Sala della Comunità

Legnanesi a Mesero, nella Sala della Comunità.
La stagione teatrale 2018/2019 “Nel segno del racconto ” si apre il 16 settembre ore 16.00 con la
compagnia teatrale dei Legnanesi in”Colombo si nasce“. La prevendita dei biglietti è domenica 9
settembre dalle 15.00 alle 17.30 presso la Sala della Comunità.

Sarà un pomeriggio tutto da ridere, vi aspettiamo numerosi.

La virtù cardinale della fortezza

Quando si parla di fortezza, si fa menzione anche di alcune figure bibliche che sono identificate con questa virtù. Sono soprattutto figure femminili, ricordate per il loro coraggio e la loro capacità di sovvertire i ruoli, che la parte maschile nelle rispettive storie aveva disegnato.
Ne ricordo due, che spero vi siano familiari: si tratta di brani biblici, legati alla tradizione giudeo – cristiana, ma sono anche pagine di alta letteratura, patrimonio quindi della cultura mondiale. La prima donna è Giaele, quella di cui Alessandro Manzoni ha scritto: «Quel che in pugno alla maschia Giaele pose il maglio ed il colpo guidò».
La storia, narrata nel capitolo quarto del libro dei Giudici, è questa: l’esercito cananeo, guidato dal generale Sisara, attacca i Giudei che sono installati alle pendici del monte Tabor. Il comandante ebreo, Barack, sconfigge i nemici e Sisara, lasciato il suo carro, fugge a piedi e si rifugia nell’accampamento di Giaele, la cui famiglia è in pace con il re di Canaan.
Giaele lo invita ad entrare nella tenda e Sisara le chiede da bere e dà precise istruzioni per come la donna avrebbe dovuto comportarsi, se qualcuno fosse passato lì e avesse chiesto notizie su di lui. Giaele gli offre latte fresco da bere, ma mentre Sisara, stremato per le fatiche della battaglia, dorme profondamente, gli pianta nella tempia un picchetto della tenda. Viola gravemente le legge universale del rispetto dell’ospite ma, almeno dal punto di vista del popolo ebraico, compie un gesto di liberazione, ovviamente apprezzato e celebrato.
La seconda donna forte è Giuditta, alla quale è dedicato un intero libro della Sacra Scrittura. Giuditta, donna bellissima e virtuosa, mette a repentaglio la sua onorabilità e la sua vita, per salvare la città di Betulia dall’assedio del generale assiro Oloferne. Quello che rende degna di ricordo l’impresa di Giuditta è la sua capacità di utilizzare la bellezza per distruggere il nemico, il quale era invece convinto di essere riuscito a sedurre la vedova ebrea e di poterla fare sua concubina.
Dopo aver tagliato la testa a Oloferne, ed aver quindi precipitato nel disordine l’esercito assiro, Giuditta stessa celebra in un canto la sua impresa. Rievocando le varie fasi della storia, ella menziona il modo in cui ha ammaliato il rozzo generale e, tra gli elementi di seduzione, sottolinea i sandali: «Ella depose la veste di vedova per sollievo degli afflitti in Israele, si unse il volto con aromi, cinse i suoi capelli con un diadema e indossò una veste di lino per sedurlo.
I suoi sandali rapirono i suoi occhi, la sua bellezza avvinse il suo cuore e la scimitarra gli troncò il collo». Vale la pena di notare che ambedue queste donne, sia pure in maniera diversa, hanno utilizzato la propria femminilità, che la controparte maschile considerava segno di debolezza e di ovvia sottomissione, per diventare invece colei che domina e vince.
Con queste premesse, che ci introducono già a capire qualcosa dell’atteggiamento spirituale che ci è proposto da questa virtù, sono ora pronto a sfogliare le pagine del Catechismo della Chiesa Cattolica, in quel solo articolo che parla della fortezza. Lo troviamo nella Parte Terza, su «La vita in Cristo», nella prima sezione, su «La dignità della persona umana», nell’Art. 7, su «Le virtù», sezione dedicata a «Le virtù umane», n. 1808. «La fortezza è la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene.
Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale. La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni. Dà il coraggio di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa. “Mia forza e mio canto è il Signore” (Sal 118,14 ). “Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo” (Gv 16,33 )».
Si capisce subito che la virtù della fortezza, anche se illuminata e resa più evidente in un contesto di fede cristiana, appartiene ad ogni uomo e donna, qualunque ne sia la condizione spirituale e la provenienza culturale o etnica. La fermezza e la costanza nella ricerca del bene sono atteggiamenti che vorremmo vedere incarnati in ogni persona che vive in questo nostro mondo e in questa nostra società, specialmente in coloro che sono investiti da mansioni e responsabilità pubbliche, che comportano sempre una dedizione piena al bene comune.
Quando il testo ci parla di «resistere alle tentazioni e superare gli ostacoli nella vita morale», siamo aiutati a capire il perché della pertinenza della definizione di fortezza come opera di fortificazione, e perché l’iconografia della virtù insista sull’atteggiamento militare della figura allegorica rappresentata. Si tratta, infatti, di una lotta, forse di una guerra, che ci accompagna per tutto il tempo della nostra vita.
Per ognuno di noi, la tentazione di vivere la nostra vita al ribasso è sempre presente. Gli ideali di onestà, fedeltà, correttezza professionale, lealtà, rispetto della norme per la vita sociale, sono continuamente messi a rischio, dalle possibilità che ci sono offerte e che sono, per così dire, pane quotidiano nella società in cui viviamo.
Se volessimo presentare una esemplificazione di queste situazioni, potremmo intrattenerci molto a lungo, ma il rischio sarebbe quello di cadere in una casistica dettagliata, con un rischio di fondo: contemplare i difetti che vedremmo incarnati in tante altre persone, e dimenticare le tentazioni nelle quali noi stessi cadiamo, sentendoci quindi garantiti come persone oneste e sostanzialmente rispettabili.
Mi permetto soltanto di darvi un esempio, che mi sembra significativo e che ho ascoltato proprio qualche giorno fa. Si riferisce ad una persona che apparteneva alla generazione dei nostri nonni e chi me ne ha parlato è un suo nipote. Aveva un piccolo esercizio commerciale e soffriva nel vedere che i suoi concorrenti adattavano i prezzi, in maniera che a lui sembrava non giustificata.
A chi insisteva con lui perché, per sopravvivere, seguisse la corrente e si adeguasse allo stile degli altri, rispose: «Proprio adesso, alla fine della mia vita, volete che cominci a vivere come la porcacchia?» Per chi non ne fosse a conoscenza, la porcacchia è una pianta che cresce sui muri, e striscia, come un rampicante.
Ecco un’immagine efficace per indicare che ci sono persone che tengono alla loro dignità, prima e al di là dei rendiconti immediati.
Non deve poi stupirci se questo stesso uomo, capace di difendere la sua onestà anche con proprio
svantaggio, durante il tempo della occupazione nazista della sua città, abbia salvato tante vite di
perseguitati Ebrei. Il testo del Catechismo, parla di una fortezza che «rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni ».
Non mancano, in questo senso, figure esemplari di chi ha vissuto questa virtù umana con grave rischio per la propria incolumità, senza lasciarsi intimorire neppure dalla possibilità di mettere in pericolo non solo la vita propria ma anche quella dei propri cari. È un modo di agire tipico dei prepotenti, a qualsiasi livello della società essi si trovino, quello di colpire persone innocenti per ottenere il silenzio complice di chi voleva alzare la testa contro la corruzione.
Vi assicuro che è una esperienza terribile il rendersi conto di aver provocato violenza e maltrattamenti contro persone a voi vicine, solo perché si è fatto coscienziosamente il proprio dovere. Ho il diritto di far soffrire, altri per quello che faccio io? È una domanda che fa tremare. Quanti esempi potremmo ricordare, in questo nostro Paese, di persone che mettono a rischio costante la propria vita nella lotta contro la criminalità organizzata, che si chiami mafia, o camorra, o sacra corona unita, o qualsiasi altro nome con cui si vogliono definire queste congreghe di delinquenti.
Quanti giudici e magistrati, carabinieri e membri della polizia, amministratori locali e uomini comunque coinvolti nella vita politica e sindacale, che hanno pagato con la vita la loro correttezza civile. E quanti stanno rischiando anche ora. La virtù umana della fortezza è vissuta ad ogni livello della società ed è la realtà concreta che ci fa sperare che, prima o poi, proprio grazie ad essa, l’onestà riuscirà a sconfiggere la delinquenza.

Mons. Giovanni Tonucci

Passi verso il sinodo dei Giovani

Istrumentum Laboris per il Sinodo dei Vescovi
Esercitare sui giovani il fascino di ideali grandi

Il documento si muove secondo il metodo del discernimento: fa il punto sulla condizione giovanile; la interpreta secondo criteri che colgano gli indizi di futuro che essa racchiude; orienta alcune decisioni che saranno oggetto della valutazione e delle scelte dei padri sinodali. Riconoscere, interpretare, scegliere sono i tre verbi che scandiscono la riflessione del documento e che dovranno guidare i lavori sinodali.
“Prendersi cura dei giovani non è un compito facoltativo per la Chiesa, ma parte sostanziale della sua vocazione e della sua missione nella storia” (n.1): così si apre l’Instrumentum Laboris per il prossimo Sinodo dei vescovi. Alla redazione finale di questo documento si è giunti attraverso un percorso molto partecipato: questionari, un seminario internazionale sulla condizione giovanile, una riunione presinodale che ha visto presenti trecento giovani provenienti da tutto il mondo e quindicimila attraverso i social. Si può dire che il Sinodo è iniziato molto prima della sua celebrazione, attraverso un’azione sensibile e convinta di ascolto delle comunità cristiane e soprattutto del mondo giovanile.

Il documento si muove secondo il metodo del discernimento: fa il punto sulla condizione giovanile; la interpreta secondo criteri che colgano gli indizi di futuro che essa racchiude; orienta alcune decisioni che saranno oggetto della valutazione e delle scelte dei padri sinodali.

Riconoscere, interpretare, scegliere sono i tre verbi che scandiscono la riflessione del documento e che dovranno guidare i lavori sinodali. “I giovani sono grandi cercatori di senso e tutto ciò che si mette in sintonia con la loro ricerca di dare valore alla propria vita suscita la loro attenzione e motiva il loro impegno” (n. 7); ma nel loro percorso spesso non trovano accanto a se’ adulti significativi, disposti ad accompagnarli nella loro ricerca, capaci di aprire loro prospettive, di far intravedere grandi orizzonti e di accogliere il loro bisogno di crescere e di realizzarsi secondo un progetto di vita di valore. Così, “il rapporto tra giovani e adulti rischia di rimanere soltanto affettiva, senza toccare la dimensione educativa e culturale” (n. 14). La giovinezza è la stagione delle scelte di fondo della vita, quelle che danno identità e configurano tutta l’esistenza; tali scelte spesso vengono compiute in un contesto di precarietà, dopo un percorso lungo e complicato che rischia di mortificare slanci e spegnere progettualità. Il difficile rapporto tra le generazioni rende faticoso per i giovani anche maturare scelte in ambito religioso, perché -come fa notare il documento- “una parte del disinteresse e dell’apatia dei giovani in tema di fede è imputabile alla difficoltà delle grandi istituzioni religiose nel sintonizzarsi con la coscienza moderna” (n. 25).

I giovani sono gli interpreti più sensibili di quelle sfide che segnano le culture del nostro tempo. Il documento cita alcune delle più significative: la concezione del corpo, dell’affettività e della sessualità, gli effetti antropologici del mondo digitale, la delusione delle istituzioni, la “cultura dell’indecisione” a fronte della sovrabbondanza delle proposte…

La seconda parte del documento, dedicata all’interpretare, rilegge la condizione giovanile secondo le parole chiave del Sinodo: vocazione e discernimento. La vocazione è intesa in senso ampio, come chiamata ad uscire da se stessi per realizzarsi nell’amore e nel dono di se’, secondo una pluralità di percorsi vocazionali. Discernimento poi è il “processo che conduce a fare chiarezza e verità su se stessi, accogliendo il dono della vita e trovare il contributo che si è chiamati ad offrire alla società e al mondo” (n. 109). Questo processo, che si compie nella coscienza, ha bisogno di un accompagnamento “in grado di liberare la libertà, la capacità di dono e di integrazione delle diverse dimensioni della vita in un orizzonte di senso”(n.121). La terza parte è dedicata a presentare alcuni cammini di conversione pastorale e missionaria. Per la Chiesa si tratta di rispondere alla domanda: come aiutare tutti i giovani, nessuno escluso, a incontrare il Signore, a sentirsi amati da Lui, a rispondere alla sua chiamata alla gioia dell’amore. Vengono così passati in rassegna molti strumenti e prassi pastorali che appartengono alla tradizione delle comunità cristiane, mostrando che ciò che conta non è la scelta di questa o quella, ma la pertinenza di ciascuna di esse alla situazione e al contesto concreto. A chi ha responsabilità nella comunità cristiana e’ chiesta una grande libertà interiore, capace delle scelte più adatte, nella disponibilità al cambiamento e alla novità. Una Chiesa che viva nella prospettiva della santità saprà mostrare ai giovani il suo volto giovane ed esercitare su di essi il fascino di ideali grandi.

A cura di Paola Bignardi, già presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana, si occupa di temi educativi ed è pubblicista.
Come membro del Comitato di Indirizzo dell’Istituto Toniolo, segue la realizzazione del Progetto Giovani.