Il cantico delle creature di S. Francesco

Da 800 anni il Cantico delle creature ci insegna a vivere “senza misure”.

Di Giuseppe Caffulli Coordinatore della Commisione per i Centenari francescani in Lombardia.

Nell’anno in cui si ricorda l’ottavo centenario della composizione, una riflessione sul testo di san Francesco e sulla sua capacità di rispondere all’odierna idolatria consumistica. «È un invito a riscoprire che tutto è dono»
Quest’anno, all’interno del percorso dedicato ai Centenari francescani che preparano all’ottavo centenario della morte del santo di Assisi (nel 2023 sono stati ricordati la Regola bollata e il presepe di Greccio, nel 2024 le stigmate) celebriamo la composizione del Cantico delle creature (o di Frate Sole). Il Cantico è considerato il primo testo poetico in volgare italiano, ma il suo valore trascende la letteratura per toccare corde più profonde. È una preghiera, un inno alla vita, alla fraternità cosmica, un atto di lode a Dio attraverso l’intero Creato, vissuto non come oggetto da usare ma come dono da accogliere. Proprio per questa sua struttura relazionale, il Cantico – a ben guardare – si offre oggi come un manifesto contro l’idolatria contemporanea, che si esprime nella logica del possesso, del denaro, del consumo e del dominio.

Abitare il mondo non possederlo.

Francesco d’Assisi si chiamava in realtà Giovanni di Pietro di Bernardone. Il nome «Francesco» gli fu dato dal padre, ricco mercante di stoffe, forse per via dei suoi rapporti commerciali con la Francia. Francesco nasce e cresce in un ambiente di mercanti e commercianti, tra botteghe, tessuti e bilance. Impara fin da piccolo il valore delle cose, il linguaggio dello scambio, la logica del guadagno. Sa misurare, valutare, contrattare. La sua formazione è legata al mondo degli affari e alla mentalità borghese che, nel XIII secolo, si afferma con forza nelle città.
Non si può non tenere conto di questo aspetto per capire fino in fondo la radicalità della scelta di Francesco. Quando sceglie la povertà, non compie solo un gesto spirituale, ma un atto di rottura con la cultura mercantile del misurare, del valutare, del contrattare, del guadagnare… Si spoglia nudo davanti al vescovo e alla città, restituisce tutto al padre, rinuncia a ogni proprietà: un gesto simbolico che segna il rifiuto della «logica economica» nella vita che sta intraprendendo. La sua fede è imitazione concreta di Cristo povero, non solo nella parola, ma nella forma di vita. Proprio perché conosce bene la misura delle cose Francesco sceglie di vivere senza misura, nel dono totale, sottraendosi a ogni calcolo e alla logica dello scambio, del potere e del denaro.
Se rileggiamo in questa luce il Cantico delle Creature appare chiara la distinzione, implicita ma radicale, tra l’abitare e il possedere. San Francesco non celebra la natura come qualcosa da sfruttare, da soggiogare, da ridurre a oggetto, bensì come realtà vivente con cui intrattenere relazioni di fraternità. Il Sole, la Luna, il Fuoco, l’Acqua, la Terra – tutte le creature sono chiamate fratello o sorella. Il linguaggio del Cantico non è metaforico, ma teologico: ogni creatura partecipa della stessa origine, è segno della presenza del Creatore e ha una sua dignità intrinseca.
In questa visione, abitare il mondo significa riconoscere la propria collocazione all’interno di una rete di relazioni. Significa vivere di ciò che il Creato offre con gratitudine, sfuggendo all’ansia dell’accumulo. L’abitare è legato al rispetto, all’ospitalità e alla cura; il possedere, invece, genera distacco, alienazione, competizione.
Il linguaggio di Francesco è pervaso da un senso di meraviglia. Ogni creatura è lodata per ciò che è, non per l’uso che se ne può fare. Il Sole, la Luna, l’Acqua, la Terra non sono elementi da sfruttare ma realtà che esistono in sé, con la loro bellezza e la loro voce. Questo stupore è il contrario dell’atteggiamento consumistico, che riduce tutto a risorsa da consumare, esaurire o merce da scambiare.
Nel Cantico, l’economia del dono sostituisce quella dell’appropriazione. Se tutto è dono, nulla è veramente posseduto. L’uomo non è il vertice della creazione ma il fratello del Sole e della Luna, perché ad esse accomunato dall’unico Padre Creatore cui solo «se konfane le laude et onne benedictione». Insomma, il Cantico propone un’etica dell’interdipendenza e della fraternità cosmica.
Ora, potrebbe sembrare un azzardo, come accennavo all’inizio, ma credo che il Cantico si offra come un sorprendente manifesto contro l’idolatria contemporanea. Dove l’economia del desiderio, con i suoi idoli, ha sostituito il senso del limite e il marketing ha colonizzato con i suoi «fantasmi » l’immaginario (fantasmi che spingono a desiderare oltre il desiderabile), il Cantico appare come una contro-narrazione potente: non siamo padroni del mondo, ma ospiti.

Una critica all’idolatria del nostro tempo.

L’idolatria contemporanea non è fatta di vitelli d’oro o divinità pagane, ma di beni di consumo, ideologia del successo e della produttività. È un’idolatria sottile, pervasiva e perversa, che trasforma i mezzi in fini e confonde l’essere con il possesso. In questa prospettiva, la casa non è più luogo delle relazioni affettive ma status symbol; il lavoro non è più servizio ma strumento di affermazione; la natura non è più madre ma risorsa da spremere. Il Cantico delle creature smaschera queste idolatrie proponendo una logica opposta: l’essere invece dell’avere, la relazione invece del dominio, la nostra finitezza come benedizione. Il mondo non è un supermarket a nostra disposizione, ma un mistero da abitare. L’uso strumentale della Creazione è una forma di idolatria perché mette l’uomo al centro, come misura di tutte le cose, cancellando ogni riferimento al Creatore e alla gratuità del dono. San Francesco, invece, restituisce la centralità a Dio, lodandolo per tutte le creature, non al posto loro. È il rifiuto umile di un antropocentrismo arrogante, che invita a riconosce il valore della realtà che ci circonda oltre la sua utilità.
Nell’era del riscaldamento globale, della crisi ecologica che segna una frattura tra uomo e natura, il Cantico delle creature è più attuale che mai. Non è solo un testo spirituale, ma un manifesto etico e culturale che propone un altro modo di «abitare» il mondo. Rileggere oggi il Cantico – a scuola, nelle università, nei gruppi, nelle parrocchie ma anche in famiglia – significa riscoprire la bellezza del piccolo, la forza della semplicità. Significa imparare a ringraziare invece di pretendere, a contemplare invece di possedere. San Francesco, uomo del Medioevo ma profeta del futuro, ci invita in sostanza con il Cantico a un cambiamento radicale di sguardo. Non è un testo per devoti baciapile, ma una bussola esistenziale capace orientarci nelle secche dell’idolatria consumistica. In un mondo che ci divora e si divora, il Cantico è un invito a lodare, ad abitare, a custodire. A riscoprire che tutto è dono. E ciò che è dono non si possiede, ma si accoglie.

Continuità Spirituale digitale dopo la morte

Una delle prospettive più innovative del secondo volto della spiritualità digitale è il concetto di «continuità spirituale digitale». Con l’avvento di tecnologie come l’IA, è ora possibile preservare l’eredità spirituale di una persona attraverso strumenti come gli avatar memoriali. Questi avatar digitali, progettati per rispondere a domande e per simulare la personalità di una persona scomparsa, rappresentano un tentativo di mantenere viva la sua memoria. Tuttavia, questo approccio solleva una serie di questioni etiche riguardanti la privacy post-mortem e l’autenticità della memoria digitale. La creazione di archivi digitali spirituali può anche contribuire a mantenere una forma di “presenza” dei defunti, aiutando i cari a elaborare il lutto e a sentirsi ancora connessi. Tuttavia, occorre interrogarsi sull’autenticità di queste esperienze. Come ha osservato Derrida, la memoria è intrinsecamente legata all’assenza; tentare di renderla “presente” tramite mezzi digitali può alterare la nostra comprensione della perdita e del ricordo. Il concetto di continuità spirituale digitale apre una prospettiva affascinante, ma anche profondamente complessa, nel modo in cui affrontiamo il lutto, la memoria e la spiritualità. Gli avatar memoriali e gli archivi spirituali digitali non solo rappresentano una risposta tecnologica al bisogno umano di ricordare e connettersi, ma ridefiniscono anche il confine tra il vivente e il defunto, tra la memoria e la presenza. Tuttavia, questa trasformazione solleva interrogativi fondamentali:

1. Autenticità e Identità dei Simulacri Digitali.

Gli avatar memoriali, per quanto avanzati, sono inevitabilmente una rappresentazione parziale e limitata della persona che cercano di «sostituire». La loro capacità di rispondere a domande o simulare comportamenti dipende interamente dai dati con cui sono stati progettati: registrazioni vocali, messaggi scritti, foto, e altre tracce digitali. Sorge una domanda cruciale: quanto possono essere considerati autentici questi simulacri? Sono davvero una estensione della persona o una costruzione algoritmica che interpreta e manipola i frammenti lasciati dietro? In che modo tale rappresentazione digitale potrebbe influenzare il modo in cui i vivi ricordano e rielaborano il lutto?

2. La privacy post-mortem.

L’idea di continuità spirituale digitale introduce anche preoccupazioni etiche riguardanti la privacy. I dati personali utilizzati per creare avatar e archivi digitali appartengono ancora alla persona deceduta? Chi ha il diritto di decidere come questi dati vengono utilizzati e preservati? La privacy post-mortem è un terreno ancora poco regolamentato, che richiede attenzione sia dal punto di vista legale sia morale. Inoltre, esiste il rischio di abuso di questi dati da parte di terzi, compromettendo non solo la memoria del defunto, ma anche i sentimenti di chi resta.

3. L’elaborazione del lutto.

Dal punto di vista psicologico e spirituale, la possibilità di interagire con simulacri digitali dei propri cari potrebbe offrire conforto, ma anche ostacolare il processo naturale di elaborazione del lutto. La filosofia, da Jacques Derrida a Paul Ricoeur, sottolinea l’importanza dell’assenza come elemento centrale della memoria: è attraverso la perdita che ricostruiamo un significato per la persona amata e per il nostro rapporto con essa. La continuità digitale, invece, rischia di creare un’illusione di presenza che potrebbe congelare il lutto o addirittura frammentarlo in un continuo stato di «non-perdita».

4. Ridefinire il sacro nel digitale.

La continuità spirituale digitale ci invita anche a riflettere su come il sacro si trasforma in questo contesto. Se il sacro è tradizionalmente legato a luoghi, oggetti e rituali che evocano trascendenza, nel mondo digitale esso diventa una questione di dati, reti e simulazioni. Questa trasformazione può arricchire il nostro rapporto con il sacro, rendendolo più accessibile e fluido, ma rischia di perdere l’intensità e l’intimità che caratterizzano le esperienze spirituali incarnate e comunitarie.

5. L’eredità spirituale per le generazioni future.

Gli archivi digitali non sono solo strumenti di connessione con il passato, ma possono diventare risorse per le generazioni future. Attraverso di essi, i discendenti possono accedere a una memoria spirituale collettiva, apprendendo dai valori, dalle credenze e dalle esperienze di chi li ha preceduti. Tuttavia, questo potenziale educativo deve essere bilanciato con una riflessione critica: quanto è mediata e filtrata questa eredità dalla tecnologia? Che tipo di autenticità può offrire rispetto alle narrazioni orali o ai documenti tradizionali? La continuità spirituale digitale rappresenta una sfida e un’opportunità straordinaria nel nostro rapporto con la memoria, la perdita e la spiritualità. Mentre offre nuovi strumenti per mantenere vivo il legame con i defunti, richiede un’attenta riflessione filosofica ed etica per evitare che queste innovazioni compromettano la profondità dell’esperienza umana. La tecnologia non può sostituire il valore unico del rapporto diretto, incarnato e comunitario con il sacro e con gli altri, ma può arricchirlo se utilizzata con consapevolezza e rispetto per la complessità del vivere e del ricordare.

Sfide e questioni etiche.

L’introduzione della spiritualità digitale pone una serie di sfide etiche. La prima sfida riguarda l’autenticità e l’identità. Fino a che punto possiamo essere certi che l’esperienza spirituale virtuale non sostituisca o comprometta quella fisica? La seconda sfida riguarda la privacy post-mortem: chi possiede e gestisce questi archivi spirituali digitali?
Un’altra sfida riguarda il rischio di alienazione spirituale. Sebbene la tecnologia digitale ci permetta di essere più «connessi», vi è il pericolo che questa connessione si trasformi in una frammentazione della nostra esperienza spirituale, anziché arricchirla. Secondo Martin Heidegger, la tecnologia rischia di trasformare l’essere umano in una mera risorsa, riducendo la complessità dell’esperienza umana e spirituale a un’operazione tecnica.In sintesi, la spiritualità digitale rappresenta un campo di frontiera, ma è essenziale che il suo sviluppo sia guidato da una visione etica e responsabile. Solo così l’intelligenza artificiale e le tecnologie digitali potranno diventare strumenti di crescita spirituale, senza compromettere l’integrità della nostra esperienza umana. La sfida sarà quella di integrare questi strumenti nella nostra vita spirituale in modo che siano al servizio dell’uomo e non che l’uomo diventi strumento della tecnologia.
Questa riflessione ci invita a considerare la tecnologia come un’alleata del nostro cammino spirituale, un mezzo per unire e non per dividere, per preservare e non per alienare, e infine per condurci verso una comprensione più profonda della nostra essenza umana e spirituale.

Alessandro Olivieri Pennesi è docente presso il Ciclo di specializzazione in Teologia spirituale della Pontificia Facoltà Teologica Teresianum a Roma.

Ritagli di Riflessione

Il `Sì’ di Dio alla creatura.

La risurrezione di Gesù Cristo è il ‘ sì’ di Dio alla creatura. Ciò che accade qui non è la distruzione, ma la nuova creazione della corporalità.
Il corpo di Gesù fuoriesce dalla tomba, e la tomba è vuota (Mc 16,15s.).
Come sia possibile pensare che qui il corpo mortale e corruttibile sia ora immortale, incorruttibile e trasfigurato (1 Cor 15,35s.), è qualcosa che ci resta precluso.
Niente risulta forse così evidente dalla diversità dei racconti sull’incontro del Risorto con i discepoli come il fatto che non possiamo rappresentarci in alcun modo la corporeità del Risorto.
Dio ha giudicato la prima creazione, e ha dato vita a una nuova creazione nell’identità con la prima. Non sopravvive un’idea di Cristo, ma il Cristo con il suo corpo.
Nella risurrezione noi riconosciamo che Dio non ha sacrificato la terra, ma l’ha riconquistata. Le ha dato un nuovo futuro, una nuova promessa.
È la stessa terra che Dio ha creato, che ha portato il Figlio di Dio e la sua croce; su questa terra il Risorto è apparso ai suoi e su questa terra Cristo ritornerà nell’ultimo giorno.
Chi dice `sì’ con fede alla risurrezione di Cristo non può più fuggire dal mondo, ma non può più nemmeno consegnarsi al mondo, poiché ha conosciuto in mezzo alla vecchia creazione la nuova creazione sii Dio.

D. Bonhoeffer

La scelta della preghiera

di Francesco Ognibene

Pregare oggi con il Papa mentre tutto sembra dire che ben altro ci vorrebbe per fermare bombe e droni è un gesto che, davanti alla guerra incapace di risolvere nulla, mostra realismo. E vero impegno civile
Cosa pregate a fare? Chi scatena le guerre, e chi risponde per le rime, non ascoltano la vostra voce, troppo flebile, ingenua. Bombardieri e droni continuano a decollare, indifferenti: stanno su un altro piano, quello della storia che si srotola ogni giorno obbedendo a una forza tutta diversa da quella che avete in mente voi. Pregate pure, male non fa: il mondo, quello reale, non fa per voi.
Diciamocelo, oggi, tra noi che il nuovo appello del Papa alla preghiera per la pace intendiamo raccoglierlo: tutti portiamo dentro una vocina che, chi più chi meno, ci suggerisce di non crederci davvero. Tant’è che dopo l’ultima chiamata di Leone a pregare sui dilaniamenti dell’umanità è persino scoppiata un’altra devastante guerra, anche peggio delle altre, un condensato di violenza bruta, buio della ragione, stolidità strategica, autolesionismo su scala globale. “E per fortuna che avevamo pure pregato”: non l’abbiamo forse pensato anche solo per un secondo? Ma sono proprio queste umanissime obiezioni, che potrebbero indurre a un qualche scetticismo, a metterci nelle condizioni di capire perché pregare oggi ha senso, più senso che mai. E un senso non solo strettamente religioso ma anche civile.
Chi prega lo fa perché tiene all’oggetto della sua invocazione. Se non è solo questione di una distratta Avemaria, come una concessione per tener buona la coscienza, la preghiera è la garanzia che portiamo nel cuore la pace come qualcosa che ci è caro, e, se non ci stanchiamo, anche indispensabile. La salute di un familiare, la felicità di un figlio, un passaggio importante della vita, una sofferenza che non passa. Sono tutte ragioni di una preghiera accorata e testarda. C’è una parola per definire questa attitudine fatta crescere dalla preghiera per una causa ben determinata: la fedeltà. La pace ha bisogno di gente – un popolo – che le sia fedele, considerandola una meta che non si esaurisce con un singolo gesto, fosse pure solenne, ma esige una decisione di “restare accanto”. Ecco: se preghiamo ci impegniamo a “restare accanto” alla pace che vuole trovare spazio dentro la corazza della terra indurita dall’odio. Un’umanità nutrita da questa fedeltà non è in grado di far cambiare corso alla storia?

Figlia della fedeltà è l’idea che a una causa importante non basta dedicare una piccola porzione di tempo e di impegno: serve continuità, perseveranza, tenacia. La parola per riassumerla è “pazienza”, senza la quale la preghiera diventa più simile a un rito sciamanico, la formula magica pronunciata per far sparire le guerre. Visto però che l’incendio mediorientale semmai peggiora, ecco che la preghiera intesa come un rito “causa-effetto” – giungo le mani e subito finisce – non può che deludere, confermando in chi ha recitato quella che pensava fosse una formula propiziatoria l’idea che “vedi che non serve?”, e rafforzando in chi osserva
la convinzione che “quelli che pregano” sono un piccolo mondo fuori dal mondo. Ma la preghiera fedele non pretende il risultato semplicemente perché non cerca il colpo di scena, non prima di tutto quello che lo rende possibile, almeno.
Nel suo cuore sa che la pace è una tessitura paziente, non una performance istantanea. E per arrivare da qualche parte serve pensare che occorre tempo, impegno incessante, compagnia quotidiana alla causa per la quale si prega. Questa pazienza contempla nella giusta luce anche il miracolo, impara a chiederlo perché è il mondo intero che vuole cambiare, non accontentandosi di un singolo episodio. Occorre la pazienza delle cose umane, che sgretola un giorno dopo l’altro la pretesa tutta bellica di ottenere il risultato all’istante, una bomba e via. L’esito attuale del conflitto iraniano e libanese dimostra che questa logica della “velocità” conduce dritta in un vicolo cieco, pretesa muscolare di piegare la storia con la forza, con il suo simbolo grottesco nell’annuncio di poter spazzare via una civiltà millenaria in una notte. La pazienza è ignota a questa logica, ma è la sola che muove davvero la storia.
La preghiera, infine, ha il suo centro sempre nelle persone. In definitiva, è a loro che si volge l’anima di chi prega: un singolo volto, una famiglia, un popolo. In ogni guerra è la gente che paga il prezzo più alto, e in quella attuale – che rinnova l’orrore del 7 ottobre e di Gaza – è ancora la vita della gente tanto disprezzata dai signori dei proiettili e dei droni da non esistere nemmeno nei loro piani. Volendo eliminare il nemico si spazza via tutto. Per fermare questo tritacarne privo persino di senso militare occorre chi sappia rimettere al centro il «bene del popolo, completo e intero», come l’ha definito papa Leone invitando «tutti a pensare nel cuore veramente i tanti innocenti, i tanti bambini, i tanti anziani: totalmente innocenti». Per il «bene del popolo» dicono di battersi i potenti. Ma è un bene che sta a cuore solo a chi prega con fedeltà e pazienza, perché è a loro che pensa quando prega: a “loro” che sono “come me”. Che “potrei essere io”.
Questa preghiera per la pace che riprendiamo oggi con il Papa diventa uno stile di vita, un modo per capire e affrontare la realtà così com’è, una scelta pubblica, civile. Un modo di stare al mondo. Il più convincente di tutti, a conti fatti, perché – come ha detto il cardinale Pizzaballa nella veglia di Pasqua al Santo Sepolcro – al suo centro sta la certezza che «Dio non aspetta che le nostre guerre finiscano per cominciare a far risorgere la vita».

Le parole che uccidono prima delle bombe

di Francesco Vignarca coordinatore Campagne della Rete Italiana Pace Disarmo

Dietro ogni “obiettivo militare distrutto” ci sono esseri umani. Soldati, operatori, civili, comunità. E ci sono anche luoghi di snodo della vita sociale. Eppure il linguaggio dei leader lavora sistematicamente per oscurarli e quasi cancellarli: trasforma persone in coordinate geografiche, riduce vite e famiglie a percentuali di “efficacia operativa”.

“Colpiti gli obiettivi”. “Distrutti i siti militari”. “Li distruggeremo”. Basta ascoltare un qualsiasi telegiornale, scorrere tra i feed dei social, seguire una conferenza stampa dei decisori politici (di vari Governi) per ritrovarsi immersi in questo lessico. Con parole che dovrebbero farci sobbalzare, quasi scandalizzare, e che invece ascoltiamo con la stessa distanza con cui guardiamo le previsioni del tempo. Proprio questo è uno dei problemi maggiori di questo periodo storico intriso di follia bellicista e di militarizzazione.
Siamo di fronte a un mondo letteralmente in fiamme (le immagini recenti da Tehran e dai Paesi del Golfo ce lo confermano emblematicamente) eppure a colpire con forza, e a far preoccupare, non sono solo le bombe che cadono, ma le parole che precedono le armi.
Perché le parole non sono neutre! Non lo sono mai state: tantomeno durante una guerra.
Dietro ogni “obiettivo militare distrutto” ci sono esseri umani. Soldati, operatori, civili, comunità. E ci sono anche luoghi di snodo della vita sociale. Eppure il linguaggio dei leader lavora sistematicamente per oscurarli e quasi cancellarli: trasforma persone in coordinate geografiche, riduce vite e famiglie a percentuali di “efficacia operativa”.
Da sempre chi fa la guerra cerca di ricostruire l’immagine e l’individualità del nemico come un “qualcosa” più che un “qualcuno”. La disumanizzazione dell’avversario abbassa i freni inibitori, rende più facile uccidere, permette di giustificare ogni azione come “solo difensiva” e necessaria per preservare la vita che vale (quella delle persone “dalla propria parte”) rispetto a quella che può essere sacrificata (quella delle non-persone “dall’altra parte”). Non è un fenomeno nuovo. Ciò che è davvero cambiato (ovviamente e radicalmente in peggio…) è che oggi questo meccanismo non è più confinato alla sfera o al lessico militare, da utilizzarsi in tempi e contesti circoscritti e ben individuati. È diventato il linguaggio ordinario della politica, dei media, del dibattito pubblico, del confronto sociale. Ci siamo dentro tutti in maniera completa e pervasiva, ma in molti casi senza quasi accorgercene.
Come si è arrivati a questa amnesia dissociata, quasi un lucido stato di negazione collettivo? A mio parere attraverso tre trasformazioni precise.
La prima riguarda la geografia della guerra. I quartieri residenziali, gli ospedali, le infrastrutture energetiche: questi sono i nuovi “campi di battaglia”. Le vittime civili non sono più solo collaterali, risultato di una triste e involontaria imprecisione, ma sono ormai messe coscientemente al centro del mirino costituendo ormai la maggioranza dei morti e feriti di un’azione militare. E allora ecco il paradosso: più la guerra si avvicina alla quotidianità delle persone che non la fanno ma la subiscono, colpendole nei diritti fondamentali (a partire da quello alla vita), più il linguaggio che la descrive diventa asettico e distante. Come se la prossimità fisica del conflitto armato richiedesse una distanza linguistica sempre maggiore per renderlo sopportabile. Per i leader che lo ordinano. Per le opinioni pubbliche che devono accettarlo.
La seconda trasformazione riguarda le armi. Droni, sistemi a guida autonoma, targeting assistito dall’intelligenza artificiale: quando per colpire un obiettivo non serve più nemmeno la presenza umana nel contesto del bombardamento, il nesso tra decisione e conseguenza si spezza. Chi valida un target su uno schermo a migliaia di chilometri non vede e non sente quello che succede nel luogo in cui la sua decisione deflagra in tutta la sua dirompente distruttività. È la preoccupazione che anima la nostra campagna Stop Killer Robots, e che anche Papa Leone e numerosi esperti e analisti hanno espresso con forza in questi mesi. L’automazione dei sistemi d’arma non è una dettaglio secondario e meramente tecnologico: segnala invece una radicale trasformazione antropologica.
La terza trasformazione è quella che forse meno si vede. È la colonizzazione del linguaggio ordinario da parte della semantica militare. Lo abbiamo già documentato durante il COVID: “siamo in guerra contro il virus”, i medici sono “in prima linea”, le persone morte sono dei “caduti”. Oggi quella militarizzazione del linguaggio è diventata strutturale. Non episodica, non limitata alle emergenze: permanente. Si parla di “guerra economica”, di “battaglie” politiche, di “nemici” interni, di “fronti” aperti su ogni tema.…
La metafora bellica ha occupato il territorio della comunicazione pubblica come (appunto!) un esercito.
In tanti avevamo segnalato già allora quanto fosse problematico, non per pudore linguistico o formalismo ma per ragioni sostanziali: la narrazione della guerra chiude le possibilità di pensiero alternativo a quello della violenza sistemica e dell’opzione militare. Se sei “in guerra”, le soluzioni e le scelte possono essere solo quelle “della guerra”. Il negoziato diventa resa, la mediazione viene considerata tradimento.
Eppure, grazie a un grande sforzo di elaborazione collettiva sia di pensiero che normativa scaturito dalla tragedia immane delle Guerre Mondiali, una correttezza da rispettare esisterebbe anche in tempo e nei contesti di guerra. Sto parlando del diritto internazionale umanitario, del principio di distinzione, del principio di proporzionalità. Regole che non sono utopie pacifiste, perché le hanno scritte anche i militari insieme ai giuristi. E che oggi vengono violate sistematicamente. Senza più nemmeno cercare di giustificarsi o forzando interpretazioni per rientrare nella norma: quelle regole vengono semplicemente ignorate, come se non esistessero e come se il diritto internazionale fosse diventato un optional, una formalità burocratica che i forti possono permettersi di non rispettare.
La guerra non viene più percepita come qualcosa di estremo. E questo è già di per sé un’emergenza.
Se vogliamo uscire da questa spirale pericolosa e preoccupante dobbiamo intraprendere un percorso di decontrazione e ricostruzione che origina anche dalle parole. Da quelle che nominano le vittime invece di cancellarle. Da quelle che tengono aperta la possibilità di un’alternativa. Da quelle che ricordano che anche il nemico è un essere umano. Perché se non riesci nemmeno a pensare e nominare un’alternativa di pace basta sulla nonviolenza, diventa impossibile realizzarla.