dall’intelligenza artificiale: quando per colpire un obiettivo non serve più nemmeno la presenza umana nel contesto del bombardamento, il nesso tra decisione e conseguenza si spezza. Chi valida un target su uno schermo a migliaia di chilometri non vede e non sente quello che succede nel luogo in cui la sua decisione deflagra in tutta la sua dirompente distruttività. È la preoccupazione che anima la nostra campagna Stop Killer Robots, e che anche Papa Leone e numerosi esperti e analisti hanno espresso con forza in questi mesi. L’automazione dei sistemi d’arma non è una dettaglio secondario e meramente tecnologico: segnala invece una radicale trasformazione antropologica.
La terza trasformazione è quella che forse meno si vede. È la colonizzazione del linguaggio ordinario da parte della semantica militare. Lo abbiamo già documentato durante il COVID: “siamo in guerra contro il virus”, i medici sono “in prima linea”, le persone morte sono dei “caduti”. Oggi quella militarizzazione del linguaggio è diventata strutturale. Non episodica, non limitata alle emergenze: permanente. Si parla di “guerra economica”, di “battaglie” politiche, di “nemici” interni, di “fronti” aperti su ogni tema.…
La metafora bellica ha occupato il territorio della comunicazione pubblica come (appunto!) un esercito.
In tanti avevamo segnalato già allora quanto fosse problematico, non per pudore linguistico o formalismo ma per ragioni sostanziali: la narrazione della guerra chiude le possibilità di pensiero alternativo a quello della violenza sistemica e dell’opzione militare. Se sei “in guerra”, le soluzioni e le scelte possono essere solo quelle “della guerra”. Il negoziato diventa resa, la mediazione viene considerata tradimento.
Eppure, grazie a un grande sforzo di elaborazione collettiva sia di pensiero che normativa scaturito dalla tragedia immane delle Guerre Mondiali, una correttezza da rispettare esisterebbe anche in tempo e nei contesti di guerra. Sto parlando del diritto internazionale umanitario, del principio di distinzione, del principio di proporzionalità. Regole che non sono utopie pacifiste, perché le hanno scritte anche i militari insieme ai giuristi. E che oggi vengono violate sistematicamente. Senza più nemmeno cercare di giustificarsi o forzando interpretazioni per rientrare nella norma: quelle regole vengono semplicemente ignorate, come se non esistessero e come se il diritto internazionale fosse diventato un optional, una formalità burocratica che i forti possono permettersi di non rispettare.
La guerra non viene più percepita come qualcosa di estremo. E questo è già di per sé un’emergenza.
Se vogliamo uscire da questa spirale pericolosa e preoccupante dobbiamo intraprendere un percorso di decontrazione e ricostruzione che origina anche dalle parole. Da quelle che nominano le vittime invece di cancellarle. Da quelle che tengono aperta la possibilità di un’alternativa. Da quelle che ricordano che anche il nemico è un essere umano. Perché se non riesci nemmeno a pensare e nominare un’alternativa di pace basta sulla nonviolenza, diventa impossibile realizzarla.