di Francesco Occhetta, gesuita e scrittore.
A distanza di un secolo torna la domanda di come «liberare gli uomini dalla fatalità della guerra»
A quasi un secolo di distanza, mentre il conflitto torna a essere una grammatica ordinaria della politica internazionale — dall’Ucraina al Medio Oriente — vale la pena rileggere le lettere del 1932 tra Albert Einstein e Sigmund Freud. Il carteggio, promosso dall’Istituto internazionale di cooperazione intellettuale della Società delle Nazioni, nasceva da una domanda: «C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?». Il mondo era a un bivio, la Prima guerra mondiale aveva infranto l’illusione del progresso continuo; le democrazie erano appena state destabilizzate dalla crisi economica del 1929, i nazionalismi armati avanzavano, la Società delle Nazioni era in crisi e Hitler era a un passo dal potere. Einstein ritiene che la guerra non possa essere eliminata senza la rinuncia degli Stati a una parte della propria sovranità. Scrive: «La ricerca della sicurezza internazionale implica che ogni Stato rinunci incondizionatamente a una parte della sua sovranità». La sua tesi rimane attuale, è difficile garantire sicurezza globale senza porre limiti reali alla sovranità nazionale. Il diritto internazionale senza un potere effettivo resta fragile. Ed Einstein lo ricorda: «Diritto e forza sono in-scindibili». Ma lo scienziato intuisce che le istituzioni, da sole, non spiegano le ragioni dell’entusiasmo delle masse in favore della guerra. Ed è qui che la domanda passa a Freud, che radicalizza la sua risposta proponendo una sostituzione decisiva: «Posso sostituire la parola “forza” con la parola più incisiva: “violenza”?». La funzione del diritto, secondo Freud, va intesa come l’organizzazione storica della violenza e l’istituzionalizzazione del conflitto. Quando i rapporti di forza cambiano senza essere riconosciuti, la violenza riemerge sotto forma di guerra. L’essere umano, scrive Freud, è attraversato da due forze interiori: l’eros e la distruttività. Così, la guerra è nutrita da una radice antropologica tragica e ogni progetto di pace che la neghi è destinato a fallire. Alle pulsioni distruttive oppone l’eros, la forza che crea legami, identificazioni, relazioni: «Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra». Qui il dialogo con Einstein cambia di livello, le istituzioni sono necessarie, ma non sono sufficienti perché la pace è una forma di vita, nutrita da relazioni ed educazione, cultura e simboli condivisi: «Tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra». È curioso notare che la natura della guerra non è solamente militare, ma coinvolge il livello politico, antropologico e culturale insieme.
Il valore duraturo del carteggio tra Einstein e Freud sta nella sua tensione irrisolta. Secondo loro, infatti, la pace è possibile, ma non è naturale; la guerra è naturale, ma è inevitabile. Costruire la pace significa tenere insieme tre livelli inseparabili: istituzioni credibili, consapevolezza antropologica e lavoro culturale sui legami relazionali. In un tempo in cui la guerra tende di nuovo a presentarsi come strumento ordinario della politica, il carteggio ci ricorda che la pace non può essere delegata né alla tecnica né al diritto. E una responsabilità storica che attraversa la politica, la cultura e la vita interiore. Ed è forse qui che il testo interpella anche il mondo ecclesiale: la pace nasce da processi di civilizzazione, da una pedagogia dell’umano capace di contrastare, senza illusioni, la forza distruttiva che abita la storia. Se, come ricorda Freud, «tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini agisce contro la guerra», allora la pastorale della pace è chiamata a generare relazioni riconciliate, a educare al conflitto senza violenza, e ad abitare le differenze senza demonizzarle.
Costruire la pace è una responsabilità storica che attraversa la politica, ma anche la cultura e la vita interiore.