“Peter Pan”: adulti presi con il mito della giovinezza. Ancora capaci di educare?

di Armando Matteo docente di teologia all’Urbaniana.

Ma che cosa accade quando al centro dell’esistenza degli adulti si colloca un incredibile desiderio di giovinezza, a seguito dell’attuale cambiamento d’epoca? Accade che gli adulti smettono di voler fare gli adulti, di voler incarnare quel che l’essere adulto in sé comporta e non sono più capaci di essere all’altezza delle loro responsabilità, a partire da quella elementare dell’educazione delle giovani generazioni.
Vale la pena ricordare le parole di Romano Guardini che delineano una sorta di legge fondamentale dell’educazione: «L’educatore deve aver ben chiaro al riguardo che a incidere maggiormente non è ciò che dice, bensì ciò che egli stesso è e fa.
Questo crea l’atmosfera; e il fanciullo, che non riflette o riflette poco, è soprattutto ricettivo dell’atmosfera.
Si può dire che il primo fattore è ciò che l’educatore è; il secondo è ciò che l’educatore fa; il terzo ciò che egli dice».
Questa considerazione richiama la verità per la quale, per chi cresce, è essenziale puntare lo sguardo su ciò che gli adulti (genitori, educatori professionali e altri adulti con cui viene a contatto) sono, cioè al modo con cui interpretano il loro essere uomini e donne adulti. Al loro sentimento di vita. Alla loro umanità.
Il giovane che, sempre secondo Guardini, è struttura-mente un “essere in divenire”, quindi aperto, alla ricerca di una meta, di un punto d’arrivo, è di per sé attratto dal modo di essere degli adulti, a quel modo di essere che è suo destino e che deve pur diventare sua vocazione. Ebbene, cosa succede con l’avvento di Peter Pan?
Nulla di meno che un azzeramento delle dinamiche educative. La relazione educativa adulto-giovane, genitore-figlio, si basa propriamente su una semplice struttura, che può essere restituita all’intelligenza. Nell’essere dell’adulto il giovane dovrebbe trovare iscritta questa legge: «Lì dove sono io, là sarai anche tu», quindi cammina, datti da fare.
Nella lingua tedesca esiste una straordinaria complicità tra il termine che dice formazione — Bildung— e il termine che di-ce immagine — Bild.
Il piccolo d’uomo cresce dunque guardando gli altri davanti a lui, guardando gli adulti. Non a caso, poi, la parola “adolescente” nulla altro significa che “tempo per diventare adulti”. In che modo? Guardando appunto gli adulti.
Cosa comporta ora la centratura compiuta dagli adulti del loro sentimento di vita sulla giovinezza? Comporta che, nella carne vivente di ogni adulto, il giovane trovi quest’altra disperata legge: «Lì dove tu sei, io sarò». Insomma: non ti muovere. Tu sei nel paradiso. Tu sei paradiso. L’unico a dover uscire (e-ducere) dal suo possibile cammino sull’orlo della vecchiaia, della morte, del non senso, sono io adulto.
La mutazione giovanilistica delle generazioni adulte comporta, pertanto, la loro abdicazione a essere meta possibile di quella crescita nel divenire che è l’essere del giovane, a essere cioè segnali, indicatori del destino di ciascuno: dover scegliere sé stesso come essere della responsabilità, della cura, della donazione. In breve, come adulto.
Ed è così che Peter Pan non educa più i figli che mette al mondo.

1° settembre 2026 Giornata mondiale per la cura del creato

Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci ( Isaia 2,4) è il tema del messaggio di Papa Leone

di Tonio Dell’Olio – Cantiere della pace Umbria.

Il 1° settembre 2026, la comunità globale celebra la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato all’ombra di una sfida epocale. Il tema scelto da Leone XIV, Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci (Isaia 2,4), non è solo un richiamo alla pace, ma una denuncia profetica contro il legame distruttivo che unisce i conflitti armati alla devastazione dell’ambiente. Il Dicastero per il vizio dello sviluppo umano integrale sottolinea che degrado rappresenta, da un lato, una grave violazione del nostro dovere di custodi del creato e, dall’altro, una minaccia esistenziale a lungo termine per centinaia di milioni di persone. In un’epoca segnata da i folle corsa al riarmo, il messaggio invita a privilegiare lo sviluppo e la sostenibilità rispetto alla violenza la distruzione. La guerra non è mai stata un evento “neutro” per la natura. Dagli anni ’70 è stato coniato il termine “ecocidio” che è la pianificazione della distruzione sistematica degli ecosistemi come obiettivo militare. L’ambiente , infatti, non subisce solo “danni collaterali”, ma è spesso colpito deliberatamente per affamare le popolazioni o privarle delle basi materiali della loro esistenza. L’uso dell’ “agente arancio” in Vietnam per deforestare la giungla ha lasciato un’eredità di sostanze cancerogene che contamina, ancora oggi, suoli e popolazioni. Durante la Guerra del Golfo nel 1991, l’incendio di oltre sessanta pozzi petroliferi in Kuwait generò una catastrofe senza precedenti. Oggi, i conflitti contemporanei portano questa devastazione a nuovi livelli di gravità. In Ucraina, per esempio, gli attacchi sistematici alle riserve idriche e il rilascio di sostanze chimiche persi-stenti come i Pfas stanno contaminando suoli e falde acquifere ben oltre i confini del conflitto, compromettendo la salute pubblica per decenni. Il sabotaggio della diga di Kakhovka ha causato inondazioni devastanti, riducendo drasticamente la disponibilità di acqua potabile. Nella Striscia di Gaza l’impatto ambientale è incalcolabile. Solo nei primi sei mesi di conflitto nel 2023, è stato cancellato il 40% delle aree agricole. La distruzione di frutteti e infrastrutture idriche è parte di una strategia di “militarizzazione della natura” che recide i legami ecosociali fondamentali per la vita delle comunità. E, per fare solo un altro esempio, in Sudan la distruzione delle infrastrutture idriche aggrava una catastrofe umanitaria già esasperata dalla vulnerabilità climatica, con milioni di persone in fuga da siccità e carestie alimentate dalla guerra. Il settore militare resta uno dei maggiori inquina-tori del pianeta e agisce in un cono d’ombra normativo. Se l’esercito statunitense fosse una nazione, avrebbe le emissioni pro capite più alte al mondo. Tuttavia, paradossalmente, rappresentano una “zona franca” o un “fantasma” in quanto non esiste un obbligo internazionale per i Paesi di riportare le emissioni militari nei trattati sul clima. Inoltre, la guerra inquina anche in tempo di pace attraverso le attività di addestramento. Nei poligoni militari, metalli pesanti come antimonio, arsenico, piombo e uranio impoverito penetrano nel suolo e nelle catene alimentari, causando tumori e malformazioni congenite nelle generazioni future. La minaccia nucleare, con circa 13 mila testate pronte all’uso, rappresenta il rischio estremo: un conflitto atomico causerebbe un “inverno nucleare”, con un calo termico di 10°C che porterebbe alla morte di gran parte dell’umanità. E’ quanto mai urgente legare l’impegno per la pace a quello per l’ambiente perché l’imperialismo militare è intimamente unito a un antropocentrismo arrogante che pretende di dominare la natura proprio come schiaccia i popoli marginalizzati. Come evidenziato dal Premio Nobel Wangari Maathai, non può esserci pace senza sviluppo sostenibile e non c’è sviluppo senza una gestione equa delle risorse naturali. L’Onu ci fa sapere che, negli ultimi sessant’anni, almeno il 40% dei conflitti interni è stato legato allo sfruttamento di risorse come suolo, acqua e petrolio. Ma a frugare bene anche nelle ragioni dei conflitti tra nazioni, aggressioni, guerre preventive e quant’altro, spesso si maschera la volontà di accaparramento di risorse naturali, terre rare, fonti energetiche. La riflessione biblica per la Giornata mondiale è un invito esplicito a superare il concetto di “guerra giusta”, che per secoli ha dominato la teologia post-costantiniana. Il profeta Isaia ci parla di una trasforma-zione radicale: le armi non vengono solo distrutte, ma riconvertite in strumenti di vita. Questo richiede di smettere di leggere le crisi (climatica, bellica, sociale…) in modo settoriale e abbracciare piuttosto una visione olistica elaborata dall’Oms come One Health, dove il benessere dell’uomo è inseparabile dalla salute della biosfera. Un esempio concreto di questa visione è la gestione di beni comuni come il Mediterraneo. Accordi internazionali per il monitoraggio dell’inquinamento marittimo e la creazione di aree di controllo del-le emissioni, come il progetto Life4Medeca, dimostrano che la protezione dell’ambiente può essere un’occasione per far sedere allo stesso tavolo Paesi belligeranti, spingendoli a cooperare per la “casa comune”. Nella Giornata del creato 2026, l’invito è a una “ecologia integrale”. Trasformare le spade in vomeri significa ridurre drasticamente le spese militari per investire nel welfare e nella giustizia climatica. Solo attraverso il disarmo e la smilitarizzazione potremo garantire che il clima e l’ambiente cessino di essere vittime inevitabili e diventino, invece, le fondamenta di una pace duratura per l’intera famiglia umana.

L’Enciclica Magnifica Humanitas

L’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV rilancia il primato della persona di fronte alle sfide tecnologiche e sociali del nostro tempo Nel dibattito contemporaneo sull’identità umana e sul futuro della civiltà, si inserisce l’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV, dedicata alla custodia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale. Il documento raccoglie e proietta in avanti i 135 anni di magistero sociale della Chiesa, riaffermando con forza i grandi temi del bene comune, della solidarietà e della giustizia sociale.

La vita come radice di ogni diritto.

Tra i numerosi argomenti affrontati, il paragrafo 55 — dedicato alla tutela della vita — si rivela il nucleo più significativo dell’intera riflessione. Ogni essere umano possiede una dignità ontologica infinita perché creato a immagine di Dio. Da questa radice discendono i diritti umani, che non dipendono da capacità o efficienza, ma semplicemente dall’essere. Il primo e fondamentale di questi diritti è il diritto alla vita, dal concepimento alla sua conclusione naturale: senza di esso nessun altro diritto è esercitabile. L’enciclica richiama perciò la disumanità di ciò che distrugge la vita: l’aborto, l’uccisione di innocenti, l’eutanasia.

Vivere con dignità.

La tutela della vita non si esaurisce nella difesa dalla morte ingiusta, ma si estende alle condizioni che rendono possibile una vita dignitosa. L’enciclica tocca il tema del lavoro — inteso non come merce ma come percorso di maturazione e realizzazione personale — l’accesso ai beni fondamentali, la promozione delle donne, spesso «doppiamente povere» perché esposte a esclusione e violenza, e la protezione delle persone vulnerabili. Proclamare i diritti senza promuoverne l’esercizio concreto equivale a tradire la promessa.

Il filo rosso della civiltà.

Nel grande orizzonte del bene comune, la promozione della vita rimane essenziale e irrinunciabile. È il filo che unisce antropologia, diritti umani, giustizia sociale e costruzione della comunità. Quella «civiltà dell’amore» che nessuna intelligenza artificiale può generare resta il sogno, la speranza e l’impegno operoso degli esseri umani: la bussola per affrontare la rivoluzione digitale senza perdere ciò che rende autenticamente umana la civiltà.

Contro la spirale dell’ansia serve un vero realismo

Cesare SPOSETTI da Aggiornamenti Sociali.

Quando si parla delle emozioni più diffuse a livello sociale, specialmente tra i più giovani, l’ansia ha assunto un indiscusso primato. L’ha messo efficacemente in rilievo papa Leone XIV, nella sua recente visita alla comunità accademica dell’Università “La Sapienza” di Roma: «Non dobbiamo nasconderci che molti giovani stanno male. […] Oggi questo dipende sempre più dal ricatto delle aspettative e dalla pressione delle prestazioni. È la menzogna pervasiva di un sistema distorto, che riduce le persone a numeri esasperando la competitività e abbandonandoci a spirali d’ansia» (Discorso all’Università “Sapienza” di Roma, 14 maggio 2026).
Il Pontefice non fa che ribadire quanto le ultime ricerche sulla salute mentale delle giovani generazioni mostrano in modo sempre più evidente. Un recente rapporto dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, in inglese Organization for Economic Co-operation and Development) mette in luce un peggioramento generale degli indicatori di salute mentale dei più giovani lungo l’ultimo decennio (cfr OECD, Child, Adolescent and Youth Mental Health in the 21st Century, OECD Publishing, Parigi 2026, in ). Fra i sintomi più diffusi si segnalano proprio ansia e depressione, che vengono correlate a fattori scatenanti complessi e molteplici, non solo individuali, ma legati a condizioni di sistema che tendono a presentarsi come un dato di fatto ineludibile: il mondo va così, bisogna adeguarsi. Così si pone l’imperativo, o meglio l’ideologia del There is no alternative, «non c’è alternativa» rispetto allo stato di fatto, generalmente associata alle politiche liberiste del primo ministro britannico Margaret Thatcher (1925-2013), che presentava il capitalismo come l’unico sistema economico in grado di reggere oggi. Tutto ciò che cerca di opporsi a questa visione viene presentato come irrealistico e ingenuo. Eppure, a ben vedere, la realtà può essere guardata da una prospettiva radicalmente diversa, che può contribuire a smontare la spirale dell’ansia.

L’insostenibile peso della società della performance.

L’ansia è uno stato d’animo che spesso si usa associare alla paura, eppure tra le due c’è una fondamentale differenza: se la paura rappresenta l’ordinaria risposta emotiva a una minaccia imminente, reale o percepita, e in questo svolge anche una funzione fondamentale nella crescita e nella vita degli esseri umani, l’ansia rappresenta piuttosto l’anticipazione di una minaccia futura: porta alla paralisi e impedisce di affrontare la realtà (cfr. Rowlands A., «Il valore politico della speranza», in Aggiornamenti Sociali, 8-9 [2025] 465). La sua genesi non è riducibile a una sola spiegazione, tuttavia è indubbio che le dinamiche sociali contemporanee le offrano un humus formidabile. Viviamo infatti in una società sempre più complessa ed esigente, in cui la velocità dell’innovazione tecnologica, di cui ideologi vecchi e nuovi sostengono il necessario sviluppo senza limiti, si salda con logiche di mercato sempre più aggressive. In questo tempo, la domanda che i più giovani, e non solo, sono spinti a porsi incessantemente è: «Sono sufficientemente all’altezza delle prestazioni che la società dell’efficienza mi richiede? Sono abbastanza?». Siamo in una situazione in cui «Le richieste ossessive di prestazioni adeguate – “produci sempre di più, sempre più in fretta, sempre meglio”, “realizzati!” – generano un’ansia cronica e generalizzata […]. L’ansia costante è quella di non farcela […]. E nessuno sa cosa voglia veramente dire “farcela”» (Mollisi M.A. – Zaccaro G., «Una regola minima per l’atleta stanco», in Bartolini P. – Benasayag M. – Mollisi M.A. – Zaccaro G., Il pessimismo è un lusso che non possiamo permetterci, Jaca Book, Milano 2026, 29). La società dell’efficienza è plasmata dall’attuale architettura dei media digitali (che tendono a trattenere il più possibile gli utenti sulle piattaforme, a innescare dinamiche sempre più accentuate di confronto con artificiali e inarrivabili modelli di successo e a spingere verso un’esasperata polarizzazione), dall’accelerazione delle varie crisi globali (geopolitica, climatica, finanziaria, ecc.) e dalle pressioni legate al modello socioeconomico per ora vincente, che impone imperativi di prestazione percepiti come sempre più esigenti e insostenibili nella vita personale, professionale e sociale. Questo diffuso malessere, che nei casi più gravi può sfociare in modo patologico in attacchi di panico, forme depressive, fobie, disturbi del comportamento alimentare, ecc., tende a essere trattato solo a livello individuale. Nel migliore dei casi, chi ne ha le possibilità può accedere a un’offerta di mercato sempre più ampia di cosiddetta cura di sé, volta a promuovere la crescita personale, il benessere fisico e psichico, alla quale si chiede spesso più che altro un sostegno per “restare in corsa”, per continuare a “funzionare”, o addirittura la ricetta per essere vincenti. Risposte di questo tipo, tuttavia, non vanno alla radice del problema: da una parte perpetuano la logica della performance illimitata, dall’altro sostengono l’illusione di poter gestire e controllare individualmente ogni aspetto che pare fuori posto, semplicemente attivando il giusto rimedio. A ben vedere, l’unico modo per scardinare davvero la spirale dell’ansia è riattivare una dinamica comunitaria, che aiuti a passare dalla sofferenza individuale a una presa di coscienza più ampia e “realistica” sulla realtà, che si può costruire solo insieme agli altri. Per un realismo profetico Giorgio La Pira (1904-1977), padre costituente e più volte sindaco di Firenze, in un’epoca profondamente diversa dalla nostra, eppure segnata da tensioni non meno gravi a livello internazionale, riteneva la possibilità di una terza guerra mondiale, e lo stesso «equilibrio del terrore» tra le superpotenze, «un non senso», e definì addirittura il disarmo, lo sviluppo e la pace come «inevitabili direttrici della storia moderna». Queste affermazioni, prese singolarmente, potrebbero sembrare ingenue e velleitarie, specie se messe a confronto con la deriva bellicista che si osserva in questi anni. Di certo La Pira non voleva negare la realtà delle guerre e delle ingiustizie del mondo, ma offrire una diversa chiave di lettura, secondo cui il disarmo «non può non avvenire! Ci vuole preghiera, speranza, pazienza, e azione perseverante e decisa a tutti i livelli: spes contra spem» (La Pira G., «Le nuove generazioni e la navigazione storica del mondo», 14-17 luglio 1968, in Id., Il sentiero di Isaia, Cultura Editrice, Firenze 1978, 380-382, facendo riferimento alla Lettera ai Romani 4,18: [Abramo] credette, saldo nella speranza contro ogni speranza). La sfida posta dal reale non viene negata, ma esiste un tipo di azione possibile per fronteggiarla, accompagnata da virtù quali pazienza, perseveranza e speranza, anche contro ogni evidenza. Si tratta di un’azione non individuale, ma collettiva («a tutti i livelli»), radicata nella scoperta che solo guardando la realtà insieme la si potrà veramente vedere tutta. Questo sguardo può essere propriamente definito profetico. Come i profeti denunciavano apertamente e senza sconti le ingiustizie, l’idolatria, l’allontanamento del popolo d’Israele dall’alleanza con Dio, al tempo stesso non mancavano di indicare quei segni presenti nella stessa realtà che mostrano la possibilità concreta di uno sviluppo diverso. Così ad esempio Dio mostra al profeta Geremia un ramo di mandorlo ancora spoglio, facendogliene intendere la fioritura ormai prossima (Geremia 1,11), e rivela al profeta Isaia la venuta del Messia come un germoglio pronto a spuntare dal tronco di Iesse (Isaia 11,1). Come nel testo biblico tale sguardo sgorga dal dialogo talora serrato tra Dio e il profeta, così oggi questo può nascere dal lasciarsi toccare dalla realtà insieme ad altri: come sono le sofferenze e le sfide individuali e collettive di oggi viste insieme? Quali piccoli segni e timidi inizi già vediamo nella realtà, e possiamo aiutare insieme a far crescere? Si parla dunque sempre di realismo, ma di segno diverso e più profondo di quello fatto proprio dalla prospettiva della cosiddetta Realpolitik, dove al reale si associa una forma di pragmatismo che però non esaurisce mai la complessità del mondo in cui viviamo, anzi ne rappresenta una facile (e brutale) semplificazione. Se si guarda davvero insieme e in profondità il mondo così com’è, si scorge sempre anche un’alternativa.

Dall’ansia all’azione comune.

Quali sono dunque oggi i piccoli segni della possibilità di una visione (e di un’azione) alternativa? Non stupirà ritrovarli proprio in quelle giovani generazioni spesso presentate come più fragili e vulnerabili. Pur in un contesto di individualismo diffuso, molti giovani decidono di mettersi in gioco in diverse esperienze nel segno della condivisione: cammini, forme di vita comunitaria, impegno missionario, formazione tra pari, associazioni e gruppi che si prendono cura di un quartiere, di un territorio, ecc. I giovani impegnati in attività che li mettono in relazione con gli altri, come sport, associazionismo e volontariato, e che sviluppano fra loro relazioni di amicizia, hanno generalmente una visione molto più positiva del futuro (cfr Magatti M. – Pizzul D. [edd.], FRAGILE. Mappae mundi di una nuova generazione, Erickson, Trento 2026, 148, in ). Paure e inquietudini non vengono rimosse, ma quando sono affrontate insieme possono divenire momenti di crescita e occasione per aiutare altri a fare lo stesso passaggio. Proprio la riscoperta e la cura di una dimensione più gratuita dei legami relazionali possono offrire un’alternativa vera e credibile all’apparentemente inevitabile caduta nella spirale dell’ansia. Riprendendo il discorso di papa Leone XIV citato in apertura, perché questi germogli crescano e si sviluppino serve, trasformare l’inquietudine in profezia, e farlo insieme, passando «dall’ermeneutica all’azione»: infatti, «proprio l’implosione di un paradigma possessivo e consumistico libera il campo al nuovo che già germoglia». Nel concreto, la società civile può fare molto per favorire e accompagnare le esperienze comunitarie che già nascono dal basso, e al tempo stesso spingere i decisori politici a fare altrettanto, abbandonando visioni, come quelle distorte sul “merito” (cfr Riggio G., «Il merito in questione: oltre una visione individualista», in Aggiornamenti Sociali, 4 [2024] 219-222), che in ultima analisi sostengono la società della performance. Solo guardando in faccia insieme agli altri la realtà nella sua interezza e ritrovando la forza dei legami personali e comunitari in una società che ha fatto dell’individualismo la sua cifra distintiva, si potrà recuperare uno sguardo profetico che sappia realizzare l’alternativa già seminata nei solchi del presente.

Good Food For All – Caritas

Il cibo è un diritto per tutti CarirasIn Europa, una persona su cinque fatica a permettersi cibo sano. I piccoli agricoltori stanno scomparendo, mentre quelli attenti alla sostenibilità (anche ambientale) faticano ad andare avanti. Come Caritas Ambrosiana, abbiamo deciso di aderire alla campagna “Good Food For All” perché siamo convinti che la fame non sia un caso o una disgrazia, ma un fallimento politico.

Info e possibilità di firmare sul sito
www.caritasambrosiana.it