Battesimi n. 21.
Defunti n. 49.
Matrimoni n. 1 (da altro paese).
Parrocchia Presentazione del Signore
Il portale informativo della Parrocchia di Mesero
Battesimi n. 21.
Defunti n. 49.
Matrimoni n. 1 (da altro paese).
Domenica 11 ore 15,00 catechesi Iniziazione cristiana.
Martedì 13 ore 21.15 catechesi giovani.
Domenica 18 Per educatori e giovani del decanato: “E camminava con loro” , l’arte di essere accompagnati. Ore 19.30 cena – ore 21.00 incontro con don Luca Andreini, padre spirituale del seminario Arcivescovile di Milano – Oratorio S. Martino, Magenta.
Domenica 25 ore 15.00 catechesi iniziazione cristiana.
ore 21.00 catechesi 18/19 enni.
Raccolta offerte visita natalizia nelle case e nelle ditte: 5.040 €.
La pace è un progetto di democrazia che ha bisogno di un luogo istituzionale dedicato. L’economista Stefano Zamagni spiega perché è urgente dare vita al Ministero della Pace.
Oggi nel mondo sono in corso 56 conflitti armati e il Sipri-Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma- informa che le spese militari a livello mondiale nel 2024 sono state di 2718 miliardi di dollari, a fronte dei 1290 miliardi del 2001. «È una situazione insostenibile» ha commentato Zamagni.
Professor Zamagni, come legge questa corsa al riarmo?
«La tesi della deterrenza (la logica del dissuadere mediante la minaccia) non funziona più. Essa è valida solo se il conflitto è fra due parti; oggi i contendenti sono almeno sei. Il riarmo di uno Stato per accrescere la sua sicurezza viene interpretato come una minaccia dagli Stati rivali, che saranno spinti a fare altrettanto, anzi di più. In questo contesto, inoltre, assistiamo al fenomeno della “privatizzazione della guerra”: per millenni la gestione dei conflitti armati è stata prerogativa dei re, degli imperatori, degli Stati; oggi invece la guerra è stimolata dal cosiddetto complesso militare-tecnologico, dalle imprese private che ottengono profitti dalla vendita delle armi. Se durante i conflitti gli indicatori di borsa aumentano il valore, è evidente che più armi vengono usate più il processo di generazione delle stesse è destinato a continuare».
Per tentare di uscire da questa situazione è necessario anche un passaggio culturale?
«Bisogna capire che il potere dissuasivo oggi sta nella capacità innanzitutto di comprendere e poi di intervenire sulle ragioni profonde che innescano il conflitto. C’è una pace negativa (assenza della violenza diretta, il cessate il fuoco) e una pace positiva (tesa a ridurre o eliminare le cause della guerra): si deve passare dal peace-making al peace-building, dal fare al costruire la pace. Papa Francesco ha avuto il coraggio di denunciare questa situazione e papa Leone XIV l’ha ripresa parlando nella sua prima apparizione pubblica di “pace disarmata e disarmante”»
Come si costruisce la pace?
«Occorre creare istituzioni di pace, politiche o economico-finanziarie. Paolo VI aveva individuato nello sviluppo “il nuovo nome della pace”. Attenzione che lo sviluppo non è la mera crescita, anche una pianta cresce, ma tiene in armonia anche la dimensione socio-relazionale e quella spirituale. Qui si differenziano i due paradigmi “si vis pacem para bellum” (la teoria della deterrenza, da Eraclito a Hobbes a Schmitt e von Clausewitz: la guerra è un dato di natura e l’uomo non può che contenerla) e “si vis pacem para civitatem” (il riconoscimento che all’inizio c’è il logos, da cui deriva il dia-logos, sulla linea di Aristotele, Agostino, Tommaso, Maritain: la capacità di eliminare le cause della guerra, preparando la civilizzazione, oggi diremmo le istituzioni di pace)».
Lei si è fatto sostenitore della creazione di un Ministero della Pace. Di che cosa si tratta?
«La pace è un progetto di democrazia e, in quanto tale, necessita di un luogo istituzionale a ciò dedicato. Già nel secondo dopoguerra Alcide De Gasperi sostenne l’idea di dare vita al Ministero della Pace, mentre il Ministero della Guerra veniva sostituito dai Ministeri della Difesa e degli Interni. Negli anni Ottanta don Oreste Benzi scrisse che “gli uomini hanno sempre organizzato la guerra; è ora di organizzare la pace” e l’associazione Papa Giovani XXIII da lui fondata con altri rappresentanti di associazioni cattoliche e laiche ne ha raccolto il testimone».
Quali funzioni avrebbe questa istituzione?
«Innanzitutto, dovrebbe riscrivere i libri di storia del liceo e dell’università, perché parlano solo delle guerre e mai della pace ed è lì che gli studenti, a partire dai 14 anni, formano le loro categorie di pensiero. Dovrebbe inoltre predisporre i corsi per la diplomazia – in Italia non abbiamo neanche una scuola superiore della diplomazia – perché qui si formerebbe la capacità di negoziare. Infine, potrebbe organizzare i corpi civili della pace come espressioni della società civile organizzata, cattolica e non. Fra le 73 università italiane una sola, Padova, ha un dottorato di ricerca in peace studies. Fra le 40300 scuole nel nostro paese solo 700 hanno programmi di educazione civica dedicati alla pace. Sono convinto che si possono realizzare istituzioni di pace ed è necessario farlo, perché, citando Wright, “due autentiche democrazie mai si faranno la guerra”: dove c’è vera democrazia non c’è guerra».
Domenica 14 ore 15,00 catechesi Iniziazione cristiana.
Sabato 20 e domenica 21 /12 Banco Stelle Natale a cura della Caritas parrocchiale.
■ Il CELIM (Centro Laici italiani per le missioni) comunicano che nel banco dei giorni 29 e 30 novembre hanno distribuito 29 panettoni raccogliendo 520 €. Il ricavato permetterà di donare cibo e cura salvavita a oltre 2000 bambini e 2000 mamme in stato di malnutrizione in 7 distretti dello Zambia.
■ Sabato 27 e domenica 28 raccolta fondi per le alluvioni in Asia: 1.300 morti tra Sri Lanka, Indonesia e Thailandia. Nell’ultima settimana di novembre 2025 più di 1300 persone sono morte a causa delle alluvioni, smottamenti e delle frane causate dalle grandi piogge di due differenti cicloni che hanno colpito vari paesi nel sud e nel sud-est asiatico.
Le offerte andranno alla Caritas diocesana che sosterrà le Caritas locali. Info su sito Caritas www.caritasambrosiana.it
C’è qualcosa di nuovo nell’aria, anzi di antico. Un fenomeno consueto ma che ha connotati nuovi, a cui bisogna trovare un nome nuovo. Intendo quella usuale eccitazione che sale piano in questi giorni e riguarda: i regali di Natale. Ma forse bisognerà trovare dei nomi nuovi. Perché le cose cambiano. E se pur occhieggiano da vetrine e spot i soliti inviti, le “clamorose” offerte, i “mai visti” sconti e le “sensazionali” proposte, c’è qualcosa di nuovo nell’aria. La solita bella eccitazione si sta forse venando di una ponderatezza nuova. Insomma, è come se la normale, abituale eccitazione di pensare a cosa regalare a figli amici parenti, fosse abitata da una nuova inquietudine, da un sospetto, o meglio da una domanda. Mentre si comincia a dare un’occhiata, ancora senza troppo impegno, a vetrine e promozioni, mentre si fanno i primi svagati sondaggi su desideri e gusti, un pensiero rintocca nel profondo: ma cosa ha davvero senso regalare? Certo, la crisi ci ha insegnato a misurare con altra attenzione il denaro, a valutare con più senso critico il valore vero di oggetti, di beni che a volte beni veri e propri non sono, ma sfizi, lussi piccoli o grandi, e a riconoscere come superfluo quel che ieri ci pareva necessario. Ma non è solo una sorta di “complesso morale” determinato dalle notizie sulla crisi e dalla realtà di minori risorse a muovere questa strana cosa nuova e antica che chiamerei “eccitazione pensosa” al regalo. Credo che ci sia qualcosa di più profondo. Come se la circostanza della crisi avesse almeno in parte aiutato a mettere a fuoco meglio anche il valore del farsi regali. Da un lato, infatti, il gesto del donare qualcosa sfugge a qualsiasi calcolo. È bello fare doni anche se si ha poco. Anche se le risorse diminuiscono. Donare è un atto non superfluo. Si può rinunciare a parecchie cose, ma non a donare. Perché fa parte della nostra natura umana. Un uomo che non dona è diventato meno uomo. Nella gratuità “assurda” di fare un regalo anche quando sono aumentati i nostri bisogni, nella gratuità che va contro ogni logica di tornaconto pur in un momento in cui si devono più attentamente fare i conti, risiede un barlume di vero intorno alla nostra natura: l’uomo è fatto per donare, per donarsi. C’è un impeto positivo
che fa parte della nostra natura, prima e sopra ogni altro. Questo barlume di verità – così piccolo ma evidente e tenace – può illuminare non solo il piccolo e breve episodio del periodo dei regali di Natale, ma potrebbe indicare qualcosa di importante a riguardo della vita sociale. Occorre scommettere su questo indirizzo positivo della nostra natura. Lo stesso su cui si fondano tante iniziative di valore sociale pubblico per tutti, nei campi dell’assistenza e dell’educazione e in altri settori. Sul fatto che l’uomo è un essere che dona, si può fondare una visione della società e della sua organizzazione non più improntata al sospetto e alla mortificazione burocratica e impositiva della società. Dall’altro lato, questa eccitazione pensosa che ci prende nel periodo di Natale è una sottolineatura del bene che sono i legami, le relazioni che compongono concretamente ed esistenzialmente la vita di una persona. L’uomo è un essere che dona e ha legami. Il fatto che tali legami siano oggetto di attenzione particolare, di scambio di doni, ci fa vedere come la risorsa principale della nostra vita non stia nella chiusura egoistica, paurosa e calcolatrice in termini di diritti e doveri. Si ha vera società intorno non all’uomo che come una monade isolata pensa a se stesso, misurando o inventando bisogni e diritti in astratto, ma alla persona come nodo di relazioni viventi, nelle quali si evidenziano non solo potenti indicazioni della natura, ma anche limiti e rispetto. L’uomo che dona, non fatto per la solitudine, è il regalo di Natale che tutti possiamo ricevere mentre iniziamo a pensare quali regali belli fare, ma belli davvero, siano essi piccole cose graziose o beni che vogliamo restino come nostra eredità.
Davide Rondoni