1° settembre 2026 Giornata mondiale per la cura del creato

Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci ( Isaia 2,4) è il tema del messaggio di Papa Leone

di Tonio Dell’Olio – Cantiere della pace Umbria.

Il 1° settembre 2026, la comunità globale celebra la Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato all’ombra di una sfida epocale. Il tema scelto da Leone XIV, Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci (Isaia 2,4), non è solo un richiamo alla pace, ma una denuncia profetica contro il legame distruttivo che unisce i conflitti armati alla devastazione dell’ambiente. Il Dicastero per il vizio dello sviluppo umano integrale sottolinea che degrado rappresenta, da un lato, una grave violazione del nostro dovere di custodi del creato e, dall’altro, una minaccia esistenziale a lungo termine per centinaia di milioni di persone. In un’epoca segnata da i folle corsa al riarmo, il messaggio invita a privilegiare lo sviluppo e la sostenibilità rispetto alla violenza la distruzione. La guerra non è mai stata un evento “neutro” per la natura. Dagli anni ’70 è stato coniato il termine “ecocidio” che è la pianificazione della distruzione sistematica degli ecosistemi come obiettivo militare. L’ambiente , infatti, non subisce solo “danni collaterali”, ma è spesso colpito deliberatamente per affamare le popolazioni o privarle delle basi materiali della loro esistenza. L’uso dell’ “agente arancio” in Vietnam per deforestare la giungla ha lasciato un’eredità di sostanze cancerogene che contamina, ancora oggi, suoli e popolazioni. Durante la Guerra del Golfo nel 1991, l’incendio di oltre sessanta pozzi petroliferi in Kuwait generò una catastrofe senza precedenti. Oggi, i conflitti contemporanei portano questa devastazione a nuovi livelli di gravità. In Ucraina, per esempio, gli attacchi sistematici alle riserve idriche e il rilascio di sostanze chimiche persi-stenti come i Pfas stanno contaminando suoli e falde acquifere ben oltre i confini del conflitto, compromettendo la salute pubblica per decenni. Il sabotaggio della diga di Kakhovka ha causato inondazioni devastanti, riducendo drasticamente la disponibilità di acqua potabile. Nella Striscia di Gaza l’impatto ambientale è incalcolabile. Solo nei primi sei mesi di conflitto nel 2023, è stato cancellato il 40% delle aree agricole. La distruzione di frutteti e infrastrutture idriche è parte di una strategia di “militarizzazione della natura” che recide i legami ecosociali fondamentali per la vita delle comunità. E, per fare solo un altro esempio, in Sudan la distruzione delle infrastrutture idriche aggrava una catastrofe umanitaria già esasperata dalla vulnerabilità climatica, con milioni di persone in fuga da siccità e carestie alimentate dalla guerra. Il settore militare resta uno dei maggiori inquina-tori del pianeta e agisce in un cono d’ombra normativo. Se l’esercito statunitense fosse una nazione, avrebbe le emissioni pro capite più alte al mondo. Tuttavia, paradossalmente, rappresentano una “zona franca” o un “fantasma” in quanto non esiste un obbligo internazionale per i Paesi di riportare le emissioni militari nei trattati sul clima. Inoltre, la guerra inquina anche in tempo di pace attraverso le attività di addestramento. Nei poligoni militari, metalli pesanti come antimonio, arsenico, piombo e uranio impoverito penetrano nel suolo e nelle catene alimentari, causando tumori e malformazioni congenite nelle generazioni future. La minaccia nucleare, con circa 13 mila testate pronte all’uso, rappresenta il rischio estremo: un conflitto atomico causerebbe un “inverno nucleare”, con un calo termico di 10°C che porterebbe alla morte di gran parte dell’umanità. E’ quanto mai urgente legare l’impegno per la pace a quello per l’ambiente perché l’imperialismo militare è intimamente unito a un antropocentrismo arrogante che pretende di dominare la natura proprio come schiaccia i popoli marginalizzati. Come evidenziato dal Premio Nobel Wangari Maathai, non può esserci pace senza sviluppo sostenibile e non c’è sviluppo senza una gestione equa delle risorse naturali. L’Onu ci fa sapere che, negli ultimi sessant’anni, almeno il 40% dei conflitti interni è stato legato allo sfruttamento di risorse come suolo, acqua e petrolio. Ma a frugare bene anche nelle ragioni dei conflitti tra nazioni, aggressioni, guerre preventive e quant’altro, spesso si maschera la volontà di accaparramento di risorse naturali, terre rare, fonti energetiche. La riflessione biblica per la Giornata mondiale è un invito esplicito a superare il concetto di “guerra giusta”, che per secoli ha dominato la teologia post-costantiniana. Il profeta Isaia ci parla di una trasforma-zione radicale: le armi non vengono solo distrutte, ma riconvertite in strumenti di vita. Questo richiede di smettere di leggere le crisi (climatica, bellica, sociale…) in modo settoriale e abbracciare piuttosto una visione olistica elaborata dall’Oms come One Health, dove il benessere dell’uomo è inseparabile dalla salute della biosfera. Un esempio concreto di questa visione è la gestione di beni comuni come il Mediterraneo. Accordi internazionali per il monitoraggio dell’inquinamento marittimo e la creazione di aree di controllo del-le emissioni, come il progetto Life4Medeca, dimostrano che la protezione dell’ambiente può essere un’occasione per far sedere allo stesso tavolo Paesi belligeranti, spingendoli a cooperare per la “casa comune”. Nella Giornata del creato 2026, l’invito è a una “ecologia integrale”. Trasformare le spade in vomeri significa ridurre drasticamente le spese militari per investire nel welfare e nella giustizia climatica. Solo attraverso il disarmo e la smilitarizzazione potremo garantire che il clima e l’ambiente cessino di essere vittime inevitabili e diventino, invece, le fondamenta di una pace duratura per l’intera famiglia umana.

Lascia un commento