
Riflessione
Giubileo e debito verso i paesi più poveri
Il mancato accordo sul condono del debito dei Paesi più poveri segna una delle principali occasioni mancate dell’Anno giubilare. L’economista Stefano Zamagni analizza le responsabilità politiche e istituzionali dell’Occidente, il peso della finanza speculativa e le ragioni strutturali che hanno impedito un’intesa. Sullo sfondo, la necessità di ripensare le regole del sistema globale e di rinnovare l’elaborazione della dottrina sociale della Chiesa nell’epoca postmoderna.
Professore, perché il Giubileo appare come un’occasione perduta sul piano del risanamento economico globale?
Per un incarico specifico di Papa Francesco, nel 2024 la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali aveva ricevuto il mandato di formulare proposte concrete, operative, per raggiungere due obiettivi precisi: da un lato la cancellazione o la riconversione del debito dei Paesi altamente indebitati – parliamo di una cinquantina di Stati –, dall’altro una riforma radicale degli statuti degli organismi internazionali, come Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Organizzazione mondiale del commercio.
E cosa è successo?
Il lavoro, svolto da un team di 35 esperti di altissimo livello, ha portato alla redazione del Giubilee Report, approvato nel luglio 2025 e inviato dal Vaticano in vista del summit che si sarebbe tenuto ad agosto a Siviglia. Ma lì la proposta è naufragata: Stati Uniti e Argentina si sono sfilati all’ultimo minuto. Gli altri Paesi hanno espresso apprezzamenti formali, ma senza avviare alcuna discussione reale. È stata un’occasione mancata grave. Papa Francesco, se fosse stato ancora in vita, si sarebbe certamente indignato: aveva investito molto della sua forza di persuasione su questo percorso.
Quanto è serio oggi il problema del debito dei Paesi poveri?
È molto più serio di quanto comunemente si pensi. Il debito non è solo una questione finanziaria: è una questione etica e sociale. Questi Paesi non saranno mai in grado di ripagare il capitale del debito, ma sono costretti a pagare gli interessi. E questo è uno dei più gravi scandali del sistema internazionale. Sappiamo che molti di questi Stati spendono più risorse per il servizio del debito – cioè per pagare gli interessi – di quante ne destinino a sanità e istruzione nei loro Paesi.
Per pagare i creditori dei Paesi ricchi, peggiorano le condizioni di vita delle proprie popolazioni. Non è vero che “non pagano”: pagano eccome, ma a costo di tagliare servizi essenziali.
Da cosa nasce questo circolo vizioso?
Nasce da regole profondamente ingiuste. Penso, ad esempio, al meccanismo del surcharge, previsto – fino a poco tempo fa – dal Fondo monetario internazionale: se un Paese non riesce a pagare una rata alla scadenza, il tasso di interesse aumenta progressivamente. Meno paghi, più aumentano gli interessi; più aumentano gli interessi, più diventa impossibile pagare. È un circolo vizioso che condanna intere popolazioni.
Un altro aspetto poco noto riguarda la natura dei creditori…
Esatto. Il 60% del debito di questi Paesi non è detenuto da Stati o governi, ma da soggetti privati, in gran parte finanza speculativa. Questo fa tutta la differenza del mondo. Se questi fondi non ricevono il pagamento del credito concesso, si rifanno sugli organismi internazionali: non perdono nulla, ma intanto incassano interessi enormi.
È una vergogna di cui l’Occidente si è macchiato.
Quando il debito era in mano ai governi, si poteva tentare una mediazione politica o diplomatica. Ma i fondi privati non trattano: non importa se la gente muore di fame o di malattia, vogliono essere ripagati. Punto.
In poche parole: perché è fallito il tentativo di condono del debito?
Perché non si sono cambiate le regole del gioco. Papa Francesco lo diceva chiaramente già tre anni fa: senza modificare gli statuti del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale, delle grandi istituzioni globali, il condono non è attuabile. Non basta la buona volontà dei capi di Stato: servono regole che stabiliscano chi copre il costo del condono e come viene ripartito. Lo stesso vale per le Nazioni Unite, bloccate da meccanismi come il diritto di veto nel Consiglio di sicurezza. Senza riforme delle istituzioni, anche le migliori intenzioni si infrangono contro l’impossibilità pratica di agire. Per condonare un debito di queste dimensioni non basta l’elemosina: occorre ripensare l’assetto delle istituzioni globali. E istituzioni, in fondo, significa questo: regole del gioco.
Perché allora il Giubileo del 2000 ebbe più successo su questi temi?
Perché chiudeva una fase storica: quella della modernità. In quel contesto esistevano ancora strumenti e meccanismi che rendevano possibili certi interventi. Negli ultimi 25–30 anni siamo entrati nella fase della postmodernità, ma la dottrina sociale della Chiesa, pur nei suoi principi immutabili, non ha ancora elaborato un modello adeguato a questa nuova fase storica. I principi del cristianesimo non cambiano, ma la loro applicazione storica sì. Oggi il mondo cattolico non dispone ancora di un vero modello di “cristianità” per la società postmoderna. Abbiamo ottime diagnosi sulle ingiustizie, ma non abbiamo ancora prodotto le terapie.
Che cosa intende per “terapie”?
Intendo strategie concrete. In passato non ci si limitava a denunciare la povertà: si costruivano istituzioni alternative. Pensiamo ai benedettini, ai francescani, ai Monti di pietà, ai monti frumentari. Oggi il compito del mondo cattolico è più impegnativo: non basta denunciare, bisogna innovare. Serve il coraggio e l’intelligenza pratica di proporre soluzioni operative, anche sapendo che non tutte verranno accolte.
Messaggio per la 48 esima Giornata Nazionale per la vita
Guardatevi dal disprezzare qualcuno di questi piccoli; perché io vi dico che i loro angeli in cielo vedono continuamente la faccia del Padre mio. (Mt 18,10).
L’accoglienza gentile e affettuosa di Gesù verso i piccoli sorprende i suoi contemporanei, discepoli inclusi, abituati a considerare assai poco i bambini. Eppure, nella Scrittura il rapporto di Dio con il suo popolo è spesso paragonato a quello di una madre amorevole e di un padre premuroso verso i propri bimbi; il loro atteggiamento, infatti, “riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo” (AL 166). Lasciarsi amare e servire con semplicità, riconoscersi dipendenti senza imbarazzo, attribuire primaria importanza alle leggi del cuore, desiderare il bene… sono alcune delle lezioni che i bambini danno agli adulti e che Gesù presenta come condizioni per accogliere la novità del Vangelo: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18, 3). Essi, dunque, non vanno mai disprezzati, scartati, subordinati perché proprio di loro il Creatore ha particolare cura. A questa visione evangelica dell’infanzia, che ha condotto l’umanità intera a una considerazione progressivamente più rispettosa degli inizi della vita, si ispira anche la nostra migliore cultura giuridica, che evidenzia il “superiore interesse del minore”: in qualsivoglia situazione, i bambini sono quelli che vanno prima di tutto accolti e protetti, insieme alla loro famiglia, in modo che possano crescere quanto più liberi e felici. Anche perché, non di rado, gli esiti di un’infanzia problematica sono alla radice di molti comportamenti negativi in età adulta. Ciononostante, le vite dei bambini vengono molto spesso asservite agli interessi dei grandi. Pensiamo ai tanti, troppi, bambini “vittime collaterali” delle guerre degli adulti: uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa e della scuola, ridotti alla fame, come effetto di bombardamenti indiscriminati. Pensiamo ai bambini-soldato, rapiti e utilizzati come “carne da cannone” nei tanti conflitti che si combattono in varie parti del globo, soprattutto in quelli “a bassa intensità”, di cui quasi nessuno parla. Pensiamo ai bambini “fabbricati” in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo. Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale. Pensiamo ai bambini implicati nei casi di separazione e divorzio dei propri genitori, a volte usati come strumenti di rivalsa sull’ex-coniuge. Pensiamo ai bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali o alle bambine date precocemente in sposa, spesso a uomini assai più grandi di loro. Pensiamo ai bambini-lavoratori, privati dell’infanzia perché inquadrati come manodopera a basso costo dai “caporali” di turno, in contesti di degrado sociale e abbandono scolastico. Pensiamo ai bambini rapiti o dati indiscriminatamente in adozione nelle tristi operazioni di pulizia etnica. Pensiamo ai bambini coinvolti nelle violenze domestiche, che li privano di uno o entrambi i genitori e li segnano profondamente. Pensiamo ai bambini che i trafficanti di vite strappano per vile interesse alle proprie famiglie, fino a espiantare i loro organi a vantaggio di chi può permettersi di pagarli. Pensiamo ai bambini costretti – non di rado da soli – a migrazioni faticose e pericolose, con esiti a volte mortali, per sfuggire ai conflitti, agli impoverimenti e alle carestie spesso provocate dagli adulti.
Pensiamo ai bambini indottrinati da un’educazione ideologica, funzionale non alla loro crescita, ma alla diffusione di idee che interessano questo o quell’altro gruppo di potere. Pensiamo ai bambini maltrattati o abbandonati a loro stessi da genitori o educatori cui poco interessa il loro vero bene. In questi e altri casi l’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, che può decidere anche della vita altrui e che è anche capace di mascherare il proprio egoismo dietro parole “politicamente corrette” e falsamente altruiste. A ben vedere, la pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono esponenzialmente anche le relazioni tra gli adulti – persone e comunità – dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi. “Tanti bambini fin dall’inizio sono rifiutati, abbandonati, derubati della loro infanzia e del loro futuro. […] Che ne facciamo delle solenni dichiarazioni dei diritti dell’uomo e dei diritti del bambino, se poi puniamo i bambini per gli errori degli adulti?” (AL 166). Avvertiamo la necessità di una maggiore attenzione ai piccoli anche nella nostra società italiana, in cui l’imperante cultura individualista si esprime, tra l’altro, con una crisi di generatività che non riguarda solamente la fertilità, ma pregiudica progressivamente la capacità degli adulti di mettersi a servizio dei piccoli. Può succedere che facciano rumore, chiedano incessanti attenzioni, condizionino la libertà dei grandi, ma l’accoglienza dei loro limiti è paradigma dell’accoglienza dell’altro tout court, mancando la quale svanisce ogni prospettiva di collettività solidale, per dare spazio a una conflittualità incessante e distruttiva. Quando i bambini non sono amati, con loro vengono scartati anche gli elementi più deboli della comunità, cioè potenzialmente tutti, nel momento in cui si manifestino anche nei soggetti “forti” fragilità o debolezze. Anche le comunità cristiane devono crescere nella cura dei bambini, non solo proseguendo nell’impegno per estirpare e prevenire l’odiosa pratica degli abusi, ma divenendo “casa accogliente” per loro nelle celebrazioni liturgiche, nelle attenzioni alle varie povertà che li colpiscono, nell’adozione di modalità adeguate alla loro età per l’annuncio della fede e nelle occasioni di vita comunitaria. “L’educazione alla fede sa adattarsi a ciascun figlio, perché gli strumenti già imparati o le ricette a volte non funzionano. I bambini hanno bisogno di simboli, di gesti, di racconti. […] L’esperienza spirituale non si impone ma si propone alla loro libertà” (AL 288). Alle prime parole che un bambino si sente rivolgere dalla Chiesa nel giorno del Battesimo – “la nostra comunità ti accoglie” – deve seguire una reale dedizione di tempi, spazi, risorse alle esigenze dei piccoli e delle loro famiglie. Ci sono tuttavia nella società e nella Chiesa moltissime persone e istituzioni che operano attivamente per custodire i bambini, attraverso azioni di tutela e accoglienza delle maternità difficili e di protezione nelle situazioni di violenza, nell’educazione, nella risposta ai tanti bisogni e povertà delle famiglie numerose e dei piccoli, nella prevenzione dello sfruttamento minorile nelle sue varie forme, nel sostegno alla genitorialità, nella sorveglianza degli ambiti che mettono a rischio l’integrità fisica, morale e spirituale in età sempre più precoce. A costoro devono andare la riconoscenza e il sostegno di tutti, perché il loro servizio – spesso gratuito – rende migliore il nostro mondo per tutti, non solo per i più piccoli. A loro dobbiamo continuamente ispirarci, per coltivare il senso di un autentico primato dei diritti dei bambini sugli interessi e le ideologie degli adulti. Si tratta di attuare una vera “conversione”, nel duplice senso di “ritorno” e di “cambiamento”. Ritorno a una cultura che riscopra il valore della generatività, del “desiderio di trasmettere la vita” (SnC 9) e di servirla con gioia. Ogni persona che mette al mondo dei bambini o si occupa dei piccoli – genitori, nonni, insegnanti, catechisti, persone consacrate, famiglie affidatarie – dovrebbe sentire la simpatia e la stima degli altri adulti, perché il servizio al sorgere della vita è garanzia di bene e di futuro per tutti. Cambiamento come abbandono delle cattive inclinazioni di una società narcisista e indifferente, in cui gli adulti sono troppo occupati da loro stessi per fare davvero spazio ai bambini: ne nascono sempre di meno e sul loro futuro peseranno i debiti, il degrado ambientale, la solitudine e i conflitti che gli adulti producono, incuranti del domani del mondo. La Giornata per la Vita sia l’occasione per un serio esame di coscienza, basato sul punto di vista dei piccoli nelle questioni che li riguardano (dal nascere, al crescere, all’essere felici…) e sostenuto dalla voce sincera dei bambini, cui chiedere – una volta tanto – come vorrebbero che andassero le cose.
Conferenza Episcopale Italiana.
Un Ministero per la pace
La pace è un progetto di democrazia che ha bisogno di un luogo istituzionale dedicato. L’economista Stefano Zamagni spiega perché è urgente dare vita al Ministero della Pace.
Oggi nel mondo sono in corso 56 conflitti armati e il Sipri-Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma- informa che le spese militari a livello mondiale nel 2024 sono state di 2718 miliardi di dollari, a fronte dei 1290 miliardi del 2001. «È una situazione insostenibile» ha commentato Zamagni.
Professor Zamagni, come legge questa corsa al riarmo?
«La tesi della deterrenza (la logica del dissuadere mediante la minaccia) non funziona più. Essa è valida solo se il conflitto è fra due parti; oggi i contendenti sono almeno sei. Il riarmo di uno Stato per accrescere la sua sicurezza viene interpretato come una minaccia dagli Stati rivali, che saranno spinti a fare altrettanto, anzi di più. In questo contesto, inoltre, assistiamo al fenomeno della “privatizzazione della guerra”: per millenni la gestione dei conflitti armati è stata prerogativa dei re, degli imperatori, degli Stati; oggi invece la guerra è stimolata dal cosiddetto complesso militare-tecnologico, dalle imprese private che ottengono profitti dalla vendita delle armi. Se durante i conflitti gli indicatori di borsa aumentano il valore, è evidente che più armi vengono usate più il processo di generazione delle stesse è destinato a continuare».
Per tentare di uscire da questa situazione è necessario anche un passaggio culturale?
«Bisogna capire che il potere dissuasivo oggi sta nella capacità innanzitutto di comprendere e poi di intervenire sulle ragioni profonde che innescano il conflitto. C’è una pace negativa (assenza della violenza diretta, il cessate il fuoco) e una pace positiva (tesa a ridurre o eliminare le cause della guerra): si deve passare dal peace-making al peace-building, dal fare al costruire la pace. Papa Francesco ha avuto il coraggio di denunciare questa situazione e papa Leone XIV l’ha ripresa parlando nella sua prima apparizione pubblica di “pace disarmata e disarmante”»
Come si costruisce la pace?
«Occorre creare istituzioni di pace, politiche o economico-finanziarie. Paolo VI aveva individuato nello sviluppo “il nuovo nome della pace”. Attenzione che lo sviluppo non è la mera crescita, anche una pianta cresce, ma tiene in armonia anche la dimensione socio-relazionale e quella spirituale. Qui si differenziano i due paradigmi “si vis pacem para bellum” (la teoria della deterrenza, da Eraclito a Hobbes a Schmitt e von Clausewitz: la guerra è un dato di natura e l’uomo non può che contenerla) e “si vis pacem para civitatem” (il riconoscimento che all’inizio c’è il logos, da cui deriva il dia-logos, sulla linea di Aristotele, Agostino, Tommaso, Maritain: la capacità di eliminare le cause della guerra, preparando la civilizzazione, oggi diremmo le istituzioni di pace)».
Lei si è fatto sostenitore della creazione di un Ministero della Pace. Di che cosa si tratta?
«La pace è un progetto di democrazia e, in quanto tale, necessita di un luogo istituzionale a ciò dedicato. Già nel secondo dopoguerra Alcide De Gasperi sostenne l’idea di dare vita al Ministero della Pace, mentre il Ministero della Guerra veniva sostituito dai Ministeri della Difesa e degli Interni. Negli anni Ottanta don Oreste Benzi scrisse che “gli uomini hanno sempre organizzato la guerra; è ora di organizzare la pace” e l’associazione Papa Giovani XXIII da lui fondata con altri rappresentanti di associazioni cattoliche e laiche ne ha raccolto il testimone».
Quali funzioni avrebbe questa istituzione?
«Innanzitutto, dovrebbe riscrivere i libri di storia del liceo e dell’università, perché parlano solo delle guerre e mai della pace ed è lì che gli studenti, a partire dai 14 anni, formano le loro categorie di pensiero. Dovrebbe inoltre predisporre i corsi per la diplomazia – in Italia non abbiamo neanche una scuola superiore della diplomazia – perché qui si formerebbe la capacità di negoziare. Infine, potrebbe organizzare i corpi civili della pace come espressioni della società civile organizzata, cattolica e non. Fra le 73 università italiane una sola, Padova, ha un dottorato di ricerca in peace studies. Fra le 40300 scuole nel nostro paese solo 700 hanno programmi di educazione civica dedicati alla pace. Sono convinto che si possono realizzare istituzioni di pace ed è necessario farlo, perché, citando Wright, “due autentiche democrazie mai si faranno la guerra”: dove c’è vera democrazia non c’è guerra».
Siamo fatti per donare
C’è qualcosa di nuovo nell’aria, anzi di antico. Un fenomeno consueto ma che ha connotati nuovi, a cui bisogna trovare un nome nuovo. Intendo quella usuale eccitazione che sale piano in questi giorni e riguarda: i regali di Natale. Ma forse bisognerà trovare dei nomi nuovi. Perché le cose cambiano. E se pur occhieggiano da vetrine e spot i soliti inviti, le “clamorose” offerte, i “mai visti” sconti e le “sensazionali” proposte, c’è qualcosa di nuovo nell’aria. La solita bella eccitazione si sta forse venando di una ponderatezza nuova. Insomma, è come se la normale, abituale eccitazione di pensare a cosa regalare a figli amici parenti, fosse abitata da una nuova inquietudine, da un sospetto, o meglio da una domanda. Mentre si comincia a dare un’occhiata, ancora senza troppo impegno, a vetrine e promozioni, mentre si fanno i primi svagati sondaggi su desideri e gusti, un pensiero rintocca nel profondo: ma cosa ha davvero senso regalare? Certo, la crisi ci ha insegnato a misurare con altra attenzione il denaro, a valutare con più senso critico il valore vero di oggetti, di beni che a volte beni veri e propri non sono, ma sfizi, lussi piccoli o grandi, e a riconoscere come superfluo quel che ieri ci pareva necessario. Ma non è solo una sorta di “complesso morale” determinato dalle notizie sulla crisi e dalla realtà di minori risorse a muovere questa strana cosa nuova e antica che chiamerei “eccitazione pensosa” al regalo. Credo che ci sia qualcosa di più profondo. Come se la circostanza della crisi avesse almeno in parte aiutato a mettere a fuoco meglio anche il valore del farsi regali. Da un lato, infatti, il gesto del donare qualcosa sfugge a qualsiasi calcolo. È bello fare doni anche se si ha poco. Anche se le risorse diminuiscono. Donare è un atto non superfluo. Si può rinunciare a parecchie cose, ma non a donare. Perché fa parte della nostra natura umana. Un uomo che non dona è diventato meno uomo. Nella gratuità “assurda” di fare un regalo anche quando sono aumentati i nostri bisogni, nella gratuità che va contro ogni logica di tornaconto pur in un momento in cui si devono più attentamente fare i conti, risiede un barlume di vero intorno alla nostra natura: l’uomo è fatto per donare, per donarsi. C’è un impeto positivo
che fa parte della nostra natura, prima e sopra ogni altro. Questo barlume di verità – così piccolo ma evidente e tenace – può illuminare non solo il piccolo e breve episodio del periodo dei regali di Natale, ma potrebbe indicare qualcosa di importante a riguardo della vita sociale. Occorre scommettere su questo indirizzo positivo della nostra natura. Lo stesso su cui si fondano tante iniziative di valore sociale pubblico per tutti, nei campi dell’assistenza e dell’educazione e in altri settori. Sul fatto che l’uomo è un essere che dona, si può fondare una visione della società e della sua organizzazione non più improntata al sospetto e alla mortificazione burocratica e impositiva della società. Dall’altro lato, questa eccitazione pensosa che ci prende nel periodo di Natale è una sottolineatura del bene che sono i legami, le relazioni che compongono concretamente ed esistenzialmente la vita di una persona. L’uomo è un essere che dona e ha legami. Il fatto che tali legami siano oggetto di attenzione particolare, di scambio di doni, ci fa vedere come la risorsa principale della nostra vita non stia nella chiusura egoistica, paurosa e calcolatrice in termini di diritti e doveri. Si ha vera società intorno non all’uomo che come una monade isolata pensa a se stesso, misurando o inventando bisogni e diritti in astratto, ma alla persona come nodo di relazioni viventi, nelle quali si evidenziano non solo potenti indicazioni della natura, ma anche limiti e rispetto. L’uomo che dona, non fatto per la solitudine, è il regalo di Natale che tutti possiamo ricevere mentre iniziamo a pensare quali regali belli fare, ma belli davvero, siano essi piccole cose graziose o beni che vogliamo restino come nostra eredità.
Davide Rondoni