Messaggio CEI per la giornata della vita

1) Il diffondersi di una “cultura di morte”.

In questo nostro tempo, quando l’esistenza si fa complessa e impegnativa, quando sembra che la sfida sia insuperabile e il peso insopportabile, sempre più spesso si approda a una “soluzione” drammatica: dare la morte. Certamente a ogni persona e situazione sono dovuti rispetto e pietà, con quello sguardo carico di empatia e misericordia che scaturisce dal Vangelo. Siamo infatti consapevoli che certe decisioni maturano in condizioni di solitudine, di carenza di cure, di paura dinanzi all’ignoto… È il mistero del male che tutti sgomenta, credenti e non. Ciò, tuttavia, non elimina la preoccupazione che nasce dal constatare come il produrre morte stia progressivamente diventando una risposta pronta, economica e immediata a una serie di problemi personali e sociali. Tanto più che dietro tale “soluzione” è possibile riconoscere importanti interessi economici e ideologie che si spacciano per ragionevoli e misericordiose, mentre non lo sono affatto. Quando un figlio non lo posso mantenere, non l’ho voluto, quando so che nascerà disabile o credo che limiterà la mia libertà o metterà a rischio la mia vita… la soluzione è spesso l’aborto. Quando una malattia non la posso sopportare, quando rimango solo, quando perdo la speranza, quando vengono a mancare le cure palliative, quando non sopporto veder soffrire una persona cara… la via d’uscita può consistere nell’eutanasia o nel “suicidio assistito”. Quando la relazione con il partner diventa difficile, perché non risponde alle mie aspettative… a volte l’esito è una violenza che arriva a uccidere chi si amava – o si credeva di amare –, sfogandosi persino sui piccoli e all’interno delle mura domestiche. Quando il male di vivere si fa insostenibile e nessuno sembra bucare il muro della solitudine… si finisce non di rado col decidere di togliersi la vita. Quando l’accoglienza e l’integrazione di chi fugge dalla guerra o dalla miseria comportano problemi economici, culturali e sociali… si preferisce abbandonare le persone al loro destino, condannandole di fatto a una morte ingiusta. Quando si acuiscono le ragioni di conflitto tra i popoli… i potenti e i mercanti di morte ripropongono sempre più spesso la “soluzione” della guerra, scegliendo e propagandando il linguaggio devastante delle armi, funzionale soprattutto ai loro interessi. Così, poco a poco, la “cultura di morte” si diffonde e ci contagia.

2) Per una “cultura di vita”.

Il Signore crocifisso e risorto – ma anche la retta ragione – ci indica una strada diversa: dare non la morte ma la vita, generare e servire sempre la vita. Ci mostra come sia possibile coglierne il senso e il valore anche quando la sperimentiamo fragile, minacciata e faticosa. Ci aiuta ad accogliere la drammatica prepotenza della malattia e il lento venire della morte, schiudendo il mistero dell’origine e della fine.
Ci insegna a condividere le stagioni difficili della sofferenza, della malattia devastante, delle gravidanze che mettono a soqquadro progetti ed equilibri… offrendo relazioni intrise di amore, rispetto, vicinanza, dialogo e servizio. Ci guida a lasciarsi sfidare dalla voglia di vivere dei bambini, dei disabili, degli anziani, dei malati, dei migranti e di tanti uomini e donne che chiedono soprattutto rispetto, dignità e accoglienza. Ci esorta a educare le nuove generazioni alla gratitudine per la vita ricevuta e all’impegno di custodirla con cura, in sé e negli altri. Ci muove a rallegrarci per i tanti uomini e le donne, credenti di tutte le fedi e non credenti, che affrontano i problemi producendo vita, a volte pagando duramente di persona il loro impegno; in tutti costoro riconosciamo infatti l’azione misteriosa e vivificante dello Spirito, che rende le creature “portatrici di salvezza”. A queste persone e alle tante organizzazioni schierate su diversi fronti a difesa della vita va la nostra riconoscenza e il nostro incoraggiamento.

3) Ma poi, dare la morte funziona davvero?

D’altra parte, è doveroso chiedersi se il tentativo di risolvere i problemi eliminando le persone sia davvero efficace. Siamo sicuri che la banalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza elimini la ferita profonda che genera nell’animo di molte donne che vi hanno fatto ricorso? Donne che, in moltissimi casi, avrebbero potuto essere sostenute in una scelta diversa e non rimpianta, come del resto prevedrebbe la stessa legge 194 all’art.5. È questa la consapevolezza alla base di un disagio culturale e sociale che cresce in molti Paesi e che, al di là di indebite polarizzazioni ideologiche, alimenta un dibattito profondo volto al rinnovamento delle normative e al riconoscimento della preziosità di ogni vita, anche quando ancora celata agli occhi: l’esistenza di ciascuno resta unica e inestimabile in ogni sua fase. Siamo sicuri che il suicidio assistito o l’eutanasia rispettino fino in fondo la libertà di chi li sceglie – spesso sfinito dalla carenza di cure e relazioni – e manifestino vero e responsabile affetto da parte di chi li accompagna a morire? Siamo sicuri che la radice profonda dei femminicidi, della violenza sui bambini, dell’aggressività delle baby gang… non sia proprio questa cultura di crescente dissacrazione della vita? Siamo sicuri che dietro il crescente fenomeno dei suicidi, anche giovanili, non ci sia l’idea che “la vita è mia e ne faccio quello che voglio?” Siamo sicuri che la chiusura verso i migranti e i rifugiati e l’indifferenza per le cause che li muovono siano la strategia più efficace e dignitosa per gestire quella che non è più solo un’emergenza? Siamo sicuri che la guerra, in Ucraina come nei Paesi dei tanti “conflitti dimenticati”, sia davvero capace di superare i motivi da cui nasce? «Mentre Dio porta avanti la sua creazione, e noi uomini siamo chiamati a collaborare alla sua opera, la guerra distrugge. Distrugge anche ciò che Dio ha creato di più bello: l’essere umano. La guerra stravolge tutto, anche il legame tra i fratelli. La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione» (Francesco, Omelia al sacrario di Redipuglia, 13 settembre 2014).

4) La “cultura di morte”: una questione seria.

Dare la morte come soluzione pone una seria questione etica, poiché mette in discussione il valore della vita e della persona umana. Alla fondamentale fiducia nella vita e nella sua bontà – per i credenti radicata nella fede – che spinge a scorgere possibilità e valori in ogni condizione dell’esistenza, si sostituisce la superbia di giudicare se e quando una vita, foss’anche la propria, risulti degna di essere vissuta, arrogandosi il diritto di porle fine. Desta inoltre preoccupazione il constatare come ai grandi progressi della scienza e della tecnica, che mettono in condizione di manipolare ed estinguere la vita in modo sempre più rapido e massivo, non corrisponda un’adeguata riflessione sul mistero del nascere e del morire, di cui non siamo evidentemente padroni. Il turbamento di molti dinanzi alla situazione in cui tante persone e famiglie hanno vissuto la malattia e la morte in tempo di Covid ha mostrato come un approccio meramente funzionale a tali dimensioni dell’esistenza risulti del tutto insufficiente. Forse è perché abbiamo perduto la capacità di comprendere e fronteggiare il limite e il dolore che abitano l’esistenza, che crediamo di porvi rimedio attraverso la morte?

5) Rinnovare l’impegno.

La Giornata per la vita rinnovi l’adesione dei cattolici al “Vangelo della vita”, l’impegno a smascherare la “cultura di morte”, la capacità di promuovere e sostenere azioni concrete a difesa della vita, mobilitando sempre maggiori energie e risorse. Rinvigorisca una carità che sappia farsi preghiera e azione: anelito e annuncio della pienezza di vita che Dio desidera per i suoi figli; stile di vita coniugale, familiare, ecclesiale e sociale, capace di seminare bene, gioia e speranza anche quando si è circondati da ombre di morte.

Curiosità: Il Significato cristiano dell’albero di Natale

In molti lo collegano a un’usanza celtica, ma ha a che fare con le rappresentazioni medievali della storia del peccato originale.
Se si chiede a una persona, cristiana o no, che allestisce il tradizionale albero di Natale quale sia l’origine di questa usanza, probabilmente risponderebbe che essa è celtica, legata all’antica celebrazione del solstizio d’inverno. L’immagine di questo rito pagano nelle terre germaniche e scandinave è alquanto radicata nel pensiero collettivo. È documentato che ancora nel medioevo qui si andasse nel bosco a tagliare un abete da decorare con ghirlande e uova dipinte. Ma il legame tra l’uomo e il culto degli alberi è molto più ampio e primordiale, in quanto essi sono stati considerati da diverse civiltà simboli di vita e di rigenerazione, che con le loro radici e le loro fronde collegano la terra al cielo. Dall’albero dell’universo cinese a quello rovesciato indiano, dall’albero della rinascita egiziano a quello del paradiso maya, dall’abete sacro romano al frassino cosmico della mitologia nordica, queste maestose piante, spesso decorate, sono state ovunque oggetto di culto. L’albero di Natale cristiano è certamente collegato a tutto ciò, in quanto parte di una concezione radicata nell’essere umano. Però, nella forma della tradizione attuale esso ha un’origine propria.
Nel Medioevo, durante la Santa Notte davanti alle chiese veniva messa in scena la storia del peccato originale nel Paradiso terrestre, in quanto allora il 24 dicembre venivano particolarmente celebrati i “santi” Adamo ed Eva e, almeno dal Quattrocento, nei sagrati i fedeli erigevano l’albero del Paradiso, appendendovi mele (impostesi come frutto proibito) per ricordare il racconto della Genesi. La rappresentazione dell’origine del peccato umano era dunque direttamente collegata al fatto che il giorno successivo, a Natale, ci sarebbe stata la sua redenzione con la nascita di Gesù.
Nelle terre tedesche, siccome all’inizio dell’inverno non era possibile trovare un melo fiorito, si scelse il sempreverde abete, i cui rami erano già utilizzati come ornamento dei portali durante il periodo natalizio. Nel XVII secolo, questa usanza passò dagli spazi pubblici alle case private, dove le decorazioni si arricchirono di fiori di carta, lamine metalliche, dolci. È nell’Ottocento che arrivano le palline di vetro, inventate dai mastri vetrai dell’Alsazia e della Turingia, e che l’albero di Natale giunge in Italia. Questo simbolo si afferma dunque nelle celebrazioni cristiane, vista anche la sua connessione con la Passione di Cristo: secondo alcune leggende medievali, la croce fu costruita con il legno legato al peccato originale e infissa sul Calvario sopra il cranio di Adamo sepolto. Così, grazie a una pianta il Natale si unisce alla Pasqua.

Messaggio LVI giornata mondiale della pace

«Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte» (Prima Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi 5,1-2).
1. Con queste parole, l’Apostolo Paolo invitava la comunità di Tessalonica perché, nell’attesa dell’incontro con il Signore, restasse salda, con i piedi e il cuore ben piantati sulla terra, capace di uno sguardo attento sulla realtà e sulle vicende della storia. Perciò, anche se gli eventi della nostra esistenza appaiono così tragici e ci sentiamo spinti nel tunnel oscuro e difficile dell’ingiustizia e della sofferenza, siamo chiamati a tenere il cuore aperto alla speranza, fiduciosi in Dio che si fa presente, ci accompagna con tenerezza, ci sostiene nella fatica e, soprattutto, orienta il nostro cammino. Per questo San Paolo esorta costantemente la Comunità a vigilare, cercando il bene, la giustizia e la verità: «Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri» (5,6). È un invito a restare svegli, a non rinchiuderci nella paura, nel dolore o nella rassegnazione, a non cedere alla distrazione, a non scoraggiarci ma ad essere invece come sentinelle capaci di vegliare e di cogliere le prime luci dell’alba, soprattutto nelle ore più buie. 2. Il Covid-19 ci ha fatto piombare nel cuore della notte, destabilizzando la nostra vita ordinaria, mettendo a soqquadro i nostri piani e le nostre abitudini, ribaltando l’apparente tranquillità anche delle società più privilegiate, generando disorientamento e sofferenza, causando la morte di tanti nostri fratelli e sorelle. Spinti nel vortice di sfide improvvise e in una situazione che non era del tutto chiara neanche dal punto di vista scientifico, il mondo della sanità si è mobilitato per lenire il dolore di tanti e per cercare di porvi rimedio; così come le Autorità politiche, che hanno dovuto adottare notevoli misure in termini di organizzazione e gestione dell’emergenza. Assieme alle manifestazioni fisiche, il Covid-19 ha provocato, anche con effetti a lungo termine, un malessere generale che si è concentrato nel cuore di tante persone e famiglie, con risvolti non trascurabili, alimentati dai lunghi periodi di isolamento e da diverse limitazioni di libertà. Inoltre, non possiamo dimenticare come la pandemia abbia toccato alcuni nervi scoperti dell’assetto sociale ed economico, facendo emergere contraddizioni e disuguaglianze.Ha minacciato la sicurezza lavorativa di tanti e aggravato la solitudine sempre più diffusa nelle nostre società, in particolare quella dei più deboli e dei poveri. Pensiamo, ad esempio, ai milioni di lavoratori informali in molte parti del mondo, rimasti senza impiego e senza alcun supporto durante tutto il periodo di confinamento. Raramente gli individui e la società progrediscono in situazioni che generano un tale senso di sconfitta e amarezza: esso infatti indebolisce gli sforzi spesi per la pace e provoca conflitti sociali, frustrazioni e violenze di vario genere. In questo senso, la pandemia sembra aver sconvolto anche le zone più pacifiche del nostro mondo, facendo emergere innumerevoli fragilità. 3. Dopo tre anni, è ora di prendere un tempo per interrogarci, imparare, crescere e lasciarci trasformare, come singoli e come comunità; un tempo privilegiato per prepararsi al “giorno del Signore”. Ho già avuto modo di ripetere più volte che dai momenti di crisi non si esce mai uguali: se ne esce o migliori o peggiori. Oggi siamo chiamati a chiederci: che cosa abbiamo imparato da questa situazione di pandemia? Quali nuovi cammini dovremo intraprendere per abbandonare le catene delle nostre vecchie abitudini, per essere meglio preparati, per osare la novità? Quali segni di vita e di speranza possiamo cogliere per andare avanti e cercare di rendere migliore il nostro mondo? Di certo, avendo toccato con mano la fragilità che contraddistingue la realtà umana e la nostra esistenza personale, possiamo dire che la più grande lezione che il Covid-19 ci lascia in eredità è la consapevolezza che abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri, che il nostro tesoro più grande, seppure anche più fragile, è la fratellanza umana, fondata sulla comune figliolanza divina, e che nessuno può salvarsi da solo. È urgente dunque ricercare e promuovere insieme i valori universali che tracciano il cammino di questa fratellanza umana. Abbiamo anche imparato che la fiducia riposta nel progresso, nella tecnologia e negli effetti della globalizzazione non solo è stata eccessiva, ma si è trasformata in una intossicazione individualistica e idolatrica, compromettendo la garanzia auspicata di giustizia, di concordia e di pace. Nel nostro mondo che corre a grande velocità, molto spesso i diffusi problemi di squilibri, ingiustizie, povertà ed emarginazioni alimentano malesseri e conflitti, e generano violenze e anche guerre. Mentre, da una parte, la pandemia ha fatto emergere tutto questo, abbiamo potuto, dall’altra, fare scoperte positive: un benefico ritorno all’umiltà; un ridimensionamento di certe pretese consumistiche; un senso rinnovato di solidarietà che ci incoraggia a uscire dal nostro egoismo per aprirci alla sofferenza degli altri e ai loro bisogni; nonché un impegno, in certi casi veramente eroico, di tante persone che si sono spese perché tutti potessero superare al meglio il dramma dell’emergenza. Da tale esperienza è derivata più forte la consapevolezza che invita tutti, popoli e nazioni, a rimettere al centro la parola “insieme”. Infatti, è insieme, nella fraternità e nella solidarietà, che costruiamo la pace, garantiamo la giustizia, superiamo gli eventi più dolorosi. Le risposte più efficaci alla pandemia sono state, in effetti, quelle che hanno visto gruppi sociali, istituzioni pubbliche e private, organizzazioni internazionali uniti per rispondere alla sfida, lasciando da parte interessi particolari. Solo la pace che nasce dall’amore fraterno e disinteressato può aiutarci a superare le crisi personali, sociali e mondiali.
4. Al tempo stesso, nel momento in cui abbiamo osato sperare che il peggio della notte della pandemia da Covid-19 fosse stato superato, una nuova terribile sciagura si è abbattuta sull’umanità. Abbiamo assistito all’insorgere di un altro flagello: un’ulteriore guerra, in parte paragonabile al Covid-19, ma tuttavia guidata da scelte umane colpevoli. La guerra in Ucraina miete vittime innocenti e diffonde incertezza, non solo per chi ne viene direttamente colpito, ma in modo diffuso e indiscriminato per tutti, anche per quanti, a migliaia di chilometri di distanza, ne soffrono gli effetti collaterali – basti solo pensare ai problemi del grano e ai prezzi del carburante. Di certo, non è questa l’era post-Covid che speravamo o ci aspettavamo. Infatti, questa guerra, insieme a tutti gli altri conflitti sparsi per il globo, rappresenta una sconfitta per l’umanità intera e non solo per le parti direttamente coinvolte. Mentre per il Covid-19 si è trovato un vaccino, per la guerra ancora non si sono trovate soluzioni adeguate. Certamente il virus della guerra è più difficile da sconfiggere di quelli che colpiscono l’organismo umano, perché esso non proviene dall’esterno, ma dall’interno del cuore umano, corrotto dal peccato (cfr Vangelo di Marco 7,17-23). 5. Cosa, dunque, ci è chiesto di fare? Anzitutto, di lasciarci cambiare il cuore dall’emergenza che abbiamo vissuto, di permettere cioè che, attraverso questo momento storico, Dio trasformi i nostri criteri abituali di interpretazione del mondo e della realtà. Non possiamo più pensare solo a preservare lo spazio dei nostri interessi personali o nazionali, ma dobbiamo pensarci alla luce del bene comune, con un senso comunitario, ovvero come un “noi” aperto alla fraternità universale. Non possiamo perseguire solo la protezione di noi stessi, ma è l’ora di impegnarci tutti per la guarigione della nostra società e del nostro pianeta, creando le basi per un mondo più giusto e pacifico, seriamente impegnato alla ricerca di un bene che sia davvero comune. Per fare questo e vivere in modo migliore dopo l’emergenza del Covid-19, non si può ignorare un dato fondamentale: le tante crisi morali, sociali, politiche ed economiche che stiamo vivendo sono tutte interconnesse, e quelli che guardiamo come singoli problemi sono in realtà uno la causa o la conseguenza dell’altro. E allora, siamo chiamati a far fronte alle sfide del nostro mondo con responsabilità e compassione. Dobbiamo rivisitare il tema della garanzia della salute pubblica per tutti; promuovere azioni di pace per mettere fine ai conflitti e alle guerre che continuano a generare vittime e povertà; prenderci cura in maniera concertata della nostra casa comune e attuare chiare ed efficaci misure per far fronte al cambiamento climatico; combattere il virus delle disuguaglianze e garantire il cibo e un lavoro dignitoso per tutti, sostenendo quanti non hanno neppure un salario minimo e sono in grande difficoltà. Lo scandalo dei popoli affamati ci ferisce. Abbiamo bisogno di sviluppare, con politiche adeguate, l’accoglienza e l’integrazione, in particolare nei confronti dei migranti e di coloro che vivono come scartati nelle nostre società. Solo spendendoci in queste situazioni, con un desiderio altruista ispirato all’amore infinito e misericordioso di Dio, potremo costruire un mondo nuovo e contribuire a edificare il Regno di Dio, che è Regno di amore, di giustizia e di pace. Nel condividere queste riflessioni, auspico che nel nuovo anno possiamo camminare insieme facendo tesoro di quanto la storia ci può insegnare. Formulo i migliori voti ai Capi di Stato e di Governo, ai Responsabili delle Organizzazioni internazionali, ai Leaders delle diverse religioni. A tutti gli uomini e le donne di buona volontà auguro di costruire giorno per giorno, come artigiani di pace, un buon anno! Maria Immacolata, Madre di Gesù e Regina della Pace, interceda per noi e per il mondo intero.

Francesco

Un nuovo anno e il Natale di Gesù

Ci prepariamo ad entrare in un nuovo anno e guardando il nostro mondo stretto nei suoi problemi economici, con i suoi fatti di cronaca che ci lasciano sempre più perplessi, con i suoi modelli di relazione che ci fanno sentire sempre più sospettosi e sempre più in difensiva verso l’altro, con il suo linguaggio urlato che cerca poco la verità ma si preoccupa più della notorietà ( e si possono citare molti altri esempi), dentro tutto questo un senso di rassegnazione e di dubbio attanaglia il nostro cuore. All’improvviso, in modo silente, nel nostro cuore sorge anche un dubbio: ma Dio può venire ancora? Possiamo ancora credere al Natale, alla venuta di Uno che, se accolto e ascoltato, può farci entrare in una storia nuova, migliore?
Per rispondere a questo dubbio poniamo un’ altra domanda: in quale storia Gesù è venuto? La storia in cui fece ingresso Gesù è una storia normalissima, con tutti gli scandali e le viltà che si incontrano tra gli uomini, con tutti i progressi ed i buoni propositi, ma anche con tutte le colpe e le bassezze: una storia estremamente umana. Se prendiamo la genealogia di Gesù nel vangelo, le quattro donne menzionate sono quattro testimonianze della colpa umana. Tra di esse troviamo Rahab, che con uno stratagemma fece avere Gerico in mano agli israeliti; la moglie di Uria della quale Davide si impadronì con adulterio e omicidio. Le cose non sono diverse neanche con gli uomini: né Abramo, né Isacco, né Giacobbe sono figure ideali; non lo è il re Davide e neppure il re Salomone. Infine incontriamo anche dei tiranni, come Achaz e Manasse, il cui trono è bagnato di sangue di persone innocenti uccise. E’ una storia tetra quella che conduce a Gesù, non certo senza speranze e momenti positivi, ma in complesso una storia di miseria, di colpa e di fallimento. E’ questo l’ambiente in cui può nascere il Figlio di Dio? – ci verrebbe voglia di domandarci. La scrittura risponde: sì.
Il Natale non è il risultato dell’ascesa dell’uomo, ma della discesa di Dio.
Abbiamo bisogno del Natale, non tanto quello del ricordo della grotta di Betlemme, ma il Natale di cui parla il tempo di avvento: la venuta di Gesù nella gloria, la venuta del suo regno. Il cristiano è chiamato a partecipare e farsi portatore di questa speranza: del regno dei cieli che viene e verrà. Di questa venuta non possiamo descriverne la traiettoria. Non possiamo sapere come sarà fra cinquant’anni, fra cent’anni; l’essenziale è credere al Regno e sapere che viene e verrà.
In questa attesa e in questa speranza noi vediamo solo uno spazio limitato del tempo. Anche nella nostra stessa vita vediamo uno spazio limitato: sappiamo che si presenteranno momenti di salute, di malattia, di fatica, ecc.. ma non sappiamo quando. L’attesa non può che nutrirsi della fiducia illustrata dalla pagina della genealogia prima citata: tutta la storia con i suoi disordini, con i suoi alti e bassi, è una testimonianza della fedeltà di Dio, che mantiene la sua parola malgrado tutti i fallimenti, nonostante tutta l’indegnità degli uomini. Così, anche la mia storia, con tutti i suoi alti e bassi, può essere il luogo del Natale di Dio.
A noi è lasciata la possibilità di far entrare nella nostra vicenda umana quel Gesù di cui narrano i vangeli. A noi è lasciato far sì che Egli diventi il riferimento vero e autentico per il nostro cammino, perché siamo sempre più coscienti che senza Gesù non possiamo costruire la casa solida sulla roccia e che abbiamo sempre più bisogno di essere sostenuti nel camino della vita.
Buon Natale e buon Anno nuovo!

Don Romeo

Il silenzio

Il silenzio non esiste in natura. Dovremmo parlare d’assenza d’ascolto. C’è sempre qualcuno che manifesta l’intenzione di ritirarsi in campagna e raccogliersi nel silenzio, dimenticando che la campagna è ricca di suoni. Certo si può comprendere l’intimo desiderio di chi vuole fuggire dalle città: ci si vuole allontanare dai fracassi industriali e tecnologici, dalla confusione delle folle. E c’è senza dubbio una netta distinzione tra suoni e rumori: il suono giunge spesso alle orecchie in modo lieve e a volte piacevole, mentre il rumore è sempre invadente e qualche volta assordante.
Oggi poi c’è un altro elemento del quale non ci accorgiamo mai: l’aria. Durante l’ottobre scorso sono sceso dal treno a Foggia e, mentre aspettavo l’amico che venisse a prendermi per portarmi a Manfredonia, la prima accoglienza dolce e carezzevole è stata una leggera brezza scorrevole sulle guance e sulla fronte. A Milano avevo dimenticato questa presenza dell’aria.
E dovrei parlare anche dello scrosciare delle piogge e della danza delle gocce sulle pietre e dello sciacquio giù dalle gronde. Ma ecco che m’accorgo anche dello stormire delle foglie, del fruscio delle erbe che mi giunge quasi come una carezza, e persino la terra emana ogni sorta di suoni o crepitìi. Tutto è vivo e parla in natura. E quanta vita incessante ci accoglie in campagna.
Il problema vero è che non sappiamo ascoltare, e che i rumori prodotti dall’uomo soverchiano spesso le possibilità d’ascolto. Siamo nella natura e così lontani da essa da non sapere più il silenzio.
Ma cos’è dunque quella strana cosa che chiamiamo silenzio? Quando si va a cercare l’origine della parola i dizionari italiani non c’informano mai oltre il greco e il latino, e in poche circostanze qualcosa dell’indo-europeo. Eppure come affermava Socrate, l’etimologia è sempre la più vicina alla vera natura della parola. Da dove viene dunque il silentium dei latini?
Una interpretazione di Sesto Pompeo Festo allude alla S prolungata ( sssss) con cui si chiede di tacere; altri accennano al sinomi o sinami che evoca il sanscrito legare. Cosa legherebbe o collegherebbe dunque il silenzio? Molte potrebbero essere le risposte. Una potrebbe riguardare il “legame” fra gli uomini, visto che dal silenzio viene favorito l’ascolto e quindi il dialogo, e da qui il sorgere di una tribù o società primitiva. Un altro aspetto può essere inerente l’ascolto della natura e il rapporto dell’uomo con tutti gli esseri vegetali o animali. Ma potrebbe esserci un’allusione al nesso tra realtà corporea e le realtà inaccessibili ai sensi e al pensiero umano, il silenzio come via d’accesso a ciò che non è immediatamente recepibile.
Possiamo però addentrarci in altri aspetti. Noi spesso confondiamo il silenzio col “fare silenzio”, tacere, non fare rumore. Ma quest’ultimo aspetto ha più a che vedere con l’atteggiamento dell’uomo verso la parola o verso gli altri uomini quando si tratta di disturbo del raccoglimento.
Si può tacere per riflettere, per rispetto, o per non inter-venire in un discorso o un dialogo altrui, ma si può essere anche tacitati da altri o semplicemente in attesa della propria o dell’altrui parola; qualche volta si tace non avendo nulla da dire o in alcune occasioni perché minacciati. Sotto coercizione il silenzio può persino divenire ironico o eroico: non dire ciò che può nuocere ad altri, alla patria, all’amico, alle idee, o per prendere le distanze da chi parla o, semplicemente, non volendo mentire.
Un particolare valore ha il silenzio di Cristo davanti al Sinedrio: viene in mente la sua precedente asserzione «Io non sono di questo mondo» intendendo prendere le distanze dai costumi e dall’asservimento alle passioni.
Ma si tace anche per emozione. Si cita spesso l’innamorato nel rapporto con la cosa o la persona amata. In molti di questi casi però il tacere non dipende da una scelta volontaria, ma da molteplici cause, spesso indipendenti da ogni consapevolezza. Fino a che punto c’è nell’uomo un vero e proprio controllo dei propri sensi e del proprio cuore? E qual è il confine fra il dire e il tacere nell’empito di un’emozione? L’artista, ad esempio, nel momento di una forte emozione non sa trattenersi dall’esprimersi — un vero e proprio impulso lo induce a muovere la mano o la parola o annotare un suono.
Può però anche darsi che a qualcuno sia necessario far trascorrere tempo per riuscire a disegnare, parlare o musicare. Spesso è la memoria a suscitare il segno dell’emozione. Anche perché l’emozione più forte e carica di simboli si presenta alimentata da elementi di varia natura, come nostalgia, maggior consapevolezza, struggimento di rimpianti o sopraggiunti riconoscimenti di valore. La diaristica o i memoriali della vecchiaia stanno a dimostrare questo ritardo nell’insorgere della spinta emotiva.
Ma torniamo di nuovo al significato sanscrito di sinomi. Perché si dà tanta evidenza al “legare”? Cosa si mette in relazione ancora con l’attenzione al silenzio? Ne abbiamo già trattato nell’ascolto di ciò che ci perviene dal di fuori ma credo che il più importante tipo di rapporto si costituisca, oltre che con se stessi, anche con ciò che nel profondo del nostro essere si presenta come impulso simbolico ben oltre ogni possibile riferimento alla nostra esperienza.
Compare un ulteriore “legame”, quello religioso, che appunto viene da religo o religio, metto insieme, collego. E nell’abisso del nostro essere che si può ascoltare quell’impulso vitale, spesso chiamato anima, quell’impulso che spalanca ogni possibilità e può aprire al mistero di un Dio. Ed è anche qui che si ascolta la parola della poesia, il segno di ogni altra arte e di ogni scienza, qui, come ha scritto Benedetto Croce, che «la cosa pensa se stessa». È perciò nel silenzio che accogliamo l’essenza della vita e persino il moto che dà sostanza al nostro lavoro quotidiano.
In queste profondità non s’incontra il proprio Ego ma il proprio Essere che nel silenzio è in continua comunicazione con l’essenza delle persone e delle cose, e qualche volta con la voce o la luce di ciò che chiamiamo Dio o il mistero. A chi gli domandava come si sentisse nella sua solitudine, il pittore Eugenio Tomiolo rispondeva: «Io non sono mai solo, sono sempre con Dio».

di Franco Loi