Ritagli di Riflessione

Il `Sì’ di Dio alla creatura.

La risurrezione di Gesù Cristo è il ‘ sì’ di Dio alla creatura. Ciò che accade qui non è la distruzione, ma la nuova creazione della corporalità.
Il corpo di Gesù fuoriesce dalla tomba, e la tomba è vuota (Mc 16,15s.).
Come sia possibile pensare che qui il corpo mortale e corruttibile sia ora immortale, incorruttibile e trasfigurato (1 Cor 15,35s.), è qualcosa che ci resta precluso.
Niente risulta forse così evidente dalla diversità dei racconti sull’incontro del Risorto con i discepoli come il fatto che non possiamo rappresentarci in alcun modo la corporeità del Risorto.
Dio ha giudicato la prima creazione, e ha dato vita a una nuova creazione nell’identità con la prima. Non sopravvive un’idea di Cristo, ma il Cristo con il suo corpo.
Nella risurrezione noi riconosciamo che Dio non ha sacrificato la terra, ma l’ha riconquistata. Le ha dato un nuovo futuro, una nuova promessa.
È la stessa terra che Dio ha creato, che ha portato il Figlio di Dio e la sua croce; su questa terra il Risorto è apparso ai suoi e su questa terra Cristo ritornerà nell’ultimo giorno.
Chi dice `sì’ con fede alla risurrezione di Cristo non può più fuggire dal mondo, ma non può più nemmeno consegnarsi al mondo, poiché ha conosciuto in mezzo alla vecchia creazione la nuova creazione sii Dio.

D. Bonhoeffer

La scelta della preghiera

di Francesco Ognibene

Pregare oggi con il Papa mentre tutto sembra dire che ben altro ci vorrebbe per fermare bombe e droni è un gesto che, davanti alla guerra incapace di risolvere nulla, mostra realismo. E vero impegno civile
Cosa pregate a fare? Chi scatena le guerre, e chi risponde per le rime, non ascoltano la vostra voce, troppo flebile, ingenua. Bombardieri e droni continuano a decollare, indifferenti: stanno su un altro piano, quello della storia che si srotola ogni giorno obbedendo a una forza tutta diversa da quella che avete in mente voi. Pregate pure, male non fa: il mondo, quello reale, non fa per voi.
Diciamocelo, oggi, tra noi che il nuovo appello del Papa alla preghiera per la pace intendiamo raccoglierlo: tutti portiamo dentro una vocina che, chi più chi meno, ci suggerisce di non crederci davvero. Tant’è che dopo l’ultima chiamata di Leone a pregare sui dilaniamenti dell’umanità è persino scoppiata un’altra devastante guerra, anche peggio delle altre, un condensato di violenza bruta, buio della ragione, stolidità strategica, autolesionismo su scala globale. “E per fortuna che avevamo pure pregato”: non l’abbiamo forse pensato anche solo per un secondo? Ma sono proprio queste umanissime obiezioni, che potrebbero indurre a un qualche scetticismo, a metterci nelle condizioni di capire perché pregare oggi ha senso, più senso che mai. E un senso non solo strettamente religioso ma anche civile.
Chi prega lo fa perché tiene all’oggetto della sua invocazione. Se non è solo questione di una distratta Avemaria, come una concessione per tener buona la coscienza, la preghiera è la garanzia che portiamo nel cuore la pace come qualcosa che ci è caro, e, se non ci stanchiamo, anche indispensabile. La salute di un familiare, la felicità di un figlio, un passaggio importante della vita, una sofferenza che non passa. Sono tutte ragioni di una preghiera accorata e testarda. C’è una parola per definire questa attitudine fatta crescere dalla preghiera per una causa ben determinata: la fedeltà. La pace ha bisogno di gente – un popolo – che le sia fedele, considerandola una meta che non si esaurisce con un singolo gesto, fosse pure solenne, ma esige una decisione di “restare accanto”. Ecco: se preghiamo ci impegniamo a “restare accanto” alla pace che vuole trovare spazio dentro la corazza della terra indurita dall’odio. Un’umanità nutrita da questa fedeltà non è in grado di far cambiare corso alla storia?

Figlia della fedeltà è l’idea che a una causa importante non basta dedicare una piccola porzione di tempo e di impegno: serve continuità, perseveranza, tenacia. La parola per riassumerla è “pazienza”, senza la quale la preghiera diventa più simile a un rito sciamanico, la formula magica pronunciata per far sparire le guerre. Visto però che l’incendio mediorientale semmai peggiora, ecco che la preghiera intesa come un rito “causa-effetto” – giungo le mani e subito finisce – non può che deludere, confermando in chi ha recitato quella che pensava fosse una formula propiziatoria l’idea che “vedi che non serve?”, e rafforzando in chi osserva
la convinzione che “quelli che pregano” sono un piccolo mondo fuori dal mondo. Ma la preghiera fedele non pretende il risultato semplicemente perché non cerca il colpo di scena, non prima di tutto quello che lo rende possibile, almeno.
Nel suo cuore sa che la pace è una tessitura paziente, non una performance istantanea. E per arrivare da qualche parte serve pensare che occorre tempo, impegno incessante, compagnia quotidiana alla causa per la quale si prega. Questa pazienza contempla nella giusta luce anche il miracolo, impara a chiederlo perché è il mondo intero che vuole cambiare, non accontentandosi di un singolo episodio. Occorre la pazienza delle cose umane, che sgretola un giorno dopo l’altro la pretesa tutta bellica di ottenere il risultato all’istante, una bomba e via. L’esito attuale del conflitto iraniano e libanese dimostra che questa logica della “velocità” conduce dritta in un vicolo cieco, pretesa muscolare di piegare la storia con la forza, con il suo simbolo grottesco nell’annuncio di poter spazzare via una civiltà millenaria in una notte. La pazienza è ignota a questa logica, ma è la sola che muove davvero la storia.
La preghiera, infine, ha il suo centro sempre nelle persone. In definitiva, è a loro che si volge l’anima di chi prega: un singolo volto, una famiglia, un popolo. In ogni guerra è la gente che paga il prezzo più alto, e in quella attuale – che rinnova l’orrore del 7 ottobre e di Gaza – è ancora la vita della gente tanto disprezzata dai signori dei proiettili e dei droni da non esistere nemmeno nei loro piani. Volendo eliminare il nemico si spazza via tutto. Per fermare questo tritacarne privo persino di senso militare occorre chi sappia rimettere al centro il «bene del popolo, completo e intero», come l’ha definito papa Leone invitando «tutti a pensare nel cuore veramente i tanti innocenti, i tanti bambini, i tanti anziani: totalmente innocenti». Per il «bene del popolo» dicono di battersi i potenti. Ma è un bene che sta a cuore solo a chi prega con fedeltà e pazienza, perché è a loro che pensa quando prega: a “loro” che sono “come me”. Che “potrei essere io”.
Questa preghiera per la pace che riprendiamo oggi con il Papa diventa uno stile di vita, un modo per capire e affrontare la realtà così com’è, una scelta pubblica, civile. Un modo di stare al mondo. Il più convincente di tutti, a conti fatti, perché – come ha detto il cardinale Pizzaballa nella veglia di Pasqua al Santo Sepolcro – al suo centro sta la certezza che «Dio non aspetta che le nostre guerre finiscano per cominciare a far risorgere la vita».

Le parole che uccidono prima delle bombe

di Francesco Vignarca coordinatore Campagne della Rete Italiana Pace Disarmo

Dietro ogni “obiettivo militare distrutto” ci sono esseri umani. Soldati, operatori, civili, comunità. E ci sono anche luoghi di snodo della vita sociale. Eppure il linguaggio dei leader lavora sistematicamente per oscurarli e quasi cancellarli: trasforma persone in coordinate geografiche, riduce vite e famiglie a percentuali di “efficacia operativa”.

“Colpiti gli obiettivi”. “Distrutti i siti militari”. “Li distruggeremo”. Basta ascoltare un qualsiasi telegiornale, scorrere tra i feed dei social, seguire una conferenza stampa dei decisori politici (di vari Governi) per ritrovarsi immersi in questo lessico. Con parole che dovrebbero farci sobbalzare, quasi scandalizzare, e che invece ascoltiamo con la stessa distanza con cui guardiamo le previsioni del tempo. Proprio questo è uno dei problemi maggiori di questo periodo storico intriso di follia bellicista e di militarizzazione.
Siamo di fronte a un mondo letteralmente in fiamme (le immagini recenti da Tehran e dai Paesi del Golfo ce lo confermano emblematicamente) eppure a colpire con forza, e a far preoccupare, non sono solo le bombe che cadono, ma le parole che precedono le armi.
Perché le parole non sono neutre! Non lo sono mai state: tantomeno durante una guerra.
Dietro ogni “obiettivo militare distrutto” ci sono esseri umani. Soldati, operatori, civili, comunità. E ci sono anche luoghi di snodo della vita sociale. Eppure il linguaggio dei leader lavora sistematicamente per oscurarli e quasi cancellarli: trasforma persone in coordinate geografiche, riduce vite e famiglie a percentuali di “efficacia operativa”.
Da sempre chi fa la guerra cerca di ricostruire l’immagine e l’individualità del nemico come un “qualcosa” più che un “qualcuno”. La disumanizzazione dell’avversario abbassa i freni inibitori, rende più facile uccidere, permette di giustificare ogni azione come “solo difensiva” e necessaria per preservare la vita che vale (quella delle persone “dalla propria parte”) rispetto a quella che può essere sacrificata (quella delle non-persone “dall’altra parte”). Non è un fenomeno nuovo. Ciò che è davvero cambiato (ovviamente e radicalmente in peggio…) è che oggi questo meccanismo non è più confinato alla sfera o al lessico militare, da utilizzarsi in tempi e contesti circoscritti e ben individuati. È diventato il linguaggio ordinario della politica, dei media, del dibattito pubblico, del confronto sociale. Ci siamo dentro tutti in maniera completa e pervasiva, ma in molti casi senza quasi accorgercene.
Come si è arrivati a questa amnesia dissociata, quasi un lucido stato di negazione collettivo? A mio parere attraverso tre trasformazioni precise.
La prima riguarda la geografia della guerra. I quartieri residenziali, gli ospedali, le infrastrutture energetiche: questi sono i nuovi “campi di battaglia”. Le vittime civili non sono più solo collaterali, risultato di una triste e involontaria imprecisione, ma sono ormai messe coscientemente al centro del mirino costituendo ormai la maggioranza dei morti e feriti di un’azione militare. E allora ecco il paradosso: più la guerra si avvicina alla quotidianità delle persone che non la fanno ma la subiscono, colpendole nei diritti fondamentali (a partire da quello alla vita), più il linguaggio che la descrive diventa asettico e distante. Come se la prossimità fisica del conflitto armato richiedesse una distanza linguistica sempre maggiore per renderlo sopportabile. Per i leader che lo ordinano. Per le opinioni pubbliche che devono accettarlo.
La seconda trasformazione riguarda le armi. Droni, sistemi a guida autonoma, targeting assistito dall’intelligenza artificiale: quando per colpire un obiettivo non serve più nemmeno la presenza umana nel contesto del bombardamento, il nesso tra decisione e conseguenza si spezza. Chi valida un target su uno schermo a migliaia di chilometri non vede e non sente quello che succede nel luogo in cui la sua decisione deflagra in tutta la sua dirompente distruttività. È la preoccupazione che anima la nostra campagna Stop Killer Robots, e che anche Papa Leone e numerosi esperti e analisti hanno espresso con forza in questi mesi. L’automazione dei sistemi d’arma non è una dettaglio secondario e meramente tecnologico: segnala invece una radicale trasformazione antropologica.
La terza trasformazione è quella che forse meno si vede. È la colonizzazione del linguaggio ordinario da parte della semantica militare. Lo abbiamo già documentato durante il COVID: “siamo in guerra contro il virus”, i medici sono “in prima linea”, le persone morte sono dei “caduti”. Oggi quella militarizzazione del linguaggio è diventata strutturale. Non episodica, non limitata alle emergenze: permanente. Si parla di “guerra economica”, di “battaglie” politiche, di “nemici” interni, di “fronti” aperti su ogni tema.…
La metafora bellica ha occupato il territorio della comunicazione pubblica come (appunto!) un esercito.
In tanti avevamo segnalato già allora quanto fosse problematico, non per pudore linguistico o formalismo ma per ragioni sostanziali: la narrazione della guerra chiude le possibilità di pensiero alternativo a quello della violenza sistemica e dell’opzione militare. Se sei “in guerra”, le soluzioni e le scelte possono essere solo quelle “della guerra”. Il negoziato diventa resa, la mediazione viene considerata tradimento.
Eppure, grazie a un grande sforzo di elaborazione collettiva sia di pensiero che normativa scaturito dalla tragedia immane delle Guerre Mondiali, una correttezza da rispettare esisterebbe anche in tempo e nei contesti di guerra. Sto parlando del diritto internazionale umanitario, del principio di distinzione, del principio di proporzionalità. Regole che non sono utopie pacifiste, perché le hanno scritte anche i militari insieme ai giuristi. E che oggi vengono violate sistematicamente. Senza più nemmeno cercare di giustificarsi o forzando interpretazioni per rientrare nella norma: quelle regole vengono semplicemente ignorate, come se non esistessero e come se il diritto internazionale fosse diventato un optional, una formalità burocratica che i forti possono permettersi di non rispettare.
La guerra non viene più percepita come qualcosa di estremo. E questo è già di per sé un’emergenza.
Se vogliamo uscire da questa spirale pericolosa e preoccupante dobbiamo intraprendere un percorso di decontrazione e ricostruzione che origina anche dalle parole. Da quelle che nominano le vittime invece di cancellarle. Da quelle che tengono aperta la possibilità di un’alternativa. Da quelle che ricordano che anche il nemico è un essere umano. Perché se non riesci nemmeno a pensare e nominare un’alternativa di pace basta sulla nonviolenza, diventa impossibile realizzarla.

Pasqua nella Risurrezione del Signore

Un tempo la terra teneva noi tutti inghiottiti nelle profondità degli inferi; per questo il Signore nostro non è sceso solo fino alla terra, ma fino nelle profondità della terra, e là ci ha trovati inghiottiti e seduti nell’ombra della morte; e tirandoci fuori ci prepara un posto, non sulla terra, per timore che siamo ancora inghiottiti, ma ci prepara un posto nel regno dei cieli (Origene, Omelie sull’Esodo 6,6).

“Salgo al Padre mio e Padre vostro” Che bella notizia! Colui che per noi si è fatto uomo, essendo l’Unigenito, per renderci suoi fratelli, si reca come uomo accanto al vero Padre, affinché attiri con sé e per sé tutti i suoi parenti (San Gregorio di Nissa, Sulla Risurrezione di Cristo)

La Risurrezione non è un colpo di scena teatrale, è una trasformazione silenziosa che riempie di senso ogni gesto umano. Nella Pasqua di Cristo, tutto può diventare grazia. Anche le cose più ordinarie: mangiare, lavorare, aspettare, curare la casa, sostenere un amico. La Risurrezione non sottrae la vita al tempo e alla fatica, ma ne cambia il senso e il “sapore”.

Papa Leone XIV

Da Einstein a Freud: perché la guerra?

di Francesco Occhetta, gesuita e scrittore.

A distanza di un secolo torna la domanda di come «liberare gli uomini dalla fatalità della guerra»
A quasi un secolo di distanza, mentre il conflitto torna a essere una grammatica ordinaria della politica internazionale — dall’Ucraina al Medio Oriente — vale la pena rileggere le lettere del 1932 tra Albert Einstein e Sigmund Freud. Il carteggio, promosso dall’Istituto internazionale di cooperazione intellettuale della Società delle Nazioni, nasceva da una domanda: «C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?». Il mondo era a un bivio, la Prima guerra mondiale aveva infranto l’illusione del progresso continuo; le democrazie erano appena state destabilizzate dalla crisi economica del 1929, i nazionalismi armati avanzavano, la Società delle Nazioni era in crisi e Hitler era a un passo dal potere. Einstein ritiene che la guerra non possa essere eliminata senza la rinuncia degli Stati a una parte della propria sovranità. Scrive: «La ricerca della sicurezza internazionale implica che ogni Stato rinunci incondizionatamente a una parte della sua sovranità». La sua tesi rimane attuale, è difficile garantire sicurezza globale senza porre limiti reali alla sovranità nazionale. Il diritto internazionale senza un potere effettivo resta fragile. Ed Einstein lo ricorda: «Diritto e forza sono in-scindibili». Ma lo scienziato intuisce che le istituzioni, da sole, non spiegano le ragioni dell’entusiasmo delle masse in favore della guerra. Ed è qui che la domanda passa a Freud, che radicalizza la sua risposta proponendo una sostituzione decisiva: «Posso sostituire la parola “forza” con la parola più incisiva: “violenza”?». La funzione del diritto, secondo Freud, va intesa come l’organizzazione storica della violenza e l’istituzionalizzazione del conflitto. Quando i rapporti di forza cambiano senza essere riconosciuti, la violenza riemerge sotto forma di guerra. L’essere umano, scrive Freud, è attraversato da due forze interiori: l’eros e la distruttività. Così, la guerra è nutrita da una radice antropologica tragica e ogni progetto di pace che la neghi è destinato a fallire. Alle pulsioni distruttive oppone l’eros, la forza che crea legami, identificazioni, relazioni: «Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra». Qui il dialogo con Einstein cambia di livello, le istituzioni sono necessarie, ma non sono sufficienti perché la pace è una forma di vita, nutrita da relazioni ed educazione, cultura e simboli condivisi: «Tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra». È curioso notare che la natura della guerra non è solamente militare, ma coinvolge il livello politico, antropologico e culturale insieme.
Il valore duraturo del carteggio tra Einstein e Freud sta nella sua tensione irrisolta. Secondo loro, infatti, la pace è possibile, ma non è naturale; la guerra è naturale, ma è inevitabile. Costruire la pace significa tenere insieme tre livelli inseparabili: istituzioni credibili, consapevolezza antropologica e lavoro culturale sui legami relazionali. In un tempo in cui la guerra tende di nuovo a presentarsi come strumento ordinario della politica, il carteggio ci ricorda che la pace non può essere delegata né alla tecnica né al diritto. E una responsabilità storica che attraversa la politica, la cultura e la vita interiore. Ed è forse qui che il testo interpella anche il mondo ecclesiale: la pace nasce da processi di civilizzazione, da una pedagogia dell’umano capace di contrastare, senza illusioni, la forza distruttiva che abita la storia. Se, come ricorda Freud, «tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini agisce contro la guerra», allora la pastorale della pace è chiamata a generare relazioni riconciliate, a educare al conflitto senza violenza, e ad abitare le differenze senza demonizzarle.

Costruire la pace è una responsabilità storica che attraversa la politica, ma anche la cultura e la vita interiore.