La virtù cardinale della prudenza

La prudenza è la prima dell’elenco delle quattro virtù cardinali e non a caso. È una virtù decisamente poco cercata, anzi qualche volta vista come un rallentamento inutile, una moderazione non necessaria che impedisce uno sviluppo completo e rapido dell’io, una sua piena manifestazione.
La bulimia di esperienze, la logica digitale che fa credere tutto possibile e facile, (vero proprio perché facile!) evita la moderazione della prudenza, la irride come residuo del passato, davanti alla tentazione pervasiva e accattivante di provare tanto, tutto e sempre, con l’illusione di non pagare le conseguenze, protetti e nascosti dietro l’anonimato di uno schermo o perché non ci si rende conto degli effetti causati.
In realtà sono tutte ragioni che portano a dire che ne abbiamo ancora più bisogno! È una virtù, cioè una «disposizione abituale e ferma a fare il bene», come spiega il Catechismo (1803). Le virtù permettono non soltanto di compiere atti buoni ma di dare il meglio di sé, perché la persona virtuosa cerca e prepara il bene; lo sceglie in azioni concrete e lo rende possibile ad altri.
Le quattro virtù cardine di tutte le altre prudenza, giustizia, fortezza e temperanza – rappresentano anche un ponte importante con l’intera città degli uomini, perché sono virtù «umane» e dispongono «tutte le potenzialità dell’essere umano a entrare in comunione con l’amore divino» (1804). Le virtù ci aiutano a distinguere comportamenti positivi dai negativi, il meglio dal mediocre, l’autentico dal falso.
E ne abbiamo un grande bisogno quando tutto è apparenza e facciamo più fatica nel discernimento, tanto che questo stesso appare inutile o è solo strumentale al proprio interesse, finendo per privilegiare le sensazioni, le emozioni, la superficie scambiata come verità dell’io. La prudenza è la virtù che fa discernere, distinguere, capire, interpretare quello che è secondo lo Spirito di Dio o invece contrario (1806).
La prudenza è la virtù che dispone la ragione pratica a discernere in ogni circostanza il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo. L’uomo «accorto controlla i suoi passi» (Proverbi 14,15). «Siate moderati e sobri per dedicarvi alla preghiera» (1 Pt 4,7). Essa non si confonde con la timidezza o la paura, né con la doppiezza o la dissimulazione.
È detta « auriga virtutum – cocchiere delle virtù»: essa dirige le altre virtù indicando loro regola e misura. È la prudenza che guida immediatamente il giudizio di coscienza. Un modello di prudenza è san Giuseppe, uomo giusto, che medita tra sé e che, prudente, ascolta il sogno e non il proprio istinto. Per questo è coraggioso, determinato, protettore della sua famiglia. Diventiamo prudenti proprio quando si ama qualcuno, quando siamo ‘per’ qualcuno.
La prudenza è senso di responsabilità, è agire facendosi carico delle proprie azioni perché un uomo prudente non gioca né con la propria vita né con quella degli altri, ne conosce il valore, sa che il tempo perduto non torna, che le occasioni mancate non si ripresentano, che le parole non dette sono molto amare e quelle dette male producono dolore profondissimo.
L’uomo senza legami, ‘dissoluto’ non è prudente, come il figlio giovane della parabola, perché è facilmente accecato dalle ricchezze e dal benessere e non si rende conto. Solo nella carestia rientra in se stesso e riscopre l’importanza di quel legame che gli sembrava un limite e dal quale si era voluto sciogliere. Ecco cos’è la prudenza: uomini che rientrano in se stessi e trovano così la gioia piena della casa del Padre, quella di cui hanno bisogno.
In un bellissimo affresco a Santa Maria in Trastevere la prudenza è raffigurata davanti a uno specchio, perché essa richiede riflessione, interiorità, ben diversa dal narcisismo. È una donna giovane nel viso di fronte, ma dietro è un anziano che guarda nella direzione opposta, perché la prudenza è circospetta, guarda intorno, non sospettosa, osserva ovunque. Il vecchio rappresenta la memoria, perché la prudenza si forma sapendo fare tesoro dell’esperienza.
La prudenza, però è giovane, guarda al presente perché non è segnata dall’amarezza e dal veleno della disillusione, che fa credere di essere sapienti, di governare la nostra vita e in realtà spegne solo la gioia e l’entusiasmo e ci fa perdere il desiderio che abbiamo nel cuore, la voglia di cambiare e di raggiungere quello che cerchiamo. La prudenza è piena di speranza, di futuro e proprio per questo non vuole perderlo.
La prudenza è la virtù del discernimento, dono che bisogna chiedere allo Spirito Santo e allo stesso tempo dobbiamo coltivare «con la preghiera, la riflessione, la lettura e il buon consiglio », si legge nella Gaudete et exsultate al punto 166. L’invito più diretto di Gesù a proposito della prudenza è legato all’andare in mezzo ai lupi. Il cristiano non resta al sicuro, protetto, evitando il lupo.
Ma, anche, il cristiano non ha paura del lupo. La prudenza non significa non vivere o una vita a metà, lo sconsiderato conservarsi che ne farebbe una tentazione e non una virtù. «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16). Cosa accade se siamo solo colombe?
La semplicità senza la prudenza ci espone alla disillusione, al credere di avere sbagliato tutto quando sperimentiamo la cattiveria del male. Quanto facilmente passiamo dall’ingenuità dell’amore al cinismo, induriti o avari perché non siamo stati furbi come serpenti. Unire questa ingenuità con una conoscenza non cinica ma concreta è la prudenza evangelica. Non è sbagliato fermarsi, sapere dire dei no, calcolare, conoscere.
E semplicità non è soltanto dire sì! Quando la semplicità si riduce a buonismo offriamo spazio e argomenti al suo contrario, cioè a furbi che pensano di essere realisti, ma in realtà non sanno più volere bene e vedono solo la loro convenienza! Semplicità è vedere il bene sempre, scegliere di andare incontro anche se non hai nulla, di compiere il primo passo per amore.
Senza semplicità ci omologhiamo al mondo e la nostra giustizia non supera quella retributiva degli scribi e dei farisei. Senza la semplicità finiamo per credere che l’uomo non cambia o io non lo so aiutare e così «occhio per occhio» e il mondo diventa davvero cieco. L’uomo prudente con intelligenza e profondità sa capire la storia, ma con la semplicità la supera e la cambia perché non diventa cinico, non si accontenta del mero sopravvivere, di tirare a campare o di prendere solo quello che conviene.
Prudente è chi sa guardare le cose come sono, senza preconcetti, liberi dalle deformazioni, dalla paura, dagli interessi personali o collettivi, dalle temibili semplificazioni che ci sembrano dare finalmente la chiarezza e la risposta attesa e invece cancellano la realtà, la riducono a quello che io vedo, non ne capiscono le correnti profonde e non la sanno cambiare.
E poi sappiamo che (2Tm 1,7) «Dio non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza». Sì, basta fidarsi completamente del Signore per sentirsi provveduti di ogni cosa. «Il nihil abentes e l’omnia possidentes (2Cor 6,10) si rinnova sotto i miei occhi quotidianamente. Sempre mi è vicina la preoccupazione del futuro. Ma sempre mi viene fornito il necessario, qualche volta sovrabbondante», scriveva Papa Giovanni nel suo Giornale dell’anima, sottolineando che «la semplicità è amore, la prudenza è pensiero».
Per questo il prudente e semplice non diventa profeta di sventura che vive di un passato spesso inesistente, ma nella storia, sa riconoscere sempre «i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini, e spesso al di là delle loro aspettative, e con sapienza dispongono tutto, anche le avverse vicende umane, per il bene della Chiesa’. Semplici come colombe e prudenti come serpenti per cambiare il mondo e per sconfiggere il nemico della vita.

Mons. Matteo M. Zuppi

La virtù cardinale della temperanza

Lo scopo della temperanza è quello di governare nella persona umana gli slanci propri della sua natura. In tal senso, Aristotele insegnava che la temperanza «è una medietà relativa ai piaceri» (Etica Nicomachea III, 10). Il termine greco cui egli ricorre è edoné, che vuol dire piacere, ma pure gioia; godimento, ma pure compiacenza. Nella forma plurale indica le passioni, ma anche i desideri.
Sofocle, nelle sue tragedie aveva fatto ricorso a edoné per dire che si può essere «pazzi per la gioia» (Elettra 1153), ma pure ch’è possibile «buttar via il senno per la voluttà» (Antigone 648). Ecco, allora, l’importanza del termine medietà, usato da Aristotele: la temperanza è intermedia fra due eccessi, che nei casi estremi sono l’insensibilità e la sfrenatezza. Sono due forze opposte che possono lacerare una persona. Lo abbiamo veduto per Medea.
Altrettanto drammatica la vicenda di Mezio Fufezio, l’ultimo re di Alba Longa (VII secolo a. C.), che da Tullo Ostilio, l’antagonista re di Roma fu fatto legare ad una quadriga per le braccia e ad un’altra per le gambe sicché i cavalli, spronati in direzioni contrarie, strapparono le sue membra (cfr. Historiarum ab Urbe condita I, 28)! Così le passioni e i desideri possono rovinare gli uomini se non sono guidati dalla temperanza…
Tommaso condividerà sostanzialmente la tesi aristotelica, reinterpretandola ovviamente in senso cristiano e stabilendo che in ogni caso, come per le altre virtù umane, più importanti sono le virtù teologali. Cosa, però, la temperanza ha di proprio, rispetto alle altre virtù umane? J. Pieper, filosofo cattolico tedesco (1904-1997) che sulla lettura tomista della temperanza ci ha lasciato uno studio fondamentale, spiega bene che diversamente dalle altre, la virtù della temperanza tocca direttamente la persona.
Scrive: «La prudenza guarda alla realtà concreta di tutti gli esseri; la giustizia regola i rapporti con altri; con la fortezza l’uomo, dimentico di se stesso, sacrifica beni e vita. La temperanza, invece, è ordinata all’uomo stesso. Temperanza significa: prendere di mira se stessi e la propria condizione, dirigere sguardo e volontà su noi stessi» (La temperanza, Brescia-Milano 2001, 28).
La sua funzione propria, dunque, è moderare gli slanci della natura umana. Non che essa si opponga alle inclinazioni, ai desideri, alle simpatie, alle preferenze… La virtù della temperanza non nega tutto questo; invita, piuttosto, a farne un uso ordinato, armonico, costruttivo[…]. La temperanza non è nemica della gioia, ma della sua ricerca smodata, a tutti i costi, anche a discapito degli altri.
Una traccia di questa istanza la troviamo forse nel termine contrario di intemperanza, col quale s’indicano gli atteggiamenti scostanti, esagerati, “sopra le righe” al punto da destare irritazione e suscitare disgusto. Pensiamo, ad esempio, alle intemperanze nell’uso dei beni materiali, in particolare del denaro, e nell’uso del potere.
Nella Scrittura leggiamo che coloro «che vogliono arricchirsi, cadono nella tentazione, nell’inganno di molti desideri insensati e dannosi, che fanno affogare gli uomini nella rovina e nella perdizione. L’avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali» (1Tim 6, 9-10). Sono qui messi a tema questioni a noi purtroppo ben note, come gli acquisti e l’arricchirsi disonesti; le spese sfrenate per il lusso e i divertimenti… è implicito, però, anche il loro contrario che è l’avarizia (si pensi alla figura tipica dell’avaro disegnato da Molière).
Il testo biblico citato richiama pure la corruzione amministrativa e politica, che nasce dall’avidità personale o di gruppo; l’arroganza e la tracotanza nella gestione della cosa pubblica; l’uso spregiudicato del potere sì da “logorare chi non ce l’ha”, come recita un noto aforisma di Talleyrand, che in Italia ha la voce e il volto di un altro politico.
Ora, la virtù umana che, unitamente alla giustizia, può tagliare alla radice tutto questo è proprio la temperanza. Essa aiuta a porre degli argini alle passioni e questo non per annullarne, ma perché non giungano a scompaginare e destrutturare la persona e far sì, invece, di produrre effetti benefici per l’uomo […]. In relazione alla virtù della temperanza, la tradizione cattolica pone anche quella preziosa del buon umore, capace di mantenere il giusto equilibrio fra la battuta e lo scherzo volgare e scurrile e la freddezza insapore…
In fin dei conti l’umorismo è proprio l’arte di conservare la “giusta misura” ( métron) dal mondo per puntare meglio all’essenziale. Si tratta, però, anche di una questione cristiana, come ha simpaticamente spiegato G.P. Salvini S.J. in un articolo pubblicato lo scorso anno su “La Civiltà Cattolica” e intitolato L’umorismo di Dio (cfr. quaderno 2017 – 3/17 giugno 2017, 484-489).
Anche “L’Osservatore Romano” del 2-3 maggio 2015 nel numero 35 del mensile “donne chiesa mondo” aveva pubblicato alcuni intervento sul tema. È per questa pertinenza cristiana dell’umorismo e dell’ironia che nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo (19 marzo 2018) Francesco ha ricordato che «il malumore non è un segno di santità» e che «a volte la tristezza è legata all’ingratitudine, con lo stare talmente chiusi in sé stessi da diventare incapaci di riconoscere i doni di Dio» (n. 126).
Lì come modello il Papa ha scelto san Tommaso Moro, il quale diceva di sé: «Mi si rimprovera di mescolare battute, facezie e parole scherzose con i temi più seri. Credo che si possa dire la verità ridendo. Di certo si addice meglio al laico, quale io sono, trasmettere il proprio pensiero in modo allegro e brioso, piuttosto che in modo serio e solenne, come fanno i predicatori ».
Di Tommaso Moro, Louis Bouyer scrisse che «pochi uomini, in tutta la storia inglese, sono al pari di Thomas More, tipici rappresentanti di quella forma di finezza, incomprensibile per il latino o il tedesco, che si è soliti chiamare humour» (in Erasmo tra Umanesimo e Riforma, Brescia 1962, 94). Se volessimo, allora, concludere con una preghiera il nostro incontro, potremmo recitare questa di Tommaso Moro, che il Papa ha inserito nella sua esortazione e che ci mostra bene il senso della virtù della temperanza: «Dammi, Signore, una buona digestione, e anche qualcosa da digerire.
Dammi la salute del corpo, con il buon umore necessario per mantenerla. Dammi, Signore, un’anima santa che sappia far tesoro di ciò che è buono e puro, e non si spaventi davanti al peccato, ma piuttosto trovi il modo di rimettere le cose a posto. Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti, e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa tanto ingombrante che si chiama “io”. Dammi, Signore, il senso dell’umorismo. Fammi la grazia di capire gli scherzi, perché abbia nella vita un po’ di gioia e possa comunicarla agli altri. Così sia»

Mons. Marcello Semeraro