Calendario pastorale

Sabato 6 – domenica 7 Fiaccolata oratori uniti dal Santuario Madonna della Stella – Cellatica (BS).

Raccolta alimenti Caritas. Preferibilmente: tonno, riso, olio d’oliva, marmellata, biscotti, zucchero, pelati, latte UHT.

Domenica 7 pellegrinaggio decanale al Santuario di Rho.
Per il trasferimento, oltre ai mezzi propri, è possibile utilizzare un bus.
Partenza ore 15.00 da V.P. Giovanni XXIII
Iscrizioni entro domenica 31 in sacrestia (al termine delle celebrazioni) fino ad esaurimento posti.
Quota per bus: 15 €.

Domenica 28 Festa degli oratori.

Gli anniversari di matrimonio si festeggeranno Domenica 12 ottobre alla S. Messa delle ore 10.30.

Santuario RHO

Il disinteresse per il cattolicesimo

L’odierna mancanza di passione e interesse per il cristianesimo, da associare a una vaga e confusa domanda di spiritualità, ha radici antiche e profonde, che difficilmente rientrano nel dibattito di quest’epoca quasi post-religiosa. Bonhoeffer si chiedeva in modo profetico: «Che cosa significano una Chiesa, una comunità, una predicazione, una liturgia, una vita cristiana in un mondo non-religioso? Come parliamo di Dio senza religione?». Per rispondere a tali domande, è importante affrontare le cause che hanno reso la fede residuale nella vita della maggior parte della popolazione occidentale.

Luigino Bruni ne ha individuate tre.

Il primo motivo è radicato nei quattro secoli caratterizzati dalla cultura della Controriforma e riguarda la complicata e non riuscita relazione del cattolicesimo con la modernità. Il trauma della Riforma protestante si tramutò in una chiusura nei confronti delle nuove idee umanistiche e, quindi, moderne (si pensi al rifiuto di Erasmo da Rotterdam), come l’esercizio della libertà di coscienza e la conoscenza popolare della Bibbia. In questo clima, i migliori pensatori cattolici rivolsero progressivamente i loro sforzi non più alla teologia e alla filosofia, che divennero prevalentemente appannaggio di protestanti e nordici, ma verso ambiti del sapere meno a rischio di scomunica (musica, arte, letteratura, scienza, teatro, economia). Tra Ottocento e Novecento, poi, una parte significativa del pensiero cattolico continuava a considerare il Medioevo come l’età dell’oro del cristianesimo, associando implicitamente il Rinascimento a una decadenza spirituale ed etica. Anche dopo il Concilio Vaticano II continuò questa diffidenza, ad esempio nella stagione della repressione del movimento modernista cattolico, quando centinaia di teologi, biblisti e storici furono emarginati, sospesi dall’insegnamento. Così, si è persa un’occasione per rinnovare il dialogo teologico con le scienze esegetiche e storiche, più che necessario per uno sguardo maturo sulla fede. Questa mancata relazione ha generato la seconda ragione. I codici della narrazione cattolica della fede e dei suoi fondamenti biblici sono sostanzialmente rimasti pre-moderni, mescolati con elementi mitici e senza una vera inculturazione nel mondo moderno e post-moderno. A differenza delle missioni che hanno a che fare con culture non occidentali, la Chiesa continua a parlare una lingua sempre più morta. Il pensiero cattolico, quindi, è poco rilevante anche perché è incomprensibile il suo linguaggio. La terza e ultima causa è il consumismo. Mentre negli ultimi due secoli combatteva il comunismo e il socialismo ateo, la Chiesa cattolica non si è accorta di un nemico più infido e potente che si stava infiltrando nella società e dentro le sue mura. Quando, nella seconda metà del Novecento, la cultura consumistica ha conquistato la vita e l’anima delle persone (lo preconizzava Pasolini), essa ha grandemente sottovalutato questo processo, dimostrando di aver paura della modernità delle idee e non della modernità delle merci quali nuovi feticci. La spinta all’individualismo, condizione ideale per trasformare le persone in consumatori, sta poi erodendo il senso di comunità, pre-condizione dell’esperienza religiosa.

Giornata mondiale dei nonni e degli anziani

Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la V Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, Domenica 27 luglio
Beato chi non ha perduto la sua speranza (cfr Sir 14,2)

Cari fratelli e sorelle, il Giubileo che stiamo vivendo ci aiuta a scoprire che la speranza è fonte di gioia sempre, ad ogni età. Quando, poi, essa è temprata dal fuoco di una lunga esistenza, diventa fonte di una beatitudine piena.
La Sacra Scrittura presenta diversi casi di uomini e donne già avanti negli anni, che il Signore coinvolge nei suoi disegni di salvezza. Pensiamo ad Abramo e Sara: ormai anziani, restano increduli davanti alla parola di Dio, che promette loro un figlio. L’impossibilità di generare sembrava aver chiuso il loro sguardo di speranza sul futuro.
Non diversa è la reazione di Zaccaria all’annuncio della nascita di Giovanni il Battista: «Come potrò mai conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni» (Lc 1,18). Vecchiaia, sterilità, declino sembrano spegnere le speranze di vita e di fecondità di tutti questi uomini e donne. E anche la domanda che Nicodemo pone a Gesù, quando il Maestro gli parla di una “nuova nascita”, sembra puramente retorica: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?» (Gv 3,4). Eppure ogni volta, davanti a una risposta apparentemente scontata, il Signore sorprende i suoi interlocutori con un intervento di salvezza.

Gli anziani, segni di speranza.

Nella Bibbia, Dio più volte mostra la sua provvidenza rivolgendosi a persone avanti negli anni. Così avviene, oltre che per Abramo, Sara, Zaccaria ed Elisabetta, pure per Mosè, chiamato a liberare il suo popolo quando aveva ben ottant’anni (cfr Es 7,7). Con queste scelte, ci insegna che ai suoi occhi la vecchiaia è un tempo di benedizione e di grazia e che gli anziani, per Lui, sono i primi testimoni di speranza. «Cos’è mai questo tempo della vecchiaia? – si domanda al riguardo Sant’Agostino – Ti risponde qui Dio: “Oh, venga meno per davvero la tua forza, affinché in te resti la forza mia e tu possa dire con l’Apostolo: Quando sono debole, allora sono forte”» (Super Ps. 70, 11). Il fatto che il numero di quelli che sono avanti negli anni sia oggi in aumento diventa allora per noi un segno dei tempi che siamo chiamati a discernere, per leggere bene la storia che viviamo.
La vita della Chiesa e del mondo, infatti, si comprende solo nel susseguirsi delle generazioni, e abbracciare un anziano ci aiuta a capire che la storia non si esaurisce nel presente, né si consuma tra incontri veloci e relazioni frammentarie, ma si snoda verso il futuro.
Nel libro della Genesi troviamo il commovente episodio della benedizione data da Giacobbe, ormai vecchio, ai suoi nipoti, i figli di Giuseppe: le sue parole li spronano a guardare con speranza al futuro, come al tempo delle promesse di Dio (cfr Gen 48,8-20). Se dunque è vero che la fragilità degli anziani necessita del vigore dei giovani, è altrettanto vero che l’inesperienza dei giovani ha bisogno della testimonianza degli anziani per progettare con saggezza l’avvenire. Quanto spesso i nostri nonni sono stati per noi esempio di fede e di devozione, di virtù civiche e impegno sociale, di memoria e di perseveranza nelle prove! Questa bella eredità, che ci hanno consegnato con speranza e amore, non sarà mai abbastanza, per noi, motivo di gratitudine e di coerenza.

Segni di speranza per gli anziani.

Il Giubileo, fin dalle sue origini bibliche, ha rappresentato un tempo di liberazione: gli schiavi venivano affrancati, i debiti condonati, le terre restituite ai proprietari originari. Era un momento di restaurazione dell’ordine sociale voluto da Dio, in cui si sanavano le disuguaglianze e le oppressioni accumulate negli anni. Gesù rinnova questi eventi di liberazione quando, nella sinagoga di Nazaret, proclama il lieto annuncio ai poveri, la vista dei ciechi, la liberazione dei prigionieri e il ritorno alla libertà per gli oppressi (cfr Lc 4,16-21).
Guardando alle persone anziane in questa prospettiva giubilare, anche noi siamo chiamati a vivere con loro una liberazione, soprattutto dalla solitudine e dall’abbandono. Questo anno è il momento propizio per realizzarla: la fedeltà di Dio alle sue promesse ci insegna che c’è una beatitudine nella vecchiaia, una gioia autenticamente evangelica, che ci chiede di abbattere i muri dell’indifferenza, nella quale gli anziani sono spesso rinchiusi. Le nostre società, ad ogni latitudine, si stanno abituando troppo spesso a lasciare che una parte così importante e ricca della loro compagine venga tenuta ai margini e dimenticata.
Davanti a questa situazione, è necessario un cambio di passo, che testimoni un’assunzione di responsabilità da parte di tutta la Chiesa. Ogni parrocchia, ogni associazione, ogni gruppo ecclesiale è chiamato a diventare protagonista della “rivoluzione” della gratitudine e della cura, da realizzare facendo visita frequentemente agli anziani, creando per loro e con loro reti di sostegno e di preghiera, intessendo relazioni che possano donare speranza e dignità a chi si sente dimenticato. La speranza cristiana ci spinge sempre a osare di più, a pensare in grande, a non accontentarci dello status quo. Nella fattispecie, a lavorare per un cambiamento che restituisca agli anziani stima e affetto.
Per questo, Papa Francesco ha voluto che la Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani si celebrasse anzitutto incontrando chi è solo. E per la medesima ragione, si è deciso che quanti non potranno venire a Roma, quest’anno, in pellegrinaggio, possano «conseguire l’Indulgenza giubilare se si recheranno a rendere visita per un congruo tempo agli anziani in solitudine, […] quasi compiendo un pellegrinaggio verso Cristo presente in loro (cfr Mt 25, 34-36)» (Penitenzieria Apostolica, Norme sulla Concessione dell’Indulgenza Giubilare, III). Visitare un anziano è un modo per incontrare Gesù, che ci libera dall’indifferenza e dalla solitudine.

Da anziani si può sperare.

Il libro del Siracide afferma che la beatitudine è di coloro che non hanno perso la propria speranza (cfr 14,2), lasciando intendere che nella nostra vita – specie se lunga – possono esserci tanti motivi per volgersi con lo sguardo indietro, piuttosto che al futuro. Eppure, come scrisse Papa Francesco durante il suo ultimo ricovero in ospedale, «il nostro fisico è debole ma, anche così, niente può impedirci di amare, di pregare, di donare noi stessi, di essere l’uno per l’altro, nella fede, segni luminosi di speranza» (Angelus, 16 marzo 2025). Abbiamo una libertà che nessuna difficoltà può toglierci: quella di amare e di pregare.
Tutti, sempre, possiamo amare e pregare.
Il bene che vogliamo ai nostri cari – al coniuge col quale abbiamo passato gran parte della vita, ai figli, ai nipoti che rallegrano le nostre giornate – non si spegne quando le forze svaniscono. Anzi, spesso è proprio il loro affetto a risvegliare le nostre energie, portandoci speranza e conforto.
Questi segni di vitalità dell’amore, che hanno la loro radice in Dio stesso, ci danno coraggio e ci ricordano che «se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno» (2Cor 4,16). Soprattutto da anziani, dunque, perseveriamo fiduciosi nel Signore. Lasciamoci rinnovare ogni giorno dall’incontro con Lui, nella preghiera e nella santa Messa. Trasmettiamo con amore la fede che abbiamo vissuto per tanti anni, in famiglia e negli incontri quotidiani: lodiamo sempre Dio per la sua benevolenza, coltiviamo l’unità con i nostri cari, allarghiamo il nostro cuore a chi è più lontano e, in particolare, a chi vive nel bisogno. Saremo segni di speranza, ad ogni età.