Commento al Padre Nostro “Rimetti a noi i nostri debiti”

Siamo alla quinta domanda del Padre Nostro. Che è la preghiera dove mai si dice io, mai mio. Ma sempre tuo e nostro. Preghiera espropriata. Dove ci scopriamo creature di legami, dove esistere è coesistere. In principio a tutto, il legame. Quello che ci lega a Dio: orizzonte ultimo; e quello che ci stringe all’orizzonte penultimo, i compagni di cordata.
Pregare è aprirsi ai legami, aprire la nostra casa, come si apre una finestra al sole, una porta sul vento della strada; aprirsi in due direzioni: quotidiano ed eterno; l’eterno che si insinua nell’istante, l’istante che si apre sull’eterno. Rimetti a noi come noi rimettiamo agli altri. Ci mettiamo davanti a Dio e ci impegniamo ad essere per gli altri quello che vogliamo che Dio sia per noi. Vogliamo il suo perdono ma ci impegniamo davanti a Dio ad essere generosi di perdono. La premura per gli altri è dentro la preghiera, è testo di preghiera.
Nella quinta domanda del Padre Nostro accogliamo una definizione dell’essere umano: ci definiamo tutti come debitori. È un modo nuovo e leggero di abitare la terra: passare nel mondo come debitori grati a infiniti fratelli, e alla madre terra, riconoscenti e lieti per la vita, la salute, la cultura, il benessere, la scienza, le scoperte, i servizi, i miei maestri, il pilota dell’aereo che mi ha portato qui, la medicina, l’elettricista che ha fatto funzionare il microfono, il raccoglitore di cotone da cui viene la mia camicia.
Noi viviamo di una ospitalità cosmica. Verso cui siamo debitori non creditori che esigono spietatamente ciò che pensano che spetti loro come diritto o dovere. Debitori non pretendenti. Il debito di esistere si paga solo con la gratitudine e con l’amore: non abbiate con nessuno altro debito che quello di un amore reciproco. Il collante del mondo, il tessuto connettivo della società, che ha il ruolo della particella Xi appena scoperta al Cern di Ginevra, definita la colla della materia, ebbene la colla degli spiriti è un debito, una gratitudine reciproca.
Ciò che tiene unito il mondo e connessa la storia non è la riscossione dei miei diritti, non è la meritocrazia, non è neppure la verità (la mia verità contro la tua verità e nascono tutte le guerre). È una strada che Nelson Mandela descrive così: «Il perdono libera l’anima, rimuove la paura. È per questo che è un’arma potente». «Il perdono strappa dai circoli viziosi, spezza le coazioni a ripetere su altri ciò che hai subito, la catena della colpa e della vendetta, spezza le simmetrie dell’odio» (Hanna Arendt).
Alle offese si può reagire in modo antitetico con la vendetta o con il perdono. Chi imbocca la prima strada crede che al male subito si possa “riparare” mediante un altro male. Usa il male come cicatrizzante. Ma allora saranno non più una ma due ferite a sanguinare: «occhio per occhio.
Se fosse applicata questa legge il mondo sarebbe cieco» (Kalil Gibran). Con il perdono invece si
innesca un meccanismo che può portare a quel miracolo della storia che è stato il Sudafrica di
Mandela alla fine dell’Apartheid, con la commissione per la giustizia e la riconciliazione.
Ricerca e riconoscimento della giustizia, innanzitutto: perché il perdono non va confuso con il
subire in silenzio angherie, con l’accettazione dell’ingiustizia, come purtroppo per molto tempo
è stato predicato soprattutto ai soggetti deboli, fossero le donne o i bambini violati, o i contadini
e operai sfruttati dai padroni… Giustizia prima e poi riconciliazione. Noi siamo più della storia
che ci ha partorito, possiamo andare oltre la vicenda che ci ha ferito.
È chiaro che siamo anche quella storia e con quella dobbiamo fare i conti, non metterci
semplicemente una pietra sopra, dimenticare: questo è rimozione, non perdono. Non fare i conti
con il proprio passato ci rende pericolosi: le ferite rimangono aperte e siamo ostaggio di quel
male che continua ad agire, anche se inconsapevolmente.
La cura non necessariamente sanerà la ferita, ma può farci capire che non tutto il mondo impugna
un coltello pronto a colpirci. Ci sono anche mani che accarezzano accanto a quelle che ci hanno
schiaffeggiato. Se non perdoni, vivi alimentando il tuo rancore e la vita si fa rancida, senti che la
vita ti ha derubato di qualcosa e non sei capace di gratitudine né di stupore. Il perdono nella
Bibbia come nella vita è una cosa seria. Non è fare come il cagnolino che lecca la mano che prima
lo ha colpito. Non sempre è possibile ristabilire la relazione con chi ci ha ferito, non sempre è
opportuno farlo.
Non si può chiedere alla vittima di uno stupro di perdonare il suo stupratore fino a riconciliarsi
con lui. Sarebbe inopportuno. Si può arrivare al perdono, a concedere e ricevere il perdono, senza
che questo comporti il ristabilire un rapporto, un contatto. Anche la Bibbia ci racconta storie dove
le ferite sono così gravi che non è più possibile riallacciare una relazione, come quando subentra
un lutto. Se uccidi qualcuno non potrai più ristabilire la relazione. Puoi però fare un cammino
perché le nuove relazioni siano differenti.
Il perdono nella Bibbia come nella vita è una cosa seria. Siamo abituati a una immagine banale
del perdono, secondo una spettacolarizzazione del dolore. Chi non assistito alla classica scena
televisiva del giornalista che piazza il microfono davanti a un volto distrutto e pone quella
domanda oscena, indecente: perdona l’assassino di suo figlio? Questo riduce il perdono ad un
semplice fatto emotivo, da consegnare allo spettacolo dell’audience, senza rispetto per il serio,
lungo, complesso processo di perdono, che non si risolve magicamente, non va da sé come un
fenomeno naturale, ma necessita di maturazione, implica rischio, impone scelte.
Il perdono non è un sentimento, è una decisione. Non fa la sua comparsa come un moto spontaneo
del cuore, domanda decisione perseveranza cambiamento. Perdonare non è una presa di posizione
ideologica – se sei credente devi saper perdonare –. È piuttosto una sapienza sorta dalla vita, un
discorso fatto a partire dalla grammatica della condizione umana.
Perdonare il male ricevuto è come il tentativo di ristabilire relazioni che permettano di andare
avanti, in modo positivo, nella vita, di essere se non proprio felici almeno in grado di pensare che
la vita sia un dono e non un pacco, una fregatura… Perdonare non è dimenticare. È aprire futuro.
Il bisogno di perdono è il bisogno di non trascinarci dietro per sempre il peso dei nostri sbagli,
delle ferite, dei fallimenti, di non rinchiudere nessuno, né noi né gli altri, dentro ergastoli interiori,
ma di liberare il futuro.

Ermes Ronchi

Commento al Padre Nostro “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”

La richiesta su cui oggi ci fermiamo è la più naturale e semplice fra quelle contenute nella preghiera insegnata da Gesù ai discepoli. Lo ha colto molto bene Benedetto XVI, quando ha affermato: «La quarta domanda del Padre Nostro ci appare come la più “umana” di tutte. Il Signore, che orienta il nostro sguardo su ciò che è essenziale, sull’“unica cosa necessaria”, sa però anche delle nostre necessità terrene e le riconosce. Egli, che ai suoi discepoli dice: “Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete” (Mt 6, 25), ci invita tuttavia a pregare per il nostro cibo e a trasmettere così la nostra preoccupazione a Dio».
Gesù ha vissuto in quel mondo mediterraneo in cui il pane significa tanto nell’alimentazione e nella vita quotidiana. È l’alimento di base della dieta della maggior parte delle popolazioni del Mediterraneo: spesso la base su cui si pongono condimenti o altri cibi, l’elemento essenziale per le diete più povere. Il pane è quindi tanto presente nella Scrittura, perché era ben presente nella cultura e nella vita quotidiana. Certamente per il mondo ebraico, il pane era il cibo essenziale. Per altre culture non è così.
Dovremmo parlare invece di riso o di altro cibo di base. Non è così nella cultura e nella dieta di noi europei, per cui il pane è molto importante. Il pane è un alimento povero, oltre a essere un alimento basico: sostegno all’esistenza concreta di ciascuno. […] La globalizzazione ci mette rapidamente a parte delle notizie da tutto il mondo. Si sa molto e presto: la fame di terre lontane, le difficoltà, i bisogni. L’immagine del dolore ci raggiunge. Le società europee sono capaci di pensare in termini di condivisione? O tutto quello che è destino comune finisce per essere visto come giogo?
La quarta domanda del Padre Nostro restituisce il senso minimale di fraternità per cui almeno il pane, almeno il pane dell’oggi, dev’essere messo in comune. Non i grandi investimenti, non le grandi strategie. Non le visioni del futuro, non i programmi dalla lunga durata. Ma almeno il pane. Il pane per l’oggi. Siamo in un tempo in cui il pane degli altri interessa relativamente: forse anche in una stagione in cui cambiare il mondo non è più di moda. Ma il Vangelo ci aiuta a incamminarci su una strada nuova.
È il cammino del Maestro, che non passò indifferente di fronte ai malati, ai lebbrosi, agli affamati, alle lacrime delle donne e al dolore degli uomini. Chi salva una fragile vita cambia il mondo. Chi dà il pane cambia il mondo. La globalizzazione in corso non significa automaticamente un’assunzione globale di responsabilità. Anzi. Sta a noi fare una scelta. Sta a noi vivere quella globalizzazione del cuore che il Padre Nostro insegna. La Chiesa, comunione universale, ha la globalizzazione nei suoi cromosomi. Ma bisogna allargare la solidarietà. La lontananza non ci condanna all’indifferenza.
Questo è il punto! Cinquant’anni fa, il 9 febbraio 1966, Paolo VI lanciò un grande appello per la fame in India, dove si era recato rimanendone assai colpito: «Ci siamo ricordati del miracolo della moltiplicazione dei pani! Noi non abbiamo affatto la virtù prodigiosa di Cristo di far scaturire pane dalle nostre mani impotenti. Ma abbiamo pensato che il cuore dei buoni può compiere questo miracolo… Nessuno oggi può dire: io non sapevo. E, in un certo senso, nessuno oggi può dire: io non potevo, io non dovevo. La carità tende a tutti la sua mano. Nessuno osi rispondere: io non volevo!».
Chi ha imparato a dire «Dacci oggi il nostro pane quotidiano », rifletta su ognuna di queste parole di Paolo VI: «Io non potevo», «Io non dovevo» o «Io non volevo »! In questo mondo globale i cristiani possono essere una riserva di umanità e la profezia di un mondo in cui il lontano non è senza volto e senza parola. Siamo partiti da una tentazione e da un sogno. Il sogno di uomini che vivevano in una terra con molte pietre aride e poche spighe. La tentazione dell’Avversario a Gesù: «Di’ a questa pietra che diventi pane». Riflettendo sul Padre Nostro scopriamo un altro sogno: quello di Dio. Il sogno di crescere uomini che mettono in comune il pane, ogni giorno. […] Dare il pane quotidiano. Bisogna allargare la solidarietà.
È necessario tener viva la memoria di chi soffre, mostrare vie percorribili ai nostri concittadini per essere solidali, far crescere la cultura della solidarietà nei nostri paesi. Penso a quell’ondata d’interesse che passa attraverso le adozioni a distanza, capaci di creare un rapporto tra persona e persona. L’ondata d’interesse per i corridoi umanitari con cui sono state salvate dai trafficanti di uomini le vite di tanti siriani in fuga dalla guerra. Nonostante la crisi non si può nascondere che esiste in Italia una generosità, rivelatrice della voglia dei nostri concittadini di aiutare i lontani.
Dobbiamo mostrare che ci sono vie per cui la solidarietà è possibile: è possibile aiutare ad avere
il pane, la parola e la pace. La gente cerca di amare. Chi cerca di amare senza saperlo cerca anche
colui che è l’amore. La lontananza non ci condanna all’indifferenza. L’amore ci porta vicini a chi
soffre lontano. I cristiani, in questo mondo globalizzato, sono chiamati ad avere una spiritualità
aperta all’universale, senza dimenticare certo il vicino. E non c’è universalità migliore che la
partecipazione ai dolori di chi è povero o di chi soffre. È il senso dell’appello lanciato da Paolo
VI per la fame in India.
I cristiani sono quelli che non dicono: io non potevo o io non dovevo o io non volevo! In questo mondo globale, possono essere una riserva di umanità e la profezia di un mondo in cui il lontano non è senza volto e senza parola. È un mondo in cui il lontano si fa vicino, mentre si lanciano tanti ponti, fatti della solidarietà del pane, della parola, della pace, sull’abisso di distanza, d’indifferenza, d’incomprensione, che divide i popoli. L’indifferenza allarga gli abissi.
La carità tende a tutti la sua mano e così impercettibilmente –come il movimento tellurico –
avvicina i mondi. Per concludere vorrei citare un grande filosofo russo, Nikolaj A. Berdjaev, che in un certo senso riassume con profondità la questione affrontata: «Quella del pane è per me una questione materiale; ma la questione del pane per il mio prossimo, per gli uomini di tutto il mondo, è una questione spirituale e religiosa. La società dev’essere organizzata in modo tale che vi sia pane per tutti; soltanto allora la questione spirituale si porrà davanti all’uomo in tutta la sua profonda essenza».

Marco Impagliazzo

Calendario pastorale

Domenica 9 ore 21.00 recita del rosario tramite la radio parrocchiale.

Venerdì 14 ore 20.30 festa a conclusione dell’oratorio estivo.
In questa occasione saluteremo e ringrazieremo le suore.

Domenica 16 ore 10.30 S Messa di ringraziamento per le suore.
A tal proposito nella cassetta all’ingresso della chiesa si raccolgo le offerte per un pensiero da consegnare alle suore.

Lettera dell’Arcivescovo alla conclusione della visita pastorale feriale

Carissime e carissimi,
con questa lettera desidero raggiungere tutti i battezzati, le donne e gli uomini delle religioni e di buona volontà, per esprimere la mia gratitudine per il dono della Visita Pastorale Feriale giunta ormai alla sua conclusione.
Nelle sue tre fasi, essa ha consentito a me e ai miei collaboratori di toccare con mano la vita di comunione in atto nella Chiesa ambrosiana, non certo priva di difficoltà e di conflitti e tuttavia appassionata all’unità. La preparazione della Visita, svoltasi in modo forse un po’ diseguale nei vari decanati, l’atteggiamento di ascolto profondo in occasione dell’assemblea ecclesiale con l’Arcivescovo, la cura nell’accogliere nelle realtà pastorali il Vicario di Zona o il Decano, e la proposta del passo da compiere sotto la guida del Vicario Generale, hanno confermato ai miei occhi la vitalità di comunità cristiane non solo ben radicate nella storia secolare della nostra Chiesa, ma capaci di tentare, su suggerimento dello Spirito, adeguate innovazioni. Questa attitudine di disponibilità al cambiamento l’ho toccata con mano sia nelle parrocchie del centro, sia nelle grandi parrocchie di periferia, esplose negli ultimi sessant’anni, sia nelle città della nostra Diocesi, sia nelle parrocchie medie e piccole.
È stata però la Visita del Papa a farmi cogliere nitidamente l’elemento che unifica le grandi diversità che alimentano la nostra vita diocesana. La venuta tra noi del Santo Padre è stata, infatti, un richiamo così forte da rendere visivamente evidente che la nostra Chiesa è ancora una Chiesa di popolo. Certo, anche da noi il cambiamento d’epoca fa sentire tutto il suo peso. Come le altre metropoli, siamo segnati spesso da un cristianesimo “fai da te”: ce l’hanno testimoniato gli arcivescovi di grandi Chiese in tutto il mondo che in Duomo hanno raccontato l’esperienza delle loro comunità. Non manca confusione su valori imprescindibili; spesso non è chiaro il rapporto tra i diritti, i doveri e le leggi… Ma è inutile insistere troppo sull’analisi degli effetti della secolarizzazione su cui ci siamo soffermati in tante occasioni. Più utile, anzi necessario, è domandarci – con ancora negli occhi il popolo della Santa Messa nel parco di Monza, l’incontro con i ragazzi a San Siro, l’abbraccio al Santo Padre degli abitanti delle Case bianche e dei detenuti di San Vittore, e soprattutto la folla che ha accompagnato la vettura del Papa lungo tutti i 99 km dei suoi spostamenti – che responsabilità ne viene per noi? Come coinvolgere in questa vita di popolo i tantissimi fratelli e sorelle battezzati che hanno un po’ perso la via di casa? Come proporre con semplicità in tutti gli ambienti dell’umana esistenza la bellezza dell’incontro con Gesù e della vita che ne scaturisce? Come rivitalizzare le nostre comunità cristiane di parrocchia e di ambiente perché, con il Maestro, si possa ripetere con gusto e con semplicità a qualunque nostro fratello “vieni e vedi”? Come comunicare ai ragazzi e ai giovani il dono della fede, in tutta la sua bellezza e “con-venienza”? In una parola: se il nostro è, nelle sue solidi radici, un cristianesimo di popolo, allora è per tutti. Non dobbiamo più racchiuderci tristi in troppi piagnistei sul cambiamento epocale, né ostinarci nell’esasperare opinioni diverse rischiando in tal modo di far prevalere la divisione sulla comunione. Penso qui alla comprensibile fatica di costruire le comunità pastorali o nell’accogliere gli immigrati che giungono a noi per fuggire dalla guerra e dalla fame. Ma, con una limpida testimonianza, personale e comunitaria, con gratitudine per il dono di Cristo e della Chiesa, siamo chiamati a lasciarlo trasparire come un invito affascinante per quanti quotidianamente incontriamo.
A queste poche e incomplete righe vorrei aggiungere una parola su quanto la Visita Pastorale ha dato a me, Arcivescovo. Lo dirò in maniera semplice: durante la celebrazione dell’Eucaristia nelle tante parrocchie e realtà incontrate, così come nei saluti pur brevi che ci siamo scambiati dopo la Messa, e, in modo speciale, nel dialogo assembleare cui ho fatto riferimento, ho sempre ricevuto il grande dono di una rigenerazione della mia fede e l’approfondirsi in me di una passione, quasi inattesa, nel vivere il mio compito. Ma devo aggiungere un’altra cosa a cui tengo molto. Ho appreso a conoscermi meglio, a fare miglior uso dei doni che Dio mi ha dato e, nello stesso tempo, ho imparato un po’ di più quell’umiltà (humilitas) che segna in profondità la nostra storia. Ho potuto così, grazie a voi, accettare quel senso di indegnità e di inadeguatezza che sorge in me tutte le volte che mi pongo di fronte alle grandi figure dei nostri patroni Ambrogio e Carlo.
Se consideriamo la Visita Pastorale Feriale dal punto di vista profondo che la fede, la speranza e la carità ci insegnano, e non ci fermiamo a reazioni emotive o solo sentimentali, non possiamo non riceverla come una grande risorsa che lo Spirito Santo ha messo a nostra disposizione e che ci provoca ad un cammino più deciso e più lieto. Seguendo la testimonianza di Papa Francesco, la grande tradizione della Chiesa milanese può rinnovarsi ed incarnarsi meglio nella storia personale e sociale delle donne e degli uomini che abitano le terre ambrosiane.
La Solennità della Santissima Trinità che oggi celebriamo allarga il nostro cuore e rende più incisivo l’insopprimibile desiderio di vedere Dio: «Il mio cuore ripete il tuo invito: “Cercate il mio volto”. Il tuo volto Signore io cerco, non nascondermi il tuo volto» (Sal 27 [26] 8-9a).

Angelo Card. Scola
Arcivescovo