Calendario pastorale

Lunedì 26 ore 21.00 corso in preparazione al matrimonio (oratorio di Marcallo).
ore 21.00 Sala Portaluppi, oratorio di Boffalora, in occasione della Settimana dell’educazione, Incontro con il prof.. Mattia Lamberti, pedagogista dell’Università Cattolica di Milano: Adolescenza oggi tra iperconnessione e fragilità: l’oratorio può diventare il luogo in cui ritrovar-Sé.
Sono invitati in modo particolare i genitori dei preadolescenti e adolescenti.

Martedì 27 ore 21.15 catechesi giovani.

Mercoledì 28 ore 21.00 Proiezione gratuita per adolescenti e giovani a cura del C.A.V. del film: “Amata” – Cinetreato S. Luigi, Bareggio.

Sabato 31 e domenica 1 Giornata per la vita, al termine delle Ss. Messe: banco primule a cura del CAV (Centro Aiuto alla Vita).

Sabato 31 ore 21.00 Veglia Zona 4 conclusiva mese della Pace a cura dell’Azione Cattolica – Parr. S. Stefano – P.zza S. Stefano- Nerviano.
ore 21.15 Spettacolo teatrale : “Indipendenza”, a cura di InFraC – Sala della comunità.

Domenica 1 ore 15.30 Tombolata in oratorio aperta a tutti.
ore 21.00 catechesi 18/19 enni.

Lunedì 2 ore 21.00 corso in preparazione al matrimonio (oratorio di Marcallo).

Mercoledì 4 ore 14.45 Incontro formativo per adulti presso l’oratorio.
Formazione decanale per educatori (oratorio S. Martino di Magenta): “ L’arte di accompagnare” – Relatore: don Luca Andreini, padre spirituale del Seminario Arcivescovile di Milano – ore 19.30 cenaore 21.00 incontro.

Sabato 7 ore 16.45 Incontro formativo per adulti presso la cappella laterale della chiesa parrocchiale.

Domenica 8 ore 15.00 Catechesi dell’iniziazione cristiana.

Messaggio per la 48 esima Giornata Nazionale per la vita

Guardatevi dal disprezzare qualcuno di questi piccoli; perché io vi dico che i loro angeli in cielo vedono continuamente la faccia del Padre mio. (Mt 18,10).

L’accoglienza gentile e affettuosa di Gesù verso i piccoli sorprende i suoi contemporanei, discepoli inclusi, abituati a considerare assai poco i bambini. Eppure, nella Scrittura il rapporto di Dio con il suo popolo è spesso paragonato a quello di una madre amorevole e di un padre premuroso verso i propri bimbi; il loro atteggiamento, infatti, “riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo” (AL 166). Lasciarsi amare e servire con semplicità, riconoscersi dipendenti senza imbarazzo, attribuire primaria importanza alle leggi del cuore, desiderare il bene… sono alcune delle lezioni che i bambini danno agli adulti e che Gesù presenta come condizioni per accogliere la novità del Vangelo: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18, 3). Essi, dunque, non vanno mai disprezzati, scartati, subordinati perché proprio di loro il Creatore ha particolare cura. A questa visione evangelica dell’infanzia, che ha condotto l’umanità intera a una considerazione progressivamente più rispettosa degli inizi della vita, si ispira anche la nostra migliore cultura giuridica, che evidenzia il “superiore interesse del minore”: in qualsivoglia situazione, i bambini sono quelli che vanno prima di tutto accolti e protetti, insieme alla loro famiglia, in modo che possano crescere quanto più liberi e felici. Anche perché, non di rado, gli esiti di un’infanzia problematica sono alla radice di molti comportamenti negativi in età adulta. Ciononostante, le vite dei bambini vengono molto spesso asservite agli interessi dei grandi. Pensiamo ai tanti, troppi, bambini “vittime collaterali” delle guerre degli adulti: uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa e della scuola, ridotti alla fame, come effetto di bombardamenti indiscriminati. Pensiamo ai bambini-soldato, rapiti e utilizzati come “carne da cannone” nei tanti conflitti che si combattono in varie parti del globo, soprattutto in quelli “a bassa intensità”, di cui quasi nessuno parla. Pensiamo ai bambini “fabbricati” in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo. Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale. Pensiamo ai bambini implicati nei casi di separazione e divorzio dei propri genitori, a volte usati come strumenti di rivalsa sull’ex-coniuge. Pensiamo ai bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali o alle bambine date precocemente in sposa, spesso a uomini assai più grandi di loro. Pensiamo ai bambini-lavoratori, privati dell’infanzia perché inquadrati come manodopera a basso costo dai “caporali” di turno, in contesti di degrado sociale e abbandono scolastico. Pensiamo ai bambini rapiti o dati indiscriminatamente in adozione nelle tristi operazioni di pulizia etnica. Pensiamo ai bambini coinvolti nelle violenze domestiche, che li privano di uno o entrambi i genitori e li segnano profondamente. Pensiamo ai bambini che i trafficanti di vite strappano per vile interesse alle proprie famiglie, fino a espiantare i loro organi a vantaggio di chi può permettersi di pagarli. Pensiamo ai bambini costretti – non di rado da soli – a migrazioni faticose e pericolose, con esiti a volte mortali, per sfuggire ai conflitti, agli impoverimenti e alle carestie spesso provocate dagli adulti.
Pensiamo ai bambini indottrinati da un’educazione ideologica, funzionale non alla loro crescita, ma alla diffusione di idee che interessano questo o quell’altro gruppo di potere. Pensiamo ai bambini maltrattati o abbandonati a loro stessi da genitori o educatori cui poco interessa il loro vero bene. In questi e altri casi l’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, che può decidere anche della vita altrui e che è anche capace di mascherare il proprio egoismo dietro parole “politicamente corrette” e falsamente altruiste. A ben vedere, la pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono esponenzialmente anche le relazioni tra gli adulti – persone e comunità – dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi. “Tanti bambini fin dall’inizio sono rifiutati, abbandonati, derubati della loro infanzia e del loro futuro. […] Che ne facciamo delle solenni dichiarazioni dei diritti dell’uomo e dei diritti del bambino, se poi puniamo i bambini per gli errori degli adulti?” (AL 166). Avvertiamo la necessità di una maggiore attenzione ai piccoli anche nella nostra società italiana, in cui l’imperante cultura individualista si esprime, tra l’altro, con una crisi di generatività che non riguarda solamente la fertilità, ma pregiudica progressivamente la capacità degli adulti di mettersi a servizio dei piccoli. Può succedere che facciano rumore, chiedano incessanti attenzioni, condizionino la libertà dei grandi, ma l’accoglienza dei loro limiti è paradigma dell’accoglienza dell’altro tout court, mancando la quale svanisce ogni prospettiva di collettività solidale, per dare spazio a una conflittualità incessante e distruttiva. Quando i bambini non sono amati, con loro vengono scartati anche gli elementi più deboli della comunità, cioè potenzialmente tutti, nel momento in cui si manifestino anche nei soggetti “forti” fragilità o debolezze. Anche le comunità cristiane devono crescere nella cura dei bambini, non solo proseguendo nell’impegno per estirpare e prevenire l’odiosa pratica degli abusi, ma divenendo “casa accogliente” per loro nelle celebrazioni liturgiche, nelle attenzioni alle varie povertà che li colpiscono, nell’adozione di modalità adeguate alla loro età per l’annuncio della fede e nelle occasioni di vita comunitaria. “L’educazione alla fede sa adattarsi a ciascun figlio, perché gli strumenti già imparati o le ricette a volte non funzionano. I bambini hanno bisogno di simboli, di gesti, di racconti. […] L’esperienza spirituale non si impone ma si propone alla loro libertà” (AL 288). Alle prime parole che un bambino si sente rivolgere dalla Chiesa nel giorno del Battesimo – “la nostra comunità ti accoglie” – deve seguire una reale dedizione di tempi, spazi, risorse alle esigenze dei piccoli e delle loro famiglie. Ci sono tuttavia nella società e nella Chiesa moltissime persone e istituzioni che operano attivamente per custodire i bambini, attraverso azioni di tutela e accoglienza delle maternità difficili e di protezione nelle situazioni di violenza, nell’educazione, nella risposta ai tanti bisogni e povertà delle famiglie numerose e dei piccoli, nella prevenzione dello sfruttamento minorile nelle sue varie forme, nel sostegno alla genitorialità, nella sorveglianza degli ambiti che mettono a rischio l’integrità fisica, morale e spirituale in età sempre più precoce. A costoro devono andare la riconoscenza e il sostegno di tutti, perché il loro servizio – spesso gratuito – rende migliore il nostro mondo per tutti, non solo per i più piccoli. A loro dobbiamo continuamente ispirarci, per coltivare il senso di un autentico primato dei diritti dei bambini sugli interessi e le ideologie degli adulti. Si tratta di attuare una vera “conversione”, nel duplice senso di “ritorno” e di “cambiamento”. Ritorno a una cultura che riscopra il valore della generatività, del “desiderio di trasmettere la vita” (SnC 9) e di servirla con gioia. Ogni persona che mette al mondo dei bambini o si occupa dei piccoli – genitori, nonni, insegnanti, catechisti, persone consacrate, famiglie affidatarie – dovrebbe sentire la simpatia e la stima degli altri adulti, perché il servizio al sorgere della vita è garanzia di bene e di futuro per tutti. Cambiamento come abbandono delle cattive inclinazioni di una società narcisista e indifferente, in cui gli adulti sono troppo occupati da loro stessi per fare davvero spazio ai bambini: ne nascono sempre di meno e sul loro futuro peseranno i debiti, il degrado ambientale, la solitudine e i conflitti che gli adulti producono, incuranti del domani del mondo. La Giornata per la Vita sia l’occasione per un serio esame di coscienza, basato sul punto di vista dei piccoli nelle questioni che li riguardano (dal nascere, al crescere, all’essere felici…) e sostenuto dalla voce sincera dei bambini, cui chiedere – una volta tanto – come vorrebbero che andassero le cose.

Conferenza Episcopale Italiana.

Calendario pastorale

Domenica 11 ore 15,00 catechesi Iniziazione cristiana.

Martedì 13 ore 21.15 catechesi giovani.

Domenica 18 Per educatori e giovani del decanato: E camminava con loro” , l’arte di essere accompagnati. Ore 19.30 cena – ore 21.00 incontro con don Luca Andreini, padre spirituale del seminario Arcivescovile di Milano – Oratorio S. Martino, Magenta.

Domenica 25 ore 15.00 catechesi iniziazione cristiana.
ore 21.00 catechesi 18/19 enni.

Raccolta offerte visita natalizia nelle case e nelle ditte: 5.040 €.

 

Un Ministero per la pace

La pace è un progetto di democrazia che ha bisogno di un luogo istituzionale dedicato. L’economista Stefano Zamagni spiega perché è urgente dare vita al Ministero della Pace.

Oggi nel mondo sono in corso 56 conflitti armati e il Sipri-Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma- informa che le spese militari a livello mondiale nel 2024 sono state di 2718 miliardi di dollari, a fronte dei 1290 miliardi del 2001. «È una situazione insostenibile» ha commentato Zamagni.

Professor Zamagni, come legge questa corsa al riarmo?

«La tesi della deterrenza (la logica del dissuadere mediante la minaccia) non funziona più. Essa è valida solo se il conflitto è fra due parti; oggi i contendenti sono almeno sei. Il riarmo di uno Stato per accrescere la sua sicurezza viene interpretato come una minaccia dagli Stati rivali, che saranno spinti a fare altrettanto, anzi di più. In questo contesto, inoltre, assistiamo al fenomeno della “privatizzazione della guerra”: per millenni la gestione dei conflitti armati è stata prerogativa dei re, degli imperatori, degli Stati; oggi invece la guerra è stimolata dal cosiddetto complesso militare-tecnologico, dalle imprese private che ottengono profitti dalla vendita delle armi. Se durante i conflitti gli indicatori di borsa aumentano il valore, è evidente che più armi vengono usate più il processo di generazione delle stesse è destinato a continuare».

Per tentare di uscire da questa situazione è necessario anche un passaggio culturale?

«Bisogna capire che il potere dissuasivo oggi sta nella capacità innanzitutto di comprendere e poi di intervenire sulle ragioni profonde che innescano il conflitto. C’è una pace negativa (assenza della violenza diretta, il cessate il fuoco) e una pace positiva (tesa a ridurre o eliminare le cause della guerra): si deve passare dal peace-making al peace-building, dal fare al costruire la pace. Papa Francesco ha avuto il coraggio di denunciare questa situazione e papa Leone XIV l’ha ripresa parlando nella sua prima apparizione pubblica di “pace disarmata e disarmante”»

Come si costruisce la pace?

«Occorre creare istituzioni di pace, politiche o economico-finanziarie. Paolo VI aveva individuato nello sviluppo “il nuovo nome della pace”. Attenzione che lo sviluppo non è la mera crescita, anche una pianta cresce, ma tiene in armonia anche la dimensione socio-relazionale e quella spirituale. Qui si differenziano i due paradigmi “si vis pacem para bellum” (la teoria della deterrenza, da Eraclito a Hobbes a Schmitt e von Clausewitz: la guerra è un dato di natura e l’uomo non può che contenerla) e “si vis pacem para civitatem” (il riconoscimento che all’inizio c’è il logos, da cui deriva il dia-logos, sulla linea di Aristotele, Agostino, Tommaso, Maritain: la capacità di eliminare le cause della guerra, preparando la civilizzazione, oggi diremmo le istituzioni di pace)».

Lei si è fatto sostenitore della creazione di un Ministero della Pace. Di che cosa si tratta?

«La pace è un progetto di democrazia e, in quanto tale, necessita di un luogo istituzionale a ciò dedicato. Già nel secondo dopoguerra Alcide De Gasperi sostenne l’idea di dare vita al Ministero della Pace, mentre il Ministero della Guerra veniva sostituito dai Ministeri della Difesa e degli Interni. Negli anni Ottanta don Oreste Benzi scrisse che “gli uomini hanno sempre organizzato la guerra; è ora di organizzare la pace” e l’associazione Papa Giovani XXIII da lui fondata con altri rappresentanti di associazioni cattoliche e laiche ne ha raccolto il testimone».

Quali funzioni avrebbe questa istituzione?

«Innanzitutto, dovrebbe riscrivere i libri di storia del liceo e dell’università, perché parlano solo delle guerre e mai della pace ed è lì che gli studenti, a partire dai 14 anni, formano le loro categorie di pensiero. Dovrebbe inoltre predisporre i corsi per la diplomazia – in Italia non abbiamo neanche una scuola superiore della diplomazia – perché qui si formerebbe la capacità di negoziare. Infine, potrebbe organizzare i corpi civili della pace come espressioni della società civile organizzata, cattolica e non. Fra le 73 università italiane una sola, Padova, ha un dottorato di ricerca in peace studies. Fra le 40300 scuole nel nostro paese solo 700 hanno programmi di educazione civica dedicati alla pace. Sono convinto che si possono realizzare istituzioni di pace ed è necessario farlo, perché, citando Wright, “due autentiche democrazie mai si faranno la guerra”: dove c’è vera democrazia non c’è guerra».