I beni relazionali

Non sono quantificabili, eppure generano un immenso valore; non sono finanziabili, eppure hanno ricadute benefiche su tutti gli interessati. Sono i beni relazionali e capire cosa sono è il primo passo per aumentare la qualità del nostro stare insieme.

Una definizione di beni relazionali.
L’insieme dei valori condivisi, delle azioni concertate, l’impegno profuso per la costruzione di percorsi formativi, di attività comuni di stampo educativo, ma anche le operazioni amministrative, archivistiche, la gestione di spazi e tempi comuni, i pasti, gli spostamenti, tutto quello che risulta condiviso e compartecipato, senza finalità di lucro o di profitto nell’associazionismo e nel volontariato rientra nella categoria sociologica dei beni relazionali. È la sociologia a prendere la parola su questo capitale umano gratuito, generoso e generativo che altre scienze umane hanno già variamente definito, rivendicando il diritto a studiare queste forme di aggregazioni secondo le proprie specificità disciplinari. La psicologia, infatti, intende con bene relazionale essenzialmente l’empatia, la condivisione, l’ascolto, la cooperazione, la creazione di relazioni amicali; approcci di tipo economico, invece, accentuano le ricadute pratiche e valutano l’utilità che da tali attività scaturisce; la sociologia, invece, può trattare il tema prescindendo da tagli etici o utilitaristici, riflettendo sull’accezione sociologica del concetto di bene. Bene inteso come una “realtà che soddisfa dei bisogni propriamente umani” e lo fa attraverso la creazione di entità immateriali, costituite dalla rete di relazioni tessute da soggetti, agenti e attori che consapevolmente sono orientati a produrre e fruire di un bene che non potrebbero ottenere altrimenti. La qualità delle nostre reti relazionali è un bene in sé, ma anche per gli effetti che produce; e la sociologia ci aiuta a riflettere integrando approcci solo psicologistici o pedagogici o filosofici. Gli autori annoverano tra i beni relazionali l’amicizia, la famiglia, la cooperativa sociale, l’associazionismo civile o il volontariato, ma solo quando sono in grado di agire secondo le loro finalità cooperative e unitive, perché se disfunzionali rappresentano un male relazionale.

Un bene senza prezzo.
Le reti di associazioni generano beni che non hanno prezzo, ma hanno un valore inestimabile: non si possono comprare, non si possono vendere, eppure generano utili non monetizzabili, costosi da produrre secondo un criterio meramente economico; inoltre contribuiscono alla buona tenuta del tessuto sociale attraverso la capacità di agire nei territori e con i territori, secondo un’ottica di governance e non di government.
Lo stile di gestione fondato sulla partecipazione, sulla valorizzazione dei talenti e delle risorse personali, la condivisione democratica delle decisioni, la non discriminazione dei membri interni su base classista o sessista o razzista sono la premessa per ottenere effetti dalla ricaduta benefica a lungo termine anche sui soggetti esterni. In poche parole, un’associazione, un gruppo di volontariato, una società sportiva o culturale migliorano la qualità del vivere dei contesti in cui sorgono, non avendo come obiettivo il ritorno economico o il profitto monetizzato. Ma la sociologia è ancora più precisa: “Il bene che comportano è un effetto emergente, il quale ridonda a beneficio dei partecipanti senza che nessuno di essi possa appropriarsene da solo”. Ed è questo il valore aggiunto: mai senza l’altro, mai da soli, da monadi, ma in uno spirito di condivisione, in un clima di mutuo scambio che, forse, si potrebbe chiamare fraternità, il terzo termine dimenticato del motto della rivoluzione francese. In più, oltre ai risultati raggiunti, si apprezza anche la soddisfazione, il benessere psicologico derivato che garantisce obiettivi conseguiti con maggiore efficacia e costi minori. Per questo l’economia se ne interessa: perché i beni relazionali non sono numerabili, non sono quantificabili, non usano moneta, ma fruttano e producono. In una prospettiva antropologica è dimostrato che i beni relazionali civilizzano il mercato assai più di tutte le normative specifiche perché contribuiscono ad aumentare il tasso di humanitas. Non si possono generare beni relazionali per forza di legge, né finanziarli con appositi capitali per fondarli perché sono gratuiti, volontari e liberi, coniugano la libertà con la responsabilità, l’efficacia produttiva con la cura.

Le caratteristiche distintive dei beni relazionali.
Identità sociale e personale dei partecipanti: l’identità implica il reciproco riconoscimento, il rispetto, la pari dignità tra interlocutori e la condivisione di valori.
Motivazione non strumentale: il rapporto è caratterizzato da “premura”, cura attenzione all’altro.
Reciprocità, intesa non come do ut des, ma come scambio di tipo simbolico, come affidamento vicendevole.
Condivisione: il bene relazionale può essere fruito solo insieme e si produce solo attraverso la partecipazione, non può essere monopolizzato.
Elaborazione nel tempo: i beni relazionali si costruiscono e crescono nel tempo, inteso come attitudine alla cura prolungata, come assunzione di responsabilità per gli effetti e le ricadute
Riflessività: capacità di valutare le evoluzioni e orientare le trasformazioni relazionalmente. Avere consapevolezza del valore del nostro lavoro, che è essenzialmente uno stare insieme, un fare per il bene in chiave non individualistica e privatistica, fa la differenza: per mantenere sani i nostri rapporti, occorre riflettere sugli atteggiamenti e i comportamenti che aumentano o diminuiscono la qualità della nostra condivisione.

di Antonella Fucecchi, docente di Lettere, redattrice per molti anni di Cem mondialità, esperta di didattica interculturale

Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima

Attraverso il deserto Dio ci guida alla libertà.

Cari fratelli e sorelle!
Quando il nostro Dio si rivela, comunica libertà: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile» (Es 20,2). Così si apre il Decalogo dato a Mosè sul monte Sinai. Il popolo sa bene di quale esodo Dio parli: l’esperienza della schiavitù è ancora impressa nella sua carne. Riceve le dieci parole nel deserto come via di libertà. Noi li chiamiamo “comandamenti”, accentuando la forza d’amore con cui Dio educa il suo popolo. È infatti una chiamata vigorosa, quella alla libertà. Non si esaurisce in un singolo evento, perché matura in un cammino. Come Israele nel deserto ha ancora l’Egitto dentro di sé – infatti spesso rimpiange il passato e mormora contro il cielo e contro Mosè –, così anche oggi il popolo di Dio porta in sé dei legami oppressivi che deve scegliere di abbandonare. Ce ne accorgiamo quando ci manca la speranza e vaghiamo nella vita come in una landa desolata, senza una terra promessa verso cui tendere insieme. La Quaresima è il tempo di grazia in cui il deserto torna a essere – come annuncia il profeta Osea – il luogo del primo amore (cfr Os 2,16-17). Dio educa il suo popolo, perché esca dalle sue schiavitù e sperimenti il passaggio dalla morte alla vita. Come uno sposo ci attira nuovamente a sé e sussurra parole d’amore al nostro cuore. L’esodo dalla schiavitù alla libertà non è un cammino astratto. Affinché concreta sia anche la nostra Quaresima, il primo passo è voler vedere la realtà. Quando nel roveto ardente il Signore attirò Mosè e gli parlò, subito si rivelò come un Dio che vede e soprattutto ascolta: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele» (Es 3,7-8). Anche oggi il grido di tanti fratelli e sorelle oppressi arriva al cielo. Chiediamoci: arriva anche a noi? Ci scuote? Ci commuove? Molti fattori ci allontanano gli uni dagli altri, negando la fraternità che originariamente ci lega. Nel mio viaggio a Lampedusa, alla globalizzazione dell’indifferenza ho opposto due domande, che si fanno sempre più attuali: «Dove sei?» (Gen 3,9) e «Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,9). Il cammino quaresimale sarà concreto se, riascoltandole, confesseremo che ancora oggi siamo sotto il dominio del Faraone. È un dominio che ci rende esausti e insensibili. È un modello di crescita che ci divide e ci ruba il futuro. La terra, l’aria e l’acqua ne sono inquinate, ma anche le anime ne vengono contaminate. Infatti, sebbene col battesimo la nostra liberazione sia iniziata, rimane in noi una inspiegabile nostalgia della schiavitù. È come un’attrazione verso la sicurezza delle cose già viste, a discapito della libertà. Vorrei indicarvi, nel racconto dell’Esodo, un particolare di non poco conto: è Dio a vedere, a commuoversi e a liberare, non è Israele a chiederlo. Il Faraone, infatti, spegne anche i sogni, ruba il cielo, fa sembrare immodificabile un mondo in cui la dignità è calpestata e i legami autentici sono negati. Riesce, cioè, a legare a sé. Chiediamoci: desidero un mondo nuovo? Sono disposto a uscire dai compromessi col vecchio? La testimonianza di molti fratelli vescovi e di un gran numero di operatori di pace e di giustizia mi convince sempre più che a dover essere denunciato è un deficit di speranza. Si tratta di un impedimento a sognare, di un grido muto che giunge fino al cielo e commuove il cuore di Dio. Somiglia a quella nostalgia della schiavitù che paralizza Israele nel deserto, impedendogli di avanzare. L’esodo può interrompersi: non si spiegherebbe altrimenti come mai un’umanità giunta alla soglia della fraternità universale e a livelli di sviluppo scientifico, tecnico, culturale, giuridico in grado di garantire a tutti la dignità brancoli nel buio delle diseguaglianze e dei conflitti.
Dio non si è stancato di noi. Accogliamo la Quaresima come il tempo forte in cui la sua Parola ci viene nuovamente rivolta: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile» (Es 20,2). È tempo di conversione, tempo di libertà. Gesù stesso, come ricordiamo ogni anno la prima domenica di Quaresima, è stato spinto dallo Spirito nel deserto per essere provato nella libertà. Per quaranta giorni Egli sarà davanti a noi e con noi: è il Figlio incarnato. A differenza del Faraone, Dio non vuole sudditi, ma figli. Il deserto è lo spazio in cui la nostra libertà può maturare in una personale decisione di non ricadere schiava. Nella Quaresima troviamo nuovi criteri di giudizio e una comunità con cui inoltrarci su una strada mai percorsa. Questo comporta una lotta: ce lo raccontano chiaramente il libro dell’Esodo e le tentazioni di Gesù nel deserto. Alla voce di Dio, che dice: «Tu sei il Figlio mio, l’amato» (Mc 1,11) e «Non avrai altri dèi di fronte a me» (Es 20,3), si oppongono infatti le menzogne del nemico. Più temibili del Faraone sono gli idoli: potremmo considerarli come la sua voce in noi. Potere tutto, essere riconosciuti da tutti, avere la meglio su tutti: ogni essere umano avverte la seduzione di questa menzogna dentro di sé. È una vecchia strada. Possiamo attaccarci così al denaro, a certi progetti, idee, obiettivi, alla nostra posizione, a una tradizione, persino ad alcune persone. Invece di muoverci, ci paralizzeranno. Invece di farci incontrare, ci contrapporranno. Esiste però una nuova umanità, il popolo dei piccoli e degli umili che non hanno ceduto al fascino della menzogna. Mentre gli idoli rendono muti, ciechi, sordi, immobili quelli che li servono (cfr Sal 114,4), i poveri di spirito sono subito aperti e pronti: una silenziosa forza di bene che cura e sostiene il mondo. È tempo di agire, e in Quaresima agire è anche fermarsi. Fermarsi in preghiera, per accogliere la Parola di Dio, e fermarsi come il Samaritano, in presenza del fratello ferito. L’amore di Dio e del prossimo è un unico amore. Non avere altri dèi è fermarsi alla presenza di Dio, presso la carne del prossimo. Per questo preghiera, elemosina e digiuno non sono tre esercizi indipendenti, ma un unico movimento di apertura, di svuotamento: fuori gli idoli che ci appesantiscono, via gli attaccamenti che ci imprigionano. Allora il cuore atrofizzato e isolato si risveglierà. Rallentare e sostare, dunque. La dimensione contemplativa della vita, che la Quaresima ci farà così ritrovare, mobiliterà nuove energie. Alla presenza di Dio diventiamo sorelle e fratelli, sentiamo gli altri con intensità nuova: invece di minacce e di nemici troviamo compagne e compagni di viaggio. È questo il sogno di Dio, la terra promessa verso cui tendiamo, quando usciamo dalla schiavitù. La forma sinodale della Chiesa, che in questi anni stiamo riscoprendo e coltivando, suggerisce che la Quaresima sia anche tempo di decisioni comunitarie, di piccole e grandi scelte controcorrente, capaci di modificare la quotidianità delle persone e la vita di un quartiere: le abitudini negli acquisti, la cura del creato, l’inclusione di chi non è visto o è disprezzato. Invito ogni comunità cristiana a fare questo: offrire ai propri fedeli momenti in cui ripensare gli stili di vita; darsi il tempo per verificare la propria presenza nel territorio e il contributo a renderlo migliore. Guai se la penitenza cristiana fosse come quella che rattristava Gesù. Egli dice anche a noi: «Non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano» (Mt 6,16). Si veda piuttosto la gioia sui volti, si senta il profumo della libertà, si sprigioni quell’amore che fa nuove tutte le cose, cominciando dalle più piccole e vicine. In ogni comunità cristiana questo può avvenire. Nella misura in cui questa Quaresima sarà di conversione, allora, l’umanità smarrita avvertirà un sussulto di creatività: il balenare di una nuova speranza. Vorrei dirvi, come ai giovani che ho incontrato a Lisbona la scorsa estate: «Cercate e rischiate, cercate e rischiate. In questo frangente storico le sfide sono enormi, gemiti dolorosi. Stiamo vedendo una terza guerra mondiale a pezzi. Ma abbracciamo il rischio di pensare che non siamo in un’agonia, bensì in un parto; non alla fine, ma all’inizio di un grande spettacolo. Ci vuole coraggio per pensare questo» (Discorso agli universitari, 3 agosto 2023). È il coraggio della conversione, dell’uscita dalla schiavitù. La fede e la carità tengono per mano questa bambina speranza. Le insegnano a camminare e, nello stesso tempo, lei le tira in avanti. [1]
Benedico tutti voi e il vostro cammino quaresimale.

Messaggio della CEI per la 46 esima giornata della vita

1.Molte, troppe “vite negate”.

Sono numerose le circostanze in cui si è incapaci di riconoscere il valore della vita tanto che, per tutta una serie di ragioni, si decide di metterle fine o si tollera che venga messa a repentaglio. La vita del nemico – soldato, civile, donna, bambino, anziano… – è un ostacolo ai propri obiettivi e può, anzi deve, essere stroncata con la forza delle armi o comunque annichilita con la violenza. La vita del migrante vale poco, per cui si tollera che si perda nei mari o nei deserti o che venga violentata e sfruttata in ogni possibile forma. La vita dei lavoratori è spesso considerata una merce, da “comprare” con paghe insufficienti, contratti precari o in nero, e mettere a rischio in situazioni di patente insicurezza. La vita delle donne viene ancora considerata proprietà dei maschi – persino dei padri, dei fidanzati e dei mariti – per cui può essere umiliata con la violenza o soffocata nel delitto. La vita dei malati e disabili gravi viene giudicata indegna di essere vissuta, lesinando i supporti medici e arrivando a presentare come gesto umanitario il suicidio assistito o la morte procurata. La vita dei bambini, nati e non nati, viene sempre più concepita come funzionale ai desideri degli adulti e sottoposta a pratiche come la tratta, la pedopornografia, l’utero in affitto o l’espianto di organi. In tale contesto l’aborto, indebitamente presentato come diritto, viene sempre più banalizzato, anche mediante il ricorso a farmaci abortivi o “del giorno dopo” facilmente reperibili. Tante sono dunque le “vite negate”, cui la nostra società preclude di fatto la possibilità di esistere o la pari dignità con quelle delle altre persone.

2. La forza sorprendente della vita.

Eppure, se si è capaci di superare visioni ideologiche, appare evidente che ciascuna vita, anche quella più segnata da limiti, ha un immenso valore ed è capace di donare qualcosa agli altri. Le tante storie di persone giudicate insignificanti o inferiori che hanno invece saputo diventare punti di riferimento o addirittura raggiungere un sorprendente successo stanno a dimostrare che nessuna vita va mai discriminata, violentata o eliminata in ragione di qualsivoglia considerazione. Quante volte il capezzale di malati gravi diviene sorgente di consolazione per chi sta bene nel corpo, ma è disperato interiormente. Quanti poveri, semplici, piccoli, immigrati… sanno mettere il poco che hanno a servizio di chi ha più problemi di loro. Quanti disabili portano gioia nelle famiglie e nelle comunità, dove non “basta la salute” per essere felici. Quante volte colui che si riteneva nemico mortale compie gesti di fratellanza e perdono. Quanto spesso il bambino non voluto fa della propria vita una benedizione per sé e per gli altri. La vita, ogni vita, se la guardiamo con occhi limpidi e sinceri, si rivela un dono prezioso e possiede una stupefacente capacità di resilienza per fronteggiare limiti e problemi.

3. Le ragioni della vita.

Al di là delle numerose esperienze che fanno dubitare delle frettolose e interessate negazioni, la vita ha solide ragioni che ne attestano sempre e comunque la dignità e il valore. La scienza ha mostrato in passato l’inconsistenza di innumerevoli valutazioni discriminatorie, smascherandone la natura ideologica e le motivazioni egoistiche: chi, ad esempio, tentava di fondare scientificamente le discriminazioni razziali è rimasto senza alcuna valida ragione. Ma anche chi tenta di definire un tempo in cui la vita nel grembo materno inizi ad essere umana si trova sempre più privo di argomentazioni, dinanzi alle aumentate conoscenze sulla vita intrauterina, come ha mostrato la recente pubblicazione Il miracolo della vita, autorevolmente presentata dal Santo Padre. Quando, poi, si stabilisce che qualcuno o qualcosa possieda la facoltà di decidere se e quando una vita abbia il diritto di esistere, arrogandosi per di più la potestà di porle fine o di considerarla una merce, risulta in seguito assai difficile individuare limiti certi, condivisi e invalicabili. Questi risultano alla fine arbitrari e meramente formali. D’altra parte, cos’è che rende una vita degna e un’altra no? Quali sono i criteri certi per misurare la felicità e la realizzazione di una persona? Il rischio che prevalgano considerazioni di carattere utilitaristico o funzionalistico metterebbe in guardia la retta ragione dall’assumere decisioni dirimenti in questi ambiti, come purtroppo è accaduto e accade. Da questo punto di vista, destano grande preoccupazione gli sviluppi legislativi locali e nazionali sul tema dell’eutanasia. Così gli sbagli del passato si ripetono e nuovi continuamente vengono ad aggiungersi, favoriti dalle crescenti possibilità che la tecnologia oggi offre di manipolare e dominare l’essere umano, e dal progressivo sbiadirsi della consapevolezza sulla intangibilità della vita. Deprechiamo giustamente le negazioni della vita perpetrate nel passato, spesso legittimate in nome di visioni ideologiche o persino religiose per noi inaccettabili. Siamo sicuri che domani non si guarderà con orrore a quelle di cui siamo oggi indifferenti testimoni o cinici operatori? In tal caso non basterà invocare la liceità o la “necessità” di certe pratiche per venire assolti dal tribunale della storia.

4. Accogliere insieme ogni vita.

Nella Giornata per la vita salga dunque, da parte di tutte le donne e gli uomini, un forte appello all’impossibilità morale e razionale di negare il valore della vita, ogni vita. Non ne siamo padroni né possiamo mai diventarlo; non è ragionevole e non è giusto, in nessuna occasione e con nessuna motivazione. Il rispetto della vita non va ridotto a una questione confessionale, poiché una civiltà autenticamente umana esige che si guardi ad ogni vita con rispetto e la si accolga con l’impegno a farla fiorire in tutte le sue potenzialità, intervenendo con opportuni sostegni per rimuovere ostacoli economici o sociali. Papa Francesco ricorda che «il grado di progresso di una civiltà si misura dalla capacità di custodire la vita, soprattutto nelle sue fasi più fragili» (Discorso all’associazione Scienza & Vita, 30 maggio 2015). La drammatica crisi demografica attuale dovrebbe costituire uno sprone a tutelare la vita nascente.

5. Stare da credenti dalla parte della vita.

Per i credenti, che guardano il mistero della vita riconoscendo in essa un dono del Creatore, la sua difesa e la sua promozione, in ogni circostanza, sono un inderogabile impegno di fede e di amore. Da questo punto di vista, la Giornata assume una valenza ecumenica e interreligiosa, richiamando i fedeli di ogni credo a onorare e servire Dio attraverso la custodia e la valorizzazione delle tante vite fragili che ci sono consegnate, testimoniando al mondo che ognuna di esse è un dono, degno di essere accolto e capace di offrire a propria volta grandi ricchezze di umanità e spiritualità a un mondo che ne ha sempre maggiore bisogno.

Fiducia Supplicans – La risposta della Chiesa a una richiesta di sostegno

Leggendo il comunicato stampa del Dicastero per la dottrina della fede in ordine alla ricezione della Dichiarazione Fiducia supplicans, colpisce la quantità di volte in cui ricorre il termine “pastorale”. Vi si auspica un «periodo più lungo di riflessione pastorale»; si richiama la «proposta di brevi e semplici benedizioni pastorali» o ancora di «benedizioni spontanee e pastorali»; si chiede di «arricchire la prassi pastorale». La dimensione pastorale della missione della Chiesa, dalle intuizioni iniziali di Giovanni XXIII attraverso il Vaticano II, ha acquisito sempre maggior importanza e rivendica un suo spazio originale e una sua intenzionalità propria.
Tale ricorrenza quasi ossessiva potrebbe essere interpretata come una strategia per ridimensionare la portata della Dichiarazione o un segno di incertezza riguardo al senso del documento. Ma è più probabile che si tratti di un richiamo all’intenzionalità che animava la Dichiarazione e che riprende una preoccupazione più volte ribadita da papa Francesco: la sfida dell’evangelizzazione, oggi, non consiste nel riaffermare la dottrina tradizionale, peraltro nota e indiscussa; ma neppure nel modificarla, aggiornandola alle mode del tempo. La sfida “pastorale” chiede il coraggio di assumere le situazioni a volte confuse, intricate, incerte in cui si trovano tante persone, cercando di valorizzare il passo possibile, lo spiraglio di cielo che si può aprire nel desiderio implicito o nell’invocazione appena sussurrata di un gesto di sostegno e benevolenza.
Ciò che è emerso dalle varie reazioni alla Dichiarazione è il fatto che proprio la “pastorale” è ormai un terreno conflittuale, non pacifico, anzi animato da molte tensioni e preoccupazioni. É qualcosa di complesso. C’è chi vede in questo il segno che la nozione di “pastorale” non è mai stata chiara, né in sé né tantomeno nel rapporto con la dottrina. Certo non si tratta di una pura e semplice applicazione della dottrina ai casi concreti. La logica deduttiva non funziona nella varietà delle vicende della vita. C’è chi invece sottolinea come la dimensione pastorale sia un pericoloso pretesto per relativizzare la disciplina o anche un alibi per pratiche arbitrarie e disorientanti. Ma forse alla radice del problema c’è semplicemente il fatto che l’appropriazione della fede oggi non si dà più in un contesto segnato da un costume condiviso e pacifico, nel quale si viene a sapere in modo chiaro e univoco cosa significhi amare, crescere, lavorare, soffrire, trovare la propria vocazione e quindi il senso da dare alla vita. Questa incertezza rende più tortuosi i cammini personali e più ansioso il compito di vivere, nella ricerca della propria strada. L’intenzionalità pastorale a cui richiama papa Francesco si assume la responsabilità di prendersi cura delle persone anche in queste situazioni incerte e
confuse, dotandosi di strumenti per individuare il passo possibile in ordine a un’esperienza di fede, fosse anche in condizioni limitate o fragili o ambivalenti.
Non è possibile che per tanta gente non ci possa essere una parola, un gesto o un’attenzione che facciano sentire la vicinanza del Dio di Gesù Cristo, un Dio che guarisce e sostiene la vita.
É significativo l’esempio di benedizione proposto dal Comunicato stampa. La scena immaginata è più mediterranea o latinoamericana che mitteleuropea. Colpisce la tenerezza e l’empatia che vi traspare. Tutto parte da una richiesta da cui ci si lascia interpellare. Si tratta di rispondere alla domanda di un sostegno, che non chiede approvazione o assoluzione, né pretende qualche grazia spirituale speciale. Chiede la vita e i suoi beni essenziali, anche materiali e chiede di sentire che in questi desideri non mancherà il sostegno del Creatore e Padre buono, che ai figli che chiedono pane non dà pietre (Mt 7,9). La benedizione non ha la forma della consacrazione di una situazione da legittimare. Ha piuttosto la forma dell’apertura di un pezzettino di cielo su una situazione difficile, che sembra chiudere l’orizzonte della speranza. Il gesto chiesto, ossia la benedizione, dice che non si tratta solo di donare un sorriso, un saluto, una stretta di mano o una pacca sulla spalla. Ciò che è chiesto è un gesto proprio dell’esperienza religiosa, di cui si intuisce ancora il carattere promettente. La risposta a questa richiesta interpella il “cuore di pastore” e cerca di ritrovare un’intenzionalità pastorale autentica, che non congeda con freddo distacco.
Vista dal versante mitteleuropeo, questa benedizione pastorale, spontanea e informale, funziona invece come contenimento di eccessive corse in avanti. Non si tratta di predisporre rituali per benedizioni liturgiche ufficiali. Su questo si fa chiarezza. Emerge in ciò la consapevolezza della differenza dei contesti pastorali e un sano invito alla riflessione pacata e alla prudenza, proprie di chi non cerca soluzioni facili e immediate, ma avvia processi di discernimento sul bene possibile.
Le precisazioni richieste dai vari dibattiti hanno un carattere provvidenziale. Mostrano non tanto un magistero incerto e contraddittorio, quanto piuttosto un magistero “in ricerca” a livello pastorale, in ricerca cioè non di novità dottrinali, ma dei comportamenti più idonei all’attuale contesto antropologico. Si tratta di abitare questo spazio umano, segnato da identità incerte e confuse, spesso accompagnate da grandi sofferenze, propiziando condizioni favorevoli all’accoglienza di un sostegno religioso. Le doverose precisazioni aiutano inoltre a recepire l’intenzione pastorale autentica di queste benedizioni, evitando ambiguità legittimanti e confusive. Più il dibattito entra nella comunicazione globale, più si toglie ambiguità al gesto della benedizione, comprendendone la portata reale.
Rimane il dubbio se tali preoccupazioni pastorali debbano essere oggetto dell’attenzione del Dicastero per la dottrina della fede. Nell’immaginario collettivo, almeno degli addetti ai lavori, il gioco di ruoli al Vaticano II era ben diverso: il Sant’Ufficio si faceva custode della sana dottrina tradizionale, mentre il collegio episcopale unito al Papa cercava vie per rendere pastoralmente efficace l’annuncio del Vangelo. Al di là della storia, è vero che ci sarebbero altri Dicasteri più competenti in ambito pastorale. Forse però vale qui la precisazione inziale della Dichiarazione, che intende dare voce e argomentazione all’istanza pastorale di papa Francesco. Di fatto la Dichiarazione cita quasi solo i discorsi e i testi di papa Francesco proprio perché si fa eco della sua preoccupazione pastorale: non basta riaffermare una dottrina vera, ma che vola sopra la testa delle persone; occorre mostrare la forza vitale di un Vangelo che è capace ancora di leggere le condizioni di vita di tanti, aprendo in esse una porzione di cielo. È ancora un’esigenza squisitamente pastorale.

don Alberto Cozzi, teologo, membro della Commissione teologica internazionale.

Messaggio per la 57.ma Giornata Mondiale della Pace

Da una parte, “entusiasmanti opportunità” come il miglioramento del lavoro, delle condizioni di vita dei popoli, degli strumenti medici e delle interazioni personali; dall’altra, “gravi rischi”, come l’uso sregolato delle cosiddette armi “intelligenti”, il conseguente pericolo di attacchi terroristici, andando così a promuovere “la follia della guerra” o interventi volti a destabilizzare istituzioni di governo legittime, arrivando, ad esempio, a condizionare elezioni politiche. Vizi (possibili ed effettivi) e virtù dell’IA e delle nuove tecnologie il Papa le pone sul piatto della bilancia nel suo Messaggio per la 57.ma Giornata Mondiale della Pace, che si celebra il 1° gennaio 2024. “Intelligenza artificiale e pace” è il titolo del documento in cui il Pontefice porge i suoi auguri di pace – quanto mai pregnanti in un mondo lacerato dalle guerre – al popolo di Dio, alle nazioni, ai capi di Stato e di Governo, ai rappresentanti delle diverse religioni e della società civile.

No alla follia della guerra.

È una pace, quella di cui parla il Papa, che passa anche attraverso il progresso della scienza e della tecnologia, che “nella misura in cui contribuisce a un migliore ordine della società umana”, porta “al miglioramento dell’uomo e alla trasformazione del mondo”. Di contro, questo stesso mondo divenuto scenario di una terza guerra mondiale a pezzi “non ha proprio bisogno che le nuove tecnologie contribuiscano all’iniquo sviluppo del mercato e del commercio delle armi, promuovendo la follia della guerra. Così facendo – scrive Francesco – non solo l’intelligenza, ma il cuore stesso dell’uomo, correrà il rischio di diventare sempre più ‘artificiale’”.

Straordinarie conquiste.

Nel Messaggio Jorge Mario Bergoglio plaude alle “straordinarie conquiste della scienza e della tecnologia”, grazie alle quali “si è posto rimedio a innumerevoli mali che affliggevano la vita umana e causavano grandi sofferenze”. Allo stesso tempo, tali progressi tecnico-scientifici “stanno mettendo nelle mani dell’uomo una vasta gamma di possibilità”, e alcune – ammonisce il Papa – possono rappresentare “un rischio per la sopravvivenza e un pericolo per la casa comune”.
La libertà e la convivenza pacifica sono minacciate quando gli esseri umani cedono alla tentazione dell’egoismo, dell’interesse personale, della brama di profitto e della sete di potere.

Sistemi d’arma autonomi letali.

Lo sguardo è sullo scenario internazionale: “La possibilità di condurre operazioni militari attraverso sistemi di controllo remoto ha portato a una minore percezione della devastazione da essi causata e della responsabilità del loro utilizzo, contribuendo a un approccio ancora più freddo e distaccato all’immensa tragedia della guerra”, scrive il Papa. È “grave motivo di preoccupazione etica” la ricerca sulle tecnologie emergenti nel settore dei cosiddetti “sistemi d’arma autonomi letali”, incluso l’utilizzo bellico dell’intelligenza artificiale.
Mai, afferma, i sistemi d’arma autonomi potranno essere “soggetti moralmente responsabili”. Una macchina, per quanto intelligente, “rimane pur sempre una macchina”. È “imperativo”, allora, “garantire una supervisione umana adeguata, significativa e coerente dei sistemi d’arma”.
Non possiamo nemmeno ignorare la possibilità che armi sofisticate finiscano nelle mani sbagliate, facilitando, ad esempio, attacchi terroristici o interventi volti a destabilizzare istituzioni di governo legittime.

Pavimentare le vie della pace.

Le più avanzate applicazioni tecniche andrebbero quindi impiegate “per pavimentare le vie della pace”: “In un’ottica più positiva, se l’intelligenza artificiale fosse utilizzata per promuovere lo sviluppo umano integrale, potrebbe introdurre importanti innovazioni nell’agricoltura, nell’istruzione e nella cultura, un miglioramento del livello di vita di intere nazioni e popoli, la crescita della fraternità umana e dell’amicizia sociale”, sottolinea il Pontefice. In questo senso parla di una “algor-etica”, quale “sviluppo etico degli algoritmi” nella sperimentazione, progettazione, produzione, distribuzione e commercializzazione. Fasi in cui “le istituzioni educative e i responsabili del processo decisionale hanno un ruolo essenziale da svolgere”.

Un trattato su uso e sviluppo dell’IA.

Più volte il Papa nel suo Messaggio esorta a controlli e supervisioni di tali processi. E lancia la proposta alla
Comunità internazionale a “lavorare unita al fine di adottare un trattato internazionale vincolante”, che regoli lo sviluppo e l’uso dell’intelligenza artificiale nelle sue molteplici forme, tenendo conto della voce di tutte le parti interessate, compresi coloro che sono emarginati dal dibattito globale.

Profonde trasformazioni.

Tante, troppe, infatti, le “profonde trasformazioni” che le nuove tecnologie hanno già apportato nel campo della comunicazione, della pubblica amministrazione, dell’istruzione, dei consumi, delle interazioni personali e in innumerevoli altri aspetti della vita quotidiana.
Le tecnologie che impiegano una molteplicità di algoritmi possono estrarre, dalle tracce digitali lasciate su internet, dati che consentono di controllare le abitudini mentali e relazionali delle persone a fini commerciali o politici, spesso a loro insaputa, limitandone il consapevole esercizio della libertà di scelta.

Non un vero progresso.

In uno spazio come il web, sovraccarico di informazioni, le tecnologie “possono strutturare il flusso di dati secondo criteri di selezione non sempre percepiti dall’utente”. I rischi sono reali e possono toccare la vita di “persone in carne ed ossa”. Le “forme di intelligenza” – giusto parlarne al plurale – hanno un impatto che “dipende anche da obiettivi e interessi di chi li possiede e li sviluppa, nonché dalle situazioni in cui vengono impiegati”, sottolinea il Pontefice. Non è detto che a priori il suo sviluppo “apporti un contributo benefico al futuro dell’umanità e alla pace tra i popoli”. E “non è sufficiente nemmeno presumere, da parte di chi progetta algoritmi e tecnologie digitali, un impegno ad agire in modo etico e responsabile”. Per questo bisogna “rafforzare o, se necessario, istituire organismi incaricati di esaminare le questioni etiche emergenti e di tutelare i diritti di quanti utilizzano forme di intelligenza artificiale o ne sono influenzati”.
Gli sviluppi tecnologici che non portano a un miglioramento della qualità di vita di tutta l’umanità, ma al contrario aggravano le disuguaglianze e i conflitti, non potranno mai essere considerati vero progresso.

Il rischio di cadere nella spirale di una dittatura tecnologica.

Inoltre, “la grande quantità di dati analizzati dalle intelligenze artificiali non è di per sé garanzia di imparzialità”, è il monito di Francesco. “Quando gli algoritmi estrapolano informazioni, corrono sempre il rischio di distorcerle, replicando le ingiustizie e i pregiudizi degli ambienti in cui esse hanno origine”. Nel sistema tecnocratico, che privilegia un efficientismo esasperato, si potrebbe finire per bypassare il “senso del limite”. Che, in altre parole, significa che nell’ossessione di “voler controllare tutto”, l’essere umano rischia di “perdere il controllo su sé stesso” e di “cadere nella spirale di una dittatura tecnologica”. Così “le disuguaglianze potrebbero crescere a dismisura, e la conoscenza e la ricchezza accumularsi nelle mani di pochi, con gravi rischi per le società democratiche e la coesistenza pacifica”.
In futuro, l’affidabilità di chi richiede un mutuo, l’idoneità di un individuo ad un lavoro, la possibilità di recidiva di un condannato o il diritto a ricevere asilo politico o assistenza sociale potrebbero essere determinati da sistemi di intelligenza artificiale.

Forme di manipolazione e controllo.

Non solo: “Le forme di intelligenza artificiale sembrano in grado di influenzare le decisioni degli individui attraverso opzioni predeterminate associate a stimoli e dissuasioni, oppure mediante sistemi di regolazione delle scelte personali basati sull’organizzazione delle informazioni”. Sono “forme di manipolazione o di controllo sociale” che “richiedono un’attenzione e una supervisione accurate, e implicano una chiara responsabilità legale da parte dei produttori, di chi le impiega e delle autorità governative”, scrive il Papa. Avverte anche dal pericolo di “improprie graduatorie tra i cittadini”, generate da processi automatici che categorizzano gli individui: essi possono portare anche a “conflitti di potere”, afferma il Pontefice, a danno di “persone in carne ed ossa”.
Il rispetto fondamentale per la dignità umana postula di rifiutare che l’unicità della persona venga identificata con un insieme di dati.

Il tema del lavoro.

Nel Messaggio papale si affronta infine il tema del lavoro: “Mansioni che un tempo erano appannaggio esclusivo della manodopera umana vengono rapidamente assorbite dalle applicazioni industriali dell’intelligenza artificiale”, scrive il Papa. Anche in questo caso,” c’è il rischio sostanziale di un vantaggio sproporzionato per pochi a scapito dell’impoverimento di molti”. L’appello è per la Comunità internazionale affinché abbia come “alta priorità” il rispetto della dignità dei lavoratori e l’importanza dell’occupazione per il benessere economico di persone, famiglie e società, la sicurezza degli impieghi e l’equità dei salari. Appello a scuole e istituzioni.
Da qui anche l’invito alle istituzioni ad educare all’uso di forme di intelligenza artificiale: “È necessario che gli utenti di ogni età, ma soprattutto i giovani, sviluppino una capacità di discernimento nell’uso di dati e contenuti raccolti sul web o prodotti da sistemi di intelligenza artificiale”, rimarca Francesco. “Le scuole, le università e le società scientifiche sono chiamate ad aiutare gli studenti e i professionisti a fare propri gli aspetti sociali ed etici dello sviluppo e dell’utilizzo della tecnologia”.