Oratorio Estivo 2021

Modulo 2021

PER CHI E QUANDO

Proposta dalla 1^ elementare alla 3^ media.

Da lunedì 14 giugno a venerdì 16 luglio 2021
Dal lunedì al venerdì dalle ore 14.00 fino alle ore 17.30 (con possibilità di attendere in oratorio i propri accompagnatori fino alle 18.00).

CONTRIBUTO SPESE

Il costo dell’iscrizione è di 10 € per ciascuno.
Il contributo richiesto per ogni settimana è di 20 €, con una riduzione di 5 € per ogni secondo figlio sulla quota settimanale.

ISCRIZIONI

Le iscrizioni si effettueranno nei seguenti giorni:

Sabato 5 giugno dalle ore 9.30 alle ore 11.30.
Domenica 6 giugno dalle ore 15.00 alle ore 17.30 presso l’oratorio “ S Giovanni Bosco” – Mesero.

Per effettuare l’iscrizione occorre compilare il modulo di iscrizione/ privacy sul sito www.parrocchiadimesero.it – Oratorio S. G. Bosco – modulistica per iscrizioni , oppure compilandolo direttamente in segreteria all’atto dell’iscrizione. In ottemperanza alle vigenti norme anti Covid 19 dobbiamo limitare il numero degli iscritti a 60 persone.
Pertanto al raggiungimento di tale numero si è inseriti in lista di attesa.
Il conteggio verrà effettuato in ordine cronologico in riferimento alle iscrizioni.
E’ buona cosa per agevolare la segreteria effettuare l’iscrizione fin dall’inizio di tutte le settimane in cui si vuole essere presenti.
Tutte le informazioni su www.parrocchiadimesero.it.

Avvisi e comunicazioni

Oratorio Estivo.

Mercoledì 9 ore 21.00 presso l’oratorio: incontro con gli adulti che desiderano dare il proprio contributo all’oratorio estivo.

Caritas.
“La tua firma …un atto concreto anche sul proprio territorio”.
Si comunica che la firma nella dichiarazione dei redditi per l’ 8 X1000 alla Chiesa Cattolica e 5X1000 alla Caritas ha permesso ai centri di ascolto Caritas parrocchiali di ricevere 900 € da utilizzare per le situazioni di emergenza createsi sul proprio territorio durante la pandemia di Covid 19.

Riflessioni Condivisione e uso dei beni

Condivisione e uso sociale dei beni. Puro e semplice cristianesimo

«Nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune». Commentando questo passo degli Atti degli Apostoli, papa Francesco ha alzato lo sguardo dal foglio e, ancora una volta, ha ribadito: questo «non è comunismo, è cristianesimo allo stato puro». Nella prima comunità cristiana, a partire dall’esperienza del Risorto, i cristiani vivevano in unità di cuori e di spirito e condividevano quanto possedevano. Una delle costanti del magistero di Francesco, a partire dall’esortazione Evangelii gaudium, è quella di provare a fondare le nostre azioni, soprattutto quelle pastorali, sulla freschezza del Vangelo. E le sue parole hanno molte volte una forza dirompente, ricevendo una grande attenzione mediatica. Appaiono come una grande novità, anche se in realtà sono verità che accompagnano la storia della Chiesa. Sono nuovi la franchezza e il vigore con cui sono proclamate. Sine glossa, un po’ come il proposito del Santo di cui il Papa porta il nome. Francesco si era soffermato su questi temi anche in un’udienza dello scorso settembre. Un ciclo di catechesi in cui ha provato a leggere i princìpi della Dottrina sociale della Chiesa alla luce della pandemia. In quella sulla destinazione universale dei beni, riprendendo il Catechismo ci ricorda che la terra è stata data da Dio «a tutto il genere umano» (2402). Questo ci impegna a fare in modo che i suoi frutti arrivino a tutti. Ma anche il Concilio Vaticano II va nella stessa direzione: «L’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui ma anche agli altri» ( Gaudium et spes, 69). Il principio che sta alla base di tutto è la destinazione universale dei beni: quando il possesso impedisce che i beni arrivino a tutti, allora bisogna porre rimedio. Sempre nel Catechismo leggiamo: «L’autorità politica ha il diritto e il dovere di regolare il legittimo esercizio del diritto di proprietà in funzione del bene comune» (2406).
Volutamente non si citano qui la Laudato si’ o la Fratelli tutti, encicliche di Francesco, proprio per mostrare che la subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni è un principio che accompagna la Chiesa dagli Atti degli Apostoli fino al Concilio Vaticano II, e oltre. Il Papa ha il coraggio di ricordarlo a un mondo che sembra assopito e inerte di fronte al crescere delle disuguaglianze. Da una parte, l’attenzione mediatica ci fa pensare che stiamo ascoltando la parola di cui c’è bisogno, dall’altra parte il voler liquidare quelle stesse parole come associabili al comunismo ‘sconfitto dalla storia’, ci dice forse il tentativo di cercare un pretesto per liquidare verità scomode. Il Covid sta portando alla luce le contraddizioni di un sistema che ha generato crescenti disuguaglianze. Se, come da dati Oxfam, l’aumento della ricchezza dei 10 miliardari più ricchi al mondo dall’inizio della pandemia sarebbe sufficiente a contrastare gli effetti economici della crisi per i più poveri e a garantire vaccini in tutto il mondo, questo sistema non funziona. Il patto sociale di fronte a queste evidenze si sgretola. Perché a fronte di un evento esterno inaspettato chi opera in un settore viene penalizzato e rischia per esempio di perdere la propria casa per non riuscire a far fronte ai debiti, e chi opera in altri settori vede aumentare, e di molto, i guadagni? È questo il mondo che vogliamo? Dove nascere in un posto, invece che in un altro può determinare opportunità del tutto diverse, dove di fronte a un male comune le conseguenze per i singoli sono tutt’altre? Il Papa ripete che, proprio di fronte a un flagello mondiale come la pandemia, è bene aver chiaro che la terra è di tutti, che i beni ci sono stati donati perché siano condivisi, che non possiamo dirci cristiani e non ci sentiamo custodi per davvero gli uni degli altri.

Alessandra Smerilli – Economista

“Confronti” di attualità

L’accoglienza costa, ma salva la vita dei migranti e opera per l’integrazione sociale. E anche le politiche di respingimento richiedono finanziamenti. Se le cifre contano, altrettanto dovrebbe contare la qualità della spesa e il suo impatto sociale.
Nessun blocco alle frontiere è gratis
Uno dei più popolari argomenti contro il salvataggio e l’accoglienza delle persone in cerca di asilo riguarda i costi necessari: 4,8 miliardi di euro nel 2018, anno di picco della spesa relativa. Il sottinteso di un simile ragionamento è che i respingimenti siano gratuiti, o quasi. Un salutare risparmio di risorse pubbliche. Di recente, però, un documentato rapporto di ActionAid – The Big Wall – ha cominciato a squarciare il velo sui vari capitoli di spesa, italiani ed europei, che finanziano il fronte della sorveglianza dei confini e della deterrenza verso i tentativi di ingresso, fossero pure quelli di chi fugge da guerre e persecuzioni.
Si tratta di cifre largamente incomplete, perché le spese sono spesso occultate sotto l’ombrello di voci di bilancio più ampie, oppure diluite nei finanziamenti delle forze dell’ordine, dei ministeri o di altri apparati. Anche se parziale, il dato fa comunque impressione: tra il 2015 e il 2020 l’Italia e l’Ue hanno speso 1 miliardo e 337 milioni di euro per cercare di fermare gli arrivi dall’Africa. Il controllo delle frontiere assorbe quasi la metà del budget. Spese ingenti riguardano il dispiegamento di tecnologie sempre più sofisticate. Per esempio, nel mese di febbraio la polizia di frontiera ha assegnato un appalto per 6,9 milioni di euro al colosso aerospazial-militare Leonardo, al solo scopo di noleggiare un drone per la sorveglianza del Mediterraneo centrale. Almeno servisse a salvare le vite dei migranti in pericolo, ma non si è avuta notizia di un suo impiego per finalità umanitarie.
Altre spese di rilievo riguardano l’esternalizzazione delle frontiere, con il coinvolgimento dei paesi di transito lungo le rotte africane. Qui a fare la parte del leone è certamente la Libia, con circa 200 milioni di euro. La legge di bilancio del 2021…. prevede un esborso di altri 66 milioni per la realizzazione di “infrastrutture” sul suolo libico. Segue a distanza il caso meno noto del Niger, attorno ai 100 milioni. Storico punto di snodo delle rotte che dal Golfo di Guinea conducono verso il Mediterraneo, il paese ha subito lo smantellamento dell’infrastruttura diffusa che forniva servizi ai viaggiatori in transito: acqua, cibo, ospitalità, trasporti. Un danno grave non solo per i trafficanti, capaci comunque di riconvertire le loro attività in altre direzioni, ma per molti pacifici operatori locali dell’economia formale e informale.
L’Ue dal canto suo ha impresso un’accelerazione al suo impegno, come si usa dire, “securitario”. Nel budget settennale approvato nello scorso dicembre, in coerenza con gli aspetti più discutibili del Patto su immigrazione e asilo presentato in settembre, ha destinato al finanziamento dei rimpatri (il termine più ricorrente del Patto) gran parte del Fondo per immigrazione e asilo (8,7 miliardi), oltre a sussidiare con 12 miliardi di euro il controllo dei confini.

Tre elementi preoccupanti

Almeno tre aspetti inquietanti risaltano con evidenza da questi numeri e dalle politiche che li giustificano. Il primo riguarda la deviazione verso il contrasto dei transiti di spese ufficialmente dedicate ad assistenza e sviluppo. Ossia si parla di aiuti umanitari, ma si finanziano forze armate, centri di detenzione, acquisto di tecnologie.
Il secondo aspetto chiama in causa il rafforzamento, grazie agli aiuti, di regimi autoritari e apparati militari dei paesi africani arruolati nella sorveglianza della mobilità indesiderata. La quasi inesistenza di controlli sull’impiego dei fondi non può che alimentare il malaffare.
Il terzo problema riguarda il risultato finale: mentre le spese per l’accoglienza salvano vite e operano per l’integrazione sociale, le spese per bloccare i migranti seminano morte e sofferenza. Contano le cifre, e i respingimenti non avvengono gratis, ma dovrebbe anche contare, come oggi si usa dire, la qualità della spesa e il suo impatto sociale.

MAURIZIO AMBROSINI (Vercelli 1956) è docente di Sociologia delle migrazioni nell’università degli studi di Milano. Insegna inoltre da diversi anni nell’università di Nizza e dal 2019 nella sede italiana della Stanford university. È responsabile scientifico del Centro studi Medì di Genova, dove dirige la rivista “Mondi migranti” e la Scuola estiva di Sociologia delle migrazioni. Collabora con Avvenire e con lavoce.info. Dal luglio 2017 è stato chiamato a far parte del CNEL, dove è responsabile dell’organismo di coordinamento delle politiche per l’integrazione. È autore, fra vari altri testi, di Sociologia delle migrazioni, e (con L. Sciolla) di Sociologia, manuali adottati in parecchie università italiane.